▻ Mela telefonò a mezzanotte e quando disse che voleva restituire 120 milioni di lire, il dottor Iacopo Melloni all’inizio pensò a uno scherzo. «Davvero. Sono pentito. Voglio ridarvi i soldi del riscatto di Ilaria», aggiunse l’uomo. Ilaria Melloni era stata sequestrata a Verona da una banda rimasta sconosciuta e rilasciata dopo otto giorni, con la forza di un pacco di denaro consegnato sotto un cavalcavia dell’autostrada, a Bergamo. Era la figlia dell’assicuratore che avrebbe venduto Mediolanum a Silvio Berlusconi. A quel punto suo fratello riconobbe al telefono la voce del rapitore che undici anni prima non offriva ma chiedeva, chiedeva e spaventava. Prese fiato e rispose: «Mi sembra un’ottima idea».
Mela – nome d’arte – si rifece vivo il giorno dopo e disse che avrebbe fatto trovare i barbettoni nel primo confessionale a sinistra dentro la chiesa di Santa Francesca Romana, in viale Regina Giovanna. Melloni si fece accompagnare dalla polizia. C’era anche una lettera: “Questa è l’operazione M.B.O., Money Back One”. Sotto, più grosso, stava scritto: “Pentimento”. Qualche giorno più tardi, l’uomo mandò due righe pure alla redazione milanese di Repubblica. “Saluti a Ilaria e tante scuse. Ciao. Io sono A.” e aggiunse che sapeva della presneza in chiesa degli artificieri. Li aveva visti. Mela era là nascosto mentre lavoravano.
Ilaria era stata rapita un giorno che voleva vendere dei vecchi libri del liceo. Qualcuno aveva chiamato, offrendole di comprarli. Lei andò all’appuntamento alle Torricelle, venne narcotizzata e caricata in macchina. I banditi erano a volto scoperto ma truccati. Nella sua prigione, Ilaria sentiva i rombi degli aerei. La cella vicino all’aeroporto di Orio al Serio non fu mai trovata. «Erano dei deliquenti – disse lei – ma all’Arsenio Lupin». E i giornali ci fecero il titolo.
Milano, Anni Ottanta. Quando sotto il nome di Arsenio Lupin esercitava regolarmente questo americano con i baffetti nato a Mullens, nel West Virginia, dove il resto degli abitanti estraeva carbone mentre lui giocava a basket. Mike D’Antoni era arrivato in Italia nel 1977, convincendo il presidente Bogoncelli a fargli un contratto di due anni dopo cinque minuti di amichevole giocati contro il Federale Lugano di Manuel Raga, i campioni di Svizzera. Aveva rubato palloni su palloni, perciò sarebbe diventato per tutti Arsenio Lupin. Firmarono nella villa di Rapallo.
Arsenio Lupin era popolare in Italia non tanto per i romanzi di Maurice Leblanc, quanto per il telefilm con Georges Descrières, anticipato nel suo frac, nella sua tuba e nel suo mantello da una sigla vagamente ingrifante, con una silhouette femminile in frange a tenergli compagnia. Le storie del ladro gentiluomo, che dopo ogni colpo lascia il suo biglietto con la sua iniziale (“io sono A.”) risalivano a inizio Novecento, quando il direttore del giornale Je sais tout aveva chiesto a Leblanc un racconto da pubblicare in appendice. A quel tempo andava forte un tale Sherlock Holmes, detective scaltro e dall’intuito fine. Arsenio Lupin sarebbe stato così il suo riverso: un ladro tanto geniale da infinocchiare l’ispettore Garimard, la gendarmerie e un investigatore inglese che di tanto in tanto arriva a dargli la caccia, uno che – tadà – si chiama Herlock Sholmes.
Quando qualche mese fa Netflix ha lanciato una serie che ha ripreso il personaggio, il romanzo L’isola delle trenta bare è andato in ristampa. Il curatore della prefazione Rémi Soulié ha spiegato a Barbadillo che “Lupin è un eroe francese, come d’Artagnan, Pardaillan o Cyrano. È un cavaliere di provincia, uno spadaccino, a volte uno spaccone, un giocatore d’azzardo, un seduttore, che ha brio e senso dell’amicizia. È un uomo profondamente radicato, consapevole della nostra lunga storia cattolica e reale. Lupin fa parte della nostra memoria. Si capisce quindi l’urgenza, per gli oligarchi, di cancellare l’uno e l’altro”. Un riferimento polemico, questo, alla decisione di rivisitare culturalmente il personaggio, in chiave moderna, affidandone l’interpretazione all’attore Omar Sy.
Il ladro gentiluomo Mike D’A. avrebbe chiuso la sua carriera da giocatore con il record di presenze con la maglia dell’Olimpia (452 in 13 campionati), il record di punti (5573), il record di assist (1138), il record dei palloni rubati (1146). Cinque scudetti, due Coppe Italia, due Coppe dei Campioni da giocatore e una Coppa Korac da allenatore, prima di trasferirsi sulla panchina di Treviso quando di lui già si diceva che il coach fosse inferiore al play, per vincere là due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa e la ex Coppa delle Coppe. Gli avevano attribuito in campo un istinto da killer. Di certo aveva grandi compagni. Meneghin, Premier, Carroll, McAdoo. Milano era detta all’epoca la ventiquattresima squadra NBA perché in America all’epoca giocavano in ventitré. Tra le molte notti memorabili del D’Antoni giocatore, alcune luccicano più di altre. Finale scudetto 1982 contro Pesaro, gara-2, Milano sotto di cinque a un minuto e mezzo dalla fine, time-out di Dan Peterson, parziale di 6-0, canestro decisivo di D’Antoni.
Oppure la partita dei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1986-87 contro l’Aris Salonicco di Galis, persa con 31 punti di scarto all’andata e 44 personali del dio greco del basket, vinta di 34 al ritorno (83-49), con D’Antoni fenomenale in difesa (Galis tenuto a 16) e negli ultimi secondi in fuga per il campo in palleggio, per evitare il fallo sistematico.
“Gli occhi sono furbi, i baffi allegri, l’espressione buona, di Mike D’Antoni, è perfino timida. Ma quando gioca a basket diventa, per i tifosi avversari e per chi lo affronta, un pericolo irridente, una canaglia, una minaccia continua”, scriveva di lui Luca Argentieri su Repubblica nel 1986, l’anno di Mela e dei 120 milioni restituiti.
Il giorno dopo la Coppa 1987 vinta dalla Tracer ex Billy, 71-69 sul Maccabi Tel Aviv in finale, Enrico Campana sulla Gazzetta dello sport scrisse che “D’Antoni è la musa della sapienza, ma oltre all’intelligenza il simbolo dell’abnegazione che supera i limiti”.
In un’intervista D’Antoni spiegò dove trovasse la forza per eccellere. «Nella paura. Molto semplice. La paura di sbagliare, di fare una brutta figura. Io voglio giocare bene e vincere. Ci sono le partite di ordinaria amministrazione, che per me non sono stressanti, un po’ come andare in ufficio. E poi le partite chiave, quelle che di solito non sbaglio, perché per vincere devi dare non il 100 per 100, ma il 105. Ed io sono capace di farlo, perché ho paura. Non so quando smetterò. A quest’età, penso che basta svegliarsi una mattina ed accorgersi che non ce la fai più, che è ora di smettere. Credo che un anno o due posso comunque ancora reggere, a questo livello. E poi sì, tornerò a casa, con mia moglie che ho conosciuto qui ma è americana. All’Italia voglio bene, ha cambiato molto il mio modo di pensare e di vivere, ma continuo a sentirmi profondamente americano, io. E magari in America potrei anche fare l’allenatore, chissà. Io più o meno so come una squadra deve giocare, cosa bisogna fare in certi momenti, ma non so se sarò capace anche di insegnare basket a dei giovani. Forse è meglio insegnare la vita ai propri figli».
Si raccontava, il Mike dell’epoca, come una persona che aveva uno strano rapporto col danaro, visto che guadagnava meno di molti altri colleghi, e non se ne lamentava. «Io so che prendo meno, ma più di qualche altro. So che guadagno abbastanza. Litigare per venti o trenta milioni in più all’anno è stupido, m’imbarazza, del resto io sono un timido, fuori campo. Quello che ho mi basta. Tanto dovrò lavorare fino a 60 anni, i soldi del basket mi aiuteranno ad arrivarci sereno, dopo essermi divertito molto. Potevo stare con i professionisti in Usa, il sogno di tutti noi, e fare la mia parte. Non è andata bene perché ero giovane. Avevo talento e non ho mai affrontato di petto la situazione, non ero sicuro, non ero spavaldo. Tornassi indietro, sapendo gli errori commessi, sarei un uomo da Nba. Tirerei senza paura, come faccio qui. Milano è stupenda, intendiamoci, qui ho avuto molto, ma quando vedo le cifre che girano nella Nba mi mordo le mani e dico: è colpa mia».
Questo è un affare bizzarro. Quando D’Antoni arrivò in Italia, non aveva fama di essere un gran tiratore, e le prime partite non vollero smentirlo. Andò via con il record di triple segnate (520) e con un’idea del gesto radicale. Steve Kerr, coach dei Golden State Warriors di Steph Curry, ha detto che è stato il Mike coach, al suo arrivo in NBA, a rivoluzionare il gioco, quando nel quinquennio a Phoenix ha riscritto i canoni dell’attacco in campo aperto, sperimentato senza che l’America potesse accorgersene già a Milano e Treviso. Con l’affermazione definitiva della filosofia Seven Seconds or Less, “capace di ribaltare – ha scritto Davide Giudici per la Giornata Tipo – da capo a piedi l’attitudine offensiva della NBA per tiri da tre punti, possessi, e contropiedi, consolidando una corrente di pensiero che stava pian piano venendo fuori e che vedeva sempre più al centro dell’attenzione il contropiede e il tiro dalla distanza”.
Nella stagione 2005-2006 i Phoenix Suns tentavano in media 25.6 tiri da tre a partita ed erano i primi nella lega. Considerato che la percentuale di realizzazione era un eccellente 40%, perché allora non tirare più spesso? Hanno iniziato a farlo tutti. Dieci anni più tardi, quei 25.6 tentativi a partita, calati nelle cifre del nuovo torneo, sarebbero stati solo la tredicesima prestazione. Nell’ultima stagione non c’è stata nemmeno una squadra che abbia tirato da tre meno volte degli eretici Phoenix d’allora. Ha ragione Steve Kerr, allora. Solo che stavolta ad Arsenio Lupin hanno rubato l’idea.
Nel gennaio 2019 sulla panchina degli Houston Rockets, Mike D’Antoni si prese anche il record di 70 tentativi da tre in una partita. Contro Brooklyn. Dov’è adesso a far da vice a Steve Nash, suo ex giocatore. Come se Allegri fosse il secondo di Pirlo. A Massimo Basile che lo intervistò per Repubblica spiegò che «la vita cambia, come insegnano i dinosauri. Il tiro da tre esiste, se non lo usi sei indietro. Noi abbiamo anche altre soluzioni ma quel tiro lo cerchiamo Può non piacere, lo capisco, ma ci sono giocatori diversi rispetto al passato. Giocano meglio, sanno fare più cose, i lunghi tirano da fuori, per me è un’evoluzione del gioco». Sul tiro da quattro disse «magari un giorno ci arriveremo, ma forse non allenerò più» e francamente respinse l’ipotesi che in Europa si giocasse meglio, sempre che significhi qualcosa. «Penso che è molto meglio la Nba, non ho dubbi. Abbiamo i migliori, in Europa giocano bene ma non sono neanche vicini al livello di qui. Contano i giocatori con il loro talento, gli allenatori fanno quello che possono. Allenare qui è difficile per chiunque, anche per gli americani. Gli europei devono fare gli assistenti per anni e anni e anni per poter capire bene, molti non sono disposti e preferiscono restare a casa».
Qualcuno ha scritto che fu un colpo da Arsenio Lupin anche il corteggiamento alla sua futura moglie Laurel. Erano usciti in quattro, lei, il compagno di squadra Russell Schoene, lui e un’altra ragazza. Mike aveva poi fatto in modo di tornare a casa a coppie invertite e la cosa è andata com’è andata. Ma questi saranno pure alla fine fatti loro.
Social facebook | instagram | twitter | telegram
Ogni mattina, nella tua casella di posta, una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it
Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it