| Le tentazioni sono due, uguali e opposte. La prima: rigettare la novità. Quasi in quanto tale. Perché per definizione è barbara. La seconda: abbracciarla. Perché per convenzione è il progresso. La modernità.
La questione riguarda il jackpot, il nuovo format dei concorsi in Diamond League che dà al sesto salto (o lancio) più valore che a tutti gli altri cinque precedenti. Le gare adesso funzionano così: i primi cinque tentativi servono a qualificare le migliori tre misure all’esercizio finale, dove si azzera tutto. Come se non fosse esistito nulla fino a quel momento. Chi va più forte, vince. Anche se la misura è inferiore a quelle precedenti. Perché abbiano deciso di fare così, trova più o meno una risposta nel concetto che a Slalom chiamiamo Sportify e che trovate spiegato in più sfumature qua.
La cosa sta facendo un po’ di casino perché per 10 volte una gara s’è conclusa in modo diverso da come sarebbe finita di solito. Il getto del peso a Doha, per esempio. Armin Sinancevic aveva con 21,88 la migliore misura della gara fatta al quinto tentativo e con quella si era qualificato per il tiro finale. Dove però ha piazzato un nullo, mentre Tom Walsh ha fatto 21,63 e Filip Mihaljevic 20,89. Risultato: Sinancevic terzo e Walsh primo. Anche se la misura non è stata la migliore della gara. Così l’atletica accetta il paradosso che in una stessa gara si possa battere il record del mondo (se lo fai nei primi cinque tentativi) e perdere (se al sesto fai fetecchia).
Nel disco donne a Doha la cubana Yaimé Pérez ha vinto lanciando a 61,35 il sesto colpo, contro il 58,58 della statunitense Valarie Allman e il nullo della croata Sandra Perkovic. Solo che nei precedenti cinque turni le due battute avevano fatto 65,57 e 63,30. È capitato che Leonardo Fabbri abbia perso il getto del peso a Firenze con un 21,71 fatto al secondo tentativo, contro il 21,47 fatto al sesto da Walsh (lui al sesto solo 19,82).
Sempre a Firenze nel lungo femminile la serba Spanovic ha vinto saltando 6,56 al sesto tentativo, ma l’ucraina Beck-Romanchuk (nullo al sesto) aveva fatto 6,79 al quinto. A Stoccolma è ricapitato. Spanovic prima perché ha fatto 6,88 al sesto e Mihambo seconda con 6,77, ma Mihambo era atterrata a 7,02 al terzo. Nel lungo maschile a Montecarlo ha vinto il greco Tentoglou con 8,24 al sesto, mentre il giamaicano Tejay Gayle e lo svedese Tobias Montler si sono inchiodati su due nulli: ma erano volati a 8,29 e 8.27 nei cinque salti precedenti. Il disco femminile a Oslo è finito con la tedesca Christin Hussong prima con 60,95 al sesto colpo, ma la polacca Maria Andrzejczyk aveva fatto meglio di lei al secondo, al terzo e al quinto lancio. Tre volte su cinque. Tranne quella volta al sesto. Quando contava. Nel giavellotto femminile a Montecarlo la ceka Barbora Spotakova ha vinto tirando l’ultimo colpo a 63,08. La polacca Maria Andrejczyk era andata a 63,63 al primo, ma con 58,01 al sesto ha perso. Sempre a Montecarlo, nel triplo, la dominatrice della specialità, la venezuelana Yulimar Rojas, è incappata in un nullo al sesto salto (come anche al primo, al terzo e al quinto) e ha perso la gara di fronte al 14,29 della giamaicana Ricketts, sebbene lei avesse un picco di 15,12 al secondo.
Insomma: il quadro è chiaro. Per avere più drama viene stravolto il vecchio concetto della gara. Molti atleti protestano. C’è Yulimar Rojas che non si capacita di aver perso così. Non si capacita di veder enfatizzato (e premiato) il concetto del gesto giusto da fare al momento giusto.
È una bella discussione. È una cosa geniale o è la corazzata Potemkin?
Ognuno si farà la sua idea. Mentre ne cercavo una mia, quello che a un certo punto m’è parso chiaro è che nella sostanza non si tratta di una novità. È tale solo in apparenza. Nella percezione. Nelle grandi manifestazioni internazionali (Olimpiadi, Mondiali, Europei), le qualificazioni dei concorsi si tengono il giorno prima delle finali. È da sempre, insomma, che può capitare di saltare o lanciare una misura che ti qualifica come migliore alla sessione per le medaglie e poi andare peggio il giorno dopo. La percezione dell’ingiustizia nasce allora dalla mancanza di discontinuità tra la finale e le qualificazioni, e ancora di più nella riduzione della gara per l’oro a un solo tentativo. Ma anche quest’ultimo concetto nello sport esiste già, ed esiste proprio nell’atletica, o nel nuoto. Ai Trials. Se fai il record del mondo in semifinale, ma nella finale di poche ore dopo non ti piazzi fra i primi tre (o i primi due nel nuoto), sei sconfitto. Forse beffato, ma battuto. Solo che si tratta di un processo che ormai diamo per acquisito. È appena capitato negli USA in diverse gare di selezione. Il caso più clamoroso è quello di Regan Smith nei 200 dorso, miglior tempo in batteria, miglior tempo in semifinale, ma terza nell’ultima prova decisiva, la finale, e dunque fuori.
Il salto (o lancio) jackpot spiazza dunque più per la forma che per la sostanza. Non è così geniale come sembrava, non è così barbaro come dicono che sia. Come dicono i moviolisti: ci può stare. Oh, poi che ne so – magari domani cambio idea.