Le sconfitte di cui parlava il papa

È morto papa Francesco, poche ore dopo il suo ultimo messaggio al mondo dalla piazza di Pasqua. L’ultima volta in cui ha parlato di pace e di cura, attenzione, accoglienza per i migranti. Aveva 88 anni. È stato il 266esimo papa della Chiesa cattolica.

Nel gennaio del 2021, dopo una sua intervista alla Gazzetta dello sport, Slalom  aveva analizzato le sue parole sulla sconfitta

 

  Poco prima di morire Osvaldo Soriano diceva: «A cinquant’anni continuo a segnare gol che non ho mai segnato». Nei suoi libri assai filosofici sul calcio, e più che negli altri in Le undici virtù del leader, Jorge Valdano insiste sul concetto di vittoria come successo morale, di inesistenza della vittoria senza un’etica. Scrive per esempio che da tifosi siamo disposti a vendere l’anima al diavolo. Siamo disposti a dargli tutto pur di vincere. Perché prenderci allora la briga di guardare la partita? Perché pagare un biglietto? Perché soffrire?

Aspetti la notifica sullo smartphone con il risultato (un tempo avresti guardato il Televideo) e in base al punteggio esulti o vai in frantumi. 

Julio Velasco, CT della Nazionale di pallavolo dei trionfi, ha costruito la sua visione del mondo sull’idea che «ci sono sconfitte più dignitose di una vittoria» (sebbene non mi sia mai piaciuta troppo l’altra sua celebre frase secondo cui «chi vince festeggia e chi perde spiega», mi pare stonata rispetto al resto). 

Sia Valdano sia Velasco sono dei campioni del mondo. Sono dei vincenti.

Velasco per esempio ha dedicato la sua professione alla demolizione della cultura degli alibi

«I vincenti trovano soluzioni. I perdenti cercano alibi. Gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono. L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non è alzata bene. A sua volta l’alzatore non è stato preciso per colpa della ricezione. A questo punto i ricettori si girano a guardare su chi scaricare la responsabilità. Ma non possono chiedere all’avversario di battere facile, di modo da ricevere bene. Così dicono di esser stati accecati dal faretto sul soffitto, collocato dall’elettricista in un punto sbagliato. In pratica, se perdiamo è colpa dell’elettricista».

Eppure.

Eppure sia Valdano sia Velasco parlano della sconfitta come di un valore

 

Quando nella sua intervista di ieri alla Gazzetta dello sport, papa Bergoglio cita Gesualdo Bufalino («I vincitori non sanno quello che perdono»), fa una cosa molto in linea con una certa scuola letteraria e filosofica argentina. 

Papa Francesco ha detto: «La vittoria contiene un brivido che è persino difficile da descrivere, ma anche la sconfitta ha qualcosa di meraviglioso. Per chi è abituato a vincere, la tentazione di sentirsi invincibili è forte: la vittoria, a volte, può rendere arroganti e condurre a pensarsi arrivati. La sconfitta, invece, favorisce la meditazione: ci si chiede il perché della sconfitta, si fa un esame di coscienza, si analizza il lavoro fatto. Ecco perché, da certe sconfitte, nascono delle bellissime vittorie: perché, individuato lo sbaglio, si accende la sete del riscatto. Mi verrebbe da dire che chi vince non sa che cosa si perde. Non è solo un gioco di parole: chiedetelo ai poveri». 

Non avendo mai vinto il Nobel, Jorge Luis Borges nella poesia Ciò che ti offro diceva: Ti posso dare la mia tristezza / la mia oscurità, la fame del mio cuore / cerco di corromperti con l’incertezza, / il pericolo, la sconfitta.

In una ricognizione molto precipitosa, che avrebbe meritato più tempo, più studio e più indagine (ma c’è sempre tempo), nel saggio La fertilidad de la derrota, Juan Pablo Luppi ricorda l’eredità della lezione di Borges, alla cui maniera il torto e la ragione hanno bisogno l’uno dell’altro: vittima e carnefice si scambiano quando si cercano, entrambi sono l’altro.

Che la sconfitta sia una faccia della vittoria, nel mondo delle lettere argentine, non può meravigliare. 

Nel suo lavoro Alegorías de la derrota, nel ripercorrere certi passaggi della storia d’Argentina, compresa la porzione tragica della dittatura militare negli anni Settanta e la guerra delle Malvinas, Idelber Avelar ha scritto che la sconfitta è stata accettata come la determinazione irriducibile della scrittura letteraria nel subcontinente. In una società civile che doveva affrontare sconfitte demoralizzanti, la letteratura aveva il compito di garantire che la verità e la ragione fossero dalla nostra parte

Perdere significava non sedersi dalla parte del torto. 

Per Guillermo Ricca, docente alla Universidad Nacional de Río Cuarto, in Memorias de la derrota, la narrazione della sconfitta della classe popolare argentina è un pezzo di storia fondante del paese. L’epica della sconfitta è allora la riaffermazione di un pezzo di storia negata. Così come per Ernesto Pablo Molina Ahumada in Elogio de la derrota, l’apprendistato malinconico della sconfitta in tempi di naufragio civile, la creazione letteraria di tanti eroi del fallimento, con un loro profondo disadattamento all’ambiente socioculturale, al quale oppongono la loro vocazione e il loro irriducibile impegno, sono la rivendicazione e l’affermazione inalienabile di un desiderio di libertà in tempi autoritari, testimonianza concreta del fallimento della dittatura di fronte alla libertà di vivere. 

Parecchio distanti dal fatto che l’importante sia partecipare (de Coubertin) o che vincere sia la sola cosa che conti (Boniperti), perdere e sentirsi sconfitti, per dirla alla Roberto Fontanarrosa, è indagare dentro una improvvisa necessità che abbiamo di piangere, guardandosi allo specchio e chiedendosi se davvero ce ne sia proprio bisogno. Per poi sedersi su una sedia di vimini, farsi un caffè e scoprire di non stare poi tanto male. 

 
Pubblicato in origine il 3 gennaio 2021

 

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