La scalata al Ventoux sarà per sempre la storia di Tom Simpson, morto mentre s’arrampicava lassù il 13 luglio del 1967 a causa di un mix di caldo, cognac e amfetamine. È considerato il primo dramma per doping del ciclismo. Simpson era diventato campione del mondo due anni prima, aveva vinto una Sanremo, un Fiandre, un Lombardia.
Dominique Issartel ha intervistato stamattina per l’Équipe Joanne, sua figlia, e sono due pagine meravigliose. Joanne racconta che sua madre e il secondo marito hanno a lungo tenuto nascosta la notizia e la verità, a lei e alla sorella Jane.
La storia del secondo marito è un romanzo per conto suo. Si chiama Barry Hoban. Corridore. Compagno di squadra di Simpson. Il giorno dopo la morte, il gruppo gli dà il permesso di andare in fuga, lui vince la tappa di Sète con 4 minuti di vantaggio. Due anni dopo, ventinovenne, sposa la vedova Helen, madre di Joanne e Jane. I due hanno poi avuto una figlia, Daniella. Quattro anni fa, Cosimo Cito lo raggiunse e andò a intervistarlo per Repubblica. Lui gli raccontò del «pensiero, forse un sogno che ricorre nelle mie notti. Tom e io, la mattina a Marsiglia. In barca nel porto, prima della partenza. Era smagrito da alcuni problemi intestinali dei giorni precedenti. Partenza veloce, a un certo punto lo vediamo, il Moloch. Caldo infernale. Sapevo approssimativamente del Ventoux. Era bianca la cima. Dico a Tom: “Andiamo al fresco lassù, c’è della neve”. Lo persi di vista. L’ho rivisto da morto».
Simpson aveva sposato Helen tre settimane dopo averla conosciuta. Hoban raccontò che «il giorno del funerale sono andato da lei e le ho stretto la mano, abbiamo iniziato a parlare degli ultimi giorni di Tom. Abbiamo iniziato a scriverci, a sentirci. Poi a vederci. Le cose vanno così, ci siamo innamorati. Non c’è un perché. Ho visto in lei una donna dolce. Di me, forse all’inizio, l’ha colpita la mia vicinanza a Tom». Helen all’inizio faceva un sogno: Tom che torna, lei gli domanda dove sei stato tutto questo tempo e poi prova a nascondere Barry nell’armadio.
Ecco. Joanne stamattina racconta il percorso fatto alla ricerca di una verità a lungo taciuta in casa e delle sue scalate al Mont Ventoux in bicicletta, una volta ogni cinque anni a partire dal 1997, trentesimo anniversario della morte. «Avevo sentito un’intervista a un cantante belga in tv, Helmut Lotti. Disse che sarebbe andato in bicicletta sul Ventoux con sua moglie. Ho pensato: se può andare lei in cima, perché io no? Ho iniziato ad allenarmi quasi ogni giorno. Ero stata invitata da Jean-Marie Leblanc nel 1994, con mia madre, ma non avevamo visto niente, siamo state male, la mamma aveva vomitato sul tavolo. Deve sapere che quando papà è morto avevo 4 anni e Jane cinque, nostra madre non ci ha mai detto niente. Eravamo piccole e non ce ne rendevamo conto; lui partiva spesso, stava fuori da febbraio a dicembre. Quando due anni dopo, mamma si è risposata con Barry, le ho chiesto: “Come farai quando tornerà papà?”. A scuola, tra i nostri amici, nessuno parlava mai di nostro padre. È molto strano. Negli anni ’60 di queste cose ai bambini non si diceva niente, presumibilmente per proteggerli. La mamma ha dovuto essere ricoverata e l’abbiamo rivista solo a settembre. Ma non ricordo tutto».
Joanne del papà conserva soprattutto un’immagine. «Un piccolissimo ricordo scemo: lui che torna dall’allenamento e apre il frigo per prendere una di quelle grosse bottiglie di latte belga, che per aprirle bisognava premere. Si è attaccato alla bottiglia e ho pensato: papà è cattivo, non va bene attaccarsi alla bottiglia. Ogni volta che vedo una bottiglia di latte, ci ripenso. Non ho mai saputo come fosse morto prima dei 18 anni. La squadra di mio padre parlava di alcol e della prima persona a morire di doping. Ho pensato: Che cos’è questa storia? Di cosa si tratta? Perché ho aspettato i miei 18 anni per sentire queste cose? La mia prima reazione è stata un blocco. Fino al 1996, quando ho ricevuto un nastro VHS dalla BBC. Stavano preparando un servizio per i trent’anni della morte, dovevano intervistarmi e mi hanno mandato quella cassetta. Era il momento giusto. Per la prima volta ho sentito la voce di mio padre. Il primo pensiero è stato: curioso che mia madre abbia sposato un uomo così. Aveva un accento molto forte del nord dell’Inghilterra, lei parlava ancora l’inglese di Oxford. Ero molto commossa, avevo bisogno della verità sulla sua morte. Ma ancora una volta, mi sono imbattuta in Barry e mia madre. Ecco perché non volevano neppure che scalassi il Ventoux nel 1997».
Ma l’indagine personale di Joanne è proseguita. «La volta successiva, nel 2002, quando ho rifatto le stesse domande, le risposte sono rimaste evasive: sì, erano gli anni ’60, bla bla bla. Allora nel 2014, non essendo riuscita ad avere risposte concrete, ho deciso di consultare un avvocato per trovare il rapporto sulla sua morte. Tutti ne parlavano, nessuno ce l’aveva. L’ospedale ci ha risposto che era stato distrutto nel 1997. Dopo trent’anni».
Joanne non si nasconde nessuna versione sgradevole. «A quel tempo, se non fumavi non eri un uomo. E mia madre? Mi hanno detto che ha preso anfetamine anche durante la gravidanza. Quindi ci credo, posso vivere con questa idea. Ma volevo vederlo per iscritto, perché non riuscivo a ottenere altro che risposte vaghe. Non volevo più andare avanti per sentito dire. Un giornalista che diceva di un altro giornalista, eccetera. Sono passati 50 anni da quando la morte di mio padre è stata descritta come la prima per doping. A volte mi siedo sui gradini che portano alla stele, poco prima della vetta del Ventoux, e sento i ciclisti che dicono: “Ecco, qui è morto lo scemo”. Io penso che non sia stato adeguatamente soccorso. Alcune cose avrebbero dovuto essere fatte diversamente. Ma è anche colpa della Salvarani. Mio padre aveva lasciato la Peugeot per andare con loro e un tipo gli aveva detto: «L’importo del tuo contratto dipende dai risultati al Tour». Aveva diverse case da pagare, un progetto alberghiero in Corsica. Aveva accettato di fare foto eccentriche, raccontava storie straordinarie perché con quelle era sicuro di finire sui giornali. Finire sui giornali significava fare più soldi».
Joanne ha chiesto agli ex compagni di squadra di suo padre in quali condizioni di salute fosse in quei giorni. Jan Janssen, olandese, vincitore del Tour 1968, le ha detto che un giorno dovette aiutarlo a tenersi in piedi sulla bici perché aveva avuto un attacco di dissenteria. Un altro, Colin Lewis, le ha confermato la storia dell’alcol. Era lui quel giorno il portatore delle borracce. Ai corridori ne erano concesse quattro per tappa, due al mattino e due al pomeriggio. Le regole furono cambiate l’anno dopo, con la morte di Simpson. Prima di affrontare la salita del Ventoux, Colin era entrato in un caffè e si era rifornito. Diede una Coca-Cola a Barry, un’altra a Wine Denson e quando arrivò da Simpson gli era rimasto solo il cognac. Ce n’è traccia nelle analisi di Simpson.
«Io sono orgogliosa – dice la signora Joanne, cinquantottenne – non ho più voglia di nascondermi. La prima volta che ho scalato il Ventoux, nel 1997, è stato difficile, ma ora è un posto dove posso sedermi tranquillamente. Le idee migliori mi vengono quando sono lì, quando spazzo i gradini davanti alla stele o sostituisco gli oggetti che le persone lasciano: una ciotola, una foto. E poi che panorama! Mio padre non avrebbe potuto scegliere un posto migliore per morire. Da quando abbiamo costruito questi gradini, sono diventati la mia scala per il paradiso. Quando morirò, vorrei che li scendessero. Mia madre alla fine ha capito che potevo conoscere la verità, che non c’era più bisogno di raccontare storie».
tutto ha congiurato per il tragico evento. la necessità di migliorare la posizione per il suo futuro, la debolezza scaturita dalla dissenteria, la sorsata di quel brandy non voluto (ma che era solo rimasto) che senza l’anfetamina forse gli avrebbe provocato solo un mal di testa e il terribile Ventoux. per finire lui: il caldo. la tempesta perfetta era stata confezionata. ci voleva solo la vittima. e quella è arrivata. il destino aveva deciso.