Il diciannovesimo scudetto dell’Inter

    È opinione comune, non da stamattina, che l’Inter abbia iniziato a vincere il suo scudetto la sera in cui si scoprì bocciata dall’Europa, fuori non solo dal girone di Champions, ma anche dalla sua ruota di scorta, la coppa del giovedì che fa da paracadute per chi si piazza terzo, quella che nel 2020 le aveva offerto la chance di rigiocare una finale, ma pure quella che distoglie più energie dalla routine del lavoro settimanale, scompaginando ritmi e bisogni. Tutto è cambiato dall’ultima sfuriata pubblica di Conte, dal suo paradossale rasserenarsi quando – sulla soglia dell’addio – Suning rivelò che certe difficoltà di cassa non mettevano l’Inter nelle condizioni di comprare Messi, altro che, e che nessuno in cambio avrebbe preteso nulla da Antonio Conte

Paolo Condò su Repubblica sottolinea allora che lo scudetto è stato vinto nei due mesi in cui l’Inter solitamente li perdeva: dicembre e gennaio, fra l’altro carichi di partite per la compressione della stagione. Negli ultimi tre anni aveva raccolto 8 punti in 8 gare (Spalletti 1), 12 in 8 (Spalletti 2) e 14 in 8 (Conte 1). Il Conte 2 ha portato a casa 26 punti in 11 partite, superando di slancio l’amara esclusione dalla coppe; è stata la vera differenza rispetto al passato

Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport analizza: L’Inter è planata sullo scudetto grazie alla miglior difesa del torneo: 10 clean sheet nel 2021, meglio di qualsiasi altra squadra nei 5 campionati top d’Europa, Chelsea (11) escluso. Conte ha fondato il Regno dei Nove Scudetti con la BBC e l’ha sfondato con Skriniar, De Vrij e Bastoni. Difesa e Lukaku: anche per questo l’Inter è figlia dei tempi. Chiusa, protetta, come lo siamo stati tutti durante il lockdown, con tanta voglia di correre in spazi aperti, come Romelu. Non sfugga la corrispondenza tra il numero dello scudetto e la sigla del virus: 19. Con il ritorno alla normalità e la riapertura dei teatri, Conte dovrà ritoccare l’atteggiamento della squadra, non per lo spettacolo in sé, ma perché la Champions premia un calcio più dominante

Mario Sconcerti sul Corriere della sera parla di scudetto diverso, facendo notare che se prendiamo l’Inter della prima giornata, scopriamo che è la stessa di oggi, mancavano De Vrij e Skriniar infortunati. L’Inter è stata l’unica a farsi trovare pronta nel momento in cui la Juve ha chiuso la sua strada. La semplicità con cui ha vinto conferma che nessuno era preparato a farlo al posto suo. Le altre hanno sempre giocato per andare in Champions, si attrezzavano per il quarto posto. È stato uno scudetto diverso perché vinto in mezzo alle difficoltà dei proprietari. Non ricordo una situazione del genere. Qui è venuta in piena luce l’altra metà di Conte. Nella solitudine è diventato uomo di stato, ha smesso di sentire il rumore dei nemici e si è messo al centro di tutto. Nessuno si è accorto di niente. Il patto di spogliatoio ha retto fino in fondo. Non è normale nel calcio. È infine uno scudetto diverso perché non compie la strada, l’inizia. Conte sa bene che adesso c’è un inserimento in Europa da trovare

 

| il club Uomo di stato. Come prima ancora di lui è Giuseppe Marotta, che ha accompagnato – sottolinea Gigi Garanzini su la Stampa – la prima vittoria di una proprietà straniera. Vittorio Macioce sul Giornale parla di antimateria della magia e scrive: Il segreto di questo scudetto, il diciannovesimo, è il peso specifico. È come prendere solo quello che ti serve, ritagliando via quello che ingombra. Tutto il resto non serve. È superfluo. Non è essenziale. Ti rallenta. Toglie spazio al sudore. Il presidente arriverà? Giovedì, il giovane Zhang arriva giovedì, sempre il prossimo giovedì. Steven ha la faccia da bravo ragazzo, è intelligente e il suo cuore è neroazzuro e non vorrebbe stare lontano, ma va bene così. Bisogna spogliarsi di tutto per respirare senza affanni, anche di lui. E allora via. Via il contrordine compagni del governo di Pechino. Via i conti sempre più rossi, gli stipendi che non arrivano, la ricerca dei fondi salva vita, il vendi o non vendi, la campagna acquisti che non c’è, la filosofia estetica, l’essere o non essere su Christian Dannemann Eriksen, l’eclissi di Arturo Vidal, la maledizione lasciata sulla fascia sinistra da Roberto Carlos, la cospirazione della Super Lega, il dove e chi saremo domani

Tutto questo deserto ha attraversato l’Inter, a testimonianza del fatto che non si vince solo dentro gli album dei disegni color pastello. I debiti, una montagna di debiti, rimangono. In attesa del soccorso dei milioni di Bain Capital, che però si prende le azioni in pegno. 

Tony Damascelli, sempre sul Giornale, commenta: Questo è lo scudetto dei cinesi che vincono con un marchio italiano ma ora nessuno smonti questa squadra anche se la stabilità finanziaria del club solleva dubbi. La memoria di quella splendida estate del duemila e dieci, con la fuga di Mourinho, le richieste di aumento di salario di alcuni calciatori, l’euforia mischiata a interessi di bottega, tutto quello non deve essere ripetuto, lo sa Conte, lo sa Marotta, ma lo deve sapere innanzitutto Steven Zhang

Gabriele Romagnoli su Repubblica considera che negli ultimi dieci anni Antonio Conte ha vinto cinque campionati, Massimiliano Allegri altrettanti, Beppe Marotta otto. Nella vita la misura delle cose non la dà il presente, ma il dopo, l’autopsia sul corpo della storia che permette di distinguere le cause dal caso, Cristiano Ronaldo da Lukaku, Barella da Arthur. Adesso tutti applaudono, ma le accoglienze non sono mai state entusiaste. Nel calcio la matematica può essere un’opinione. Gli si chiedesse ora la contabilità generale dei titoli italiani chissà come valuterebbe assegnati e no, cartonati o meno

 

| la panchina Matteo Marani per Sky Sport ha analizzato il metodo Conte. Impegno, sacrificio, applicazione, pedagogia della fatica. Vincere non sarà mai una gioia per l’uomo, solo momentaneo sollievo prima di una nuova sfida. Alla Pinetina non ha vinto una scuola di pensiero, piuttosto una pratica di lavoro. Antonio Conte ha lottato e sofferto come se fosse una sfida personale contro le fragilità nerazzurre. Troppa debolezza, troppa pazzia, troppa instabilità. Così ha cambiato abitudini, usi, regole, personalizzando l’ambiente ed estendendo il rinnovamento già cominciato da Spalletti

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-Stadio, sottolinea che questo scudetto undici anni dopo Mou è suo. Tutto di Conte l’ossessionato e ossessionante, Conte il moltiplicatore di iperboli (l’opera d’arte, il regno interrotto), Conte che vive la sconfitta come fosse un lutto dell’io, Conte dei nemici inesistenti. Ma anche Conte il migliore, guida di campo e di spogliatoio. Conte che un tempo si aggrappava alla panchina e che agli arbitri dà del tu quasi sempre per riprenderli. Conte che abbraccia i suoi come fossero figli. Conte al quale i tifosi interisti hanno rimproverato a lungo la juventinità

Giulia Zonca su la Stampa considera che quando Antonio Conte ha smesso di sentire il rumore dei nemici non ha più avuto rivali. Questa Inter è sua, prepotentemente sua, ma è frutto anche di cambi di rotta accettati e meditati senza chiedersi a quale ristorante mangiare perché stavolta aveva davanti un menù fisso. In ogni avventura di Conte c’è il momento in cui lui vince e il momento in cui ha bisogno di caricarsi o non sa smettere di autosabotarsi, ancora non si è capito. Forse è un nodo che non si scioglierà mai perché dietro ogni uscita che suona come un lamento, a ogni commento rinfacciato e fantasma inseguito c’è un successo che porta la sua firma quindi è impossibile scindere i due lati della formula. Conte è un ribelle, uno che spesso per difendere la sua visione fa scattare l’allarme in anticipo: ogni passaggio della carriera è figlio di un corto circuito. Nel 2021 ha dovuto tenere più basso il voltaggio e magari ora sa come dosare l’energia e diventare ancora più determinante.

Maurizio Crosetti su Repubblica sottolinea che ironizzando su esteti ed estetisti, Conte ha finito col dar ragione ad Allegri: conta vincere, di corto o lungo muso non importa, senza dimenticare che il calcio è un mistero semplice”

 

  testimonianze Massimo Moratti | «Non so descrivere il mio stato d’animo, rischio di dire banalità. Felicità, senza dubbio. E leggerezza, perché non sei stato un anno aggrappato con i denti a un risultato. Parlo da imprenditore e da tifoso. Se sei parte di uno staff la gioia per un successo ti centuplica l’adrenalina. Purtroppo vale anche per l’opposto, e di sconfitte e amarezze ne ho provate tante. Guardare le cose stando un passo indietro rende tutto più dolce, forse più autentico, più bello. È ciò che ti insegnano i critici d’arte: la giusta distanza è il segreto per capire un quadro»

Avete vinto per merito di un pezzo di Juventus

«Direi che la Juventus ha deciso di non giocarlo questo campionato». 

intervista di dario cresto dina, Repubblica

 

I protagonisti

Lukaku 

Non serviva il murale dedicatogli a S. Siro dalla curva per eleggerlo a simbolo dello scudetto. Pure lui ha avuto le sue partite-no, ma oltre alla «doppia doppia» (21 gol e 10 assist) è stato trascinatore, predone negli spazi, uomo-derby. Colossale (Roberto Condio, la Stampa).

I detrattori del gioco di Conte sostengono che lo schema sia: palla a Lukaku. Non è così. Spesso è valso mezza squadra, a volte qualcosa di più (Franco Vanni, Repubblica)

Senza di lui l’Inter non esiste. Ha sfondato anche quest’anno il muro dei venti gol. Immarcabile per chiunque, ha sbriciolato difese, mostrato una volontà ferrea di raggiungere l’obiettivo. Nelle partite più buie si è caricato la squadra sulle spalle, l’ha aiutata ad arrivare a dama. Quando non è riuscito a far gol ha sempre lavorato per farlo fare. Nello spogliatoio ha tirato il gruppo, forte anche di un rapporto solidissimo con l’allenatore. Se l’Inter è quella di oggi, molto è merito suo (Guido de Carolis, Corriere della sera)

La via più semplice da seguire per i suoi, nei momenti di difficoltà (Davide Stoppini, la Gazzetta dello sport)

Lautaro Martinez

La coppia con il belga già funzionava nella scorsa stagione. L’upgrade è dovuto anche a crescita e maturazione di chi a 23 anni è diventato papà di Nina. Ha tirato più di tutti, ha anche sbagliato tanto sotto rete ma a 15 gol non era mai arrivato (Roberto Condio, la Stampa)

Il Toro è il Pulici ideale per il Graziani belga, o viceversa (Franco Vanni, Repubblica). 

Ha colpito la maturazione, ha messo da parte l’amarezza per il mancato passaggio al Barcellona, si è riproposto più motivato. Cattivo in campo, meno nervoso di prima, disposto al sacrificio, mai egoista (Guido de Carolis, Corriere della sera)

Hakimi

Nella squadra che dribbla meno nel campionato, le sue scorribande sulla destra hanno spesso sparigliato. Con Lukaku ha composto un asse demolitore. Sette gol e sei assist al debutto in Serie A: 40 milioni ben spesi e non ha ancora 23 anni. (Roberto Condio, la Stampa)

L’avvio non è stato semplice e neppure comprendere la fase difensiva. Ha ampi margini di crescita, sarà un punto fermo per l’Inter del futuro (Guido de Carolis, Corriere della sera)

Marrakech Express, viaggio in prima classe. Giusto due-tre ritardi a inizio stagione, il tempo di capire che da queste parti siamo un po’ bizzarri: il binario va coperto anche correndo all’indietro  (Davide Stoppini, la Gazzetta dello sport)

Barella

Vera anima della squadra, nonché il più «contiano» per dinamismo e temperamento. Il 2-0 alla Juve è la fotografia della stagione della sua consacrazione (Nazionale inclusa) nella quale ha anche smussato certi eccessi che gli costavano cartellini (Roberto Condio, la Stampa). 

Il suo allenatore dice che gli ricorda se stesso da calciatore, ma più forte. A 21 anni era capitano del Cagliari, presto potrebbe esserlo dell’Inter (Franco Vanni, Repubblica). 

Incarna lo spirito del tecnico, lo ricorda nel modo di giocare e avvicinarsi alle partite. Sempre tra i migliori. Sarà il capitano del futuro, è già l’uomo del presente (Guido de Carolis, Corriere della sera)

Quante partite l’Inter ha vinto buttandosi a destra? Uno dei centrocampisti più ambiti e completi d’Europa (Davide Stoppini, la Gazzetta dello sport)

Eriksen

“Cruciale nel cambio di passo (Roberto Condio, la Stampa).

Ha avuto la pazienza di attendere la sua occasione, non ha mai dato problemi, né si è atteggiato da primadonna. Ha imparato un ruolo nuovo, la strada è in discesa per mostrare il suo valore (Guido de Carolis, Corriere della sera

Bastoni

Fra i ragazzini di Conte, quello che è cresciuto di più(Franco Vanni, Repubblica)

Con lui l’Inter ha trovato un tesoro” (Davide Stoppini, la Gazzetta dello sport)

Brozovic

Anima giullaresca e intelligenza tattica (Franco Vanni, Repubblica). 

 

  tifosi Roberto Vecchioni 

«A proposito di porte chiuse sa che cosa penso?».

Dica.

«Rendono quasi il campionato più giusto. Non c’è casa e non c’è trasferta, ogni confronto è alla pari. Manca il dodicesimo uomo. Questo titolo ha un sapore diverso, non per forza meno piacevole». 

È un evento anche perché interrompe un decennio di dominio della Juventus.

«Ma io preferisco godermi le vittorie della mia squadra senza compiacermi delle disgrazie altrui. Ho visto tanti campioni smettere di colpo di vincere: Becker, Surtees, molti altri. Come se subentrasse improvvisamente un’assuefazione al successo. E quindi la nausea. La sintesi dello scudetto dell’Inter invece è un urlo, un urlo di liberazione. Adesso siamo come usciti di prigione».

intervista di marco evangelisti, Corriere dello sport-Stadio

 

Il DNA dell’Inter

  L’Inter è un’eresia per vocazione sin dalla sua nascita. Esiste perché un giorno lasciò il Milan un gruppo di dirigenti, scontento di come il presidente Camperio stesse fronteggiando la federazione sul tema degli stranieri in campo. Fare a meno gli pareva insostenibile. La storia dice che i dissidenti erano quarantaquattro e che si ritrovarono la sera del 9 marzo 1908 in un ristorante dove si davano appuntamento in genere gli attori. L’Orologio. Si diedero come colori quelli scelti dal socio Giorgio Muggiani, segretario e futuro protagonista delle campagne pubblicitarie per Cinzano, Martini, Pirelli e Rinascente. 

«Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro, sullo sfondo dorato delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo». 

La Gazzetta dello sport parlò di deplorevole scissura che non pochi malintesi hanno creato in seno al Milan Club. Scopo precipuo del nuovo club è di facilitare l’esercizio del calcio agli stranieri residenti a Milano e diffondere la passione fra la gioventù milanese, alla quale vanno fatte speciali e assai lodevoli felicitazioni». 

Nel libro Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926, lo scrittore Enrico Brizzi parla di intento esplicito di garantire alla città una squadra di campioni, senza riguardo per il loro passaporto. La nascita dell’Inter sottrasse forza al Milan, e questo si spiega con argomenti logici. Ma per tutti quegli anni la maledizione degli Hintermann avrebbe condizionato la psicologia milanista e il folklore del derby della Madonnina

La maledizione consiste nel fatto che i fratelli Enrico, Carlo e Arturo se n’erano andati dal Milan accompagnando la porta sbattuta con un anatema alla Santuzza della Cavalleria Rusticana: «Il Milan non vincerà più un campionato finché noialtri saremo al mondo». 

Oreste del Buono ha scritto che allora agli inizi di ogni nuovo campionato ci si informava della salute degli Hintermann, svizzerotti maledetti

 

  Il primo scudetto dell’Inter è già bagnato di controversia. Arrivò dopo uno spareggio giocato contro la Pro Vercelli, che aveva diversi calciatori sottoposti agli obblighi di leva – ancora Brizzi – altri infortunati e altri ancora “prenotati” per tornei amatoriali che si sarebbero svolti in quella domenica. Invece di prendere il toro per le corna, la Federazione concesse ai Vercellesi di rimandare l’incontro. Andava bene a tutti il 24 aprile? L’Inter accettò sportivamente di rimandare a quella data, ma la Pro continuò ad accampare pretesti e richiese un nuovo rinvio. La federcalcio si impuntò, l’Inter si presentò sul campo il 24 aprile 1910 e non trovò né la prima, né la seconda e nemmeno la terza squadra dei Bianchi: sul rettangolo, circondato da una folla tumultuante, scesero loro incontro undici nani con la divisa della Pro. Ci volle un attimo per realizzare che erano i ragazzini della giovanile, di età compresa fra gli undici e i quindici anni. Il più stupefatto fu lo slanciato capitano nerazzurro, Virgilio Fossati, che era pronto a scambiare il gagliardetto con l’omologo vercellese e si vide venire incontro un marmocchio di undici anni che gli porgeva, sfacciato, dei cioccolatini. Il tredicenne capitano dei Piemontesi, invece, porse allo svizzero Peterlj una lavagnetta completa di gessi. «Così potrete segnare i record della vostra grande giornata», spiegò con un sorriso beffardo il giovanissimo. Era Alessandro Rampini, fratello minore del titolare Carlo, destinato a un grande avvenire come giocatore-bandiera del club. Alla rivista ufficiale della federazione, Foot-Ball, non resterà che commentare con sdegno la farsa: «A noi, oggi, tocca un compito triste e ingrato… oggi siamo costretti a commentare, con l’animo ancora commosso da sdegno, quella che avrebbe dovuto essere l’apoteosi del tanto combattuto campionato del 1910 e che fu mutata… in uno spettacolo da burattini… sul terreno undici marmocchi alti un soldo di cacio… davano sfogo a tutta la malvagità propria dell’infanzia abbandonata ai suoi istinti». Finì 10-3. 

E qui resta senza risposta la domanda su come fecero a prendere tre gol da dei bambini.

Passarono dieci anni per un secondo titolo (1920) e altri dieci per un terzo (1930), fino a infilarne altri due tra il primo grande ciclo della Juventus di Carlo Carcano, i cui investimenti spazzarono via dalla scena definitivamente i club provinciali, e gli anni d’oro del Bologna, la squadra accompagnata dallo slogan che tremare il mondo fa

L’attesa successiva si sarebbe spezzata solo davanti alle due Inter di Alfredo Foni (1953 e 1954) e finalmente Helenio Herrera

 

  Foni era il nome al quale Gianni Brera faceva risalire una traccia essenziale della vocazione italiana al catenaccio

L’Inter – scrisse si rannicchiava davanti a Ghezzi e fiondando avanti con l’umile Mazza invitava i suoi mattocchi al contropiede. La ineffabile critica italiana non finiva di prodigare insulti a quell’ nter fin troppo cruda nello smentirla. La stupidità quasi generale ci avrebbe portati al disastroso mondiale del ’54 e addirittura all’esclusione dal mondiale ’58. Quando nella ricostruzione della storia del calcio italiano secondo Brera, intorno al catenaccio iniziò a montare una specie di stigma. 

In Storia delle idee del calcio, Mario Sconcerti ricorda che l’Inter di Foni non a caso nasce tre anni appena dopo la tragedia di Superga”. I club stavano imparando una nuova lezione tattica, che al Milan avrebbe invece portato Gipo Viani. 

Quando arriva il Mago, l’Inter ha vinto 7 scudetti in 52 anni. Con lui ne piovono tre in quattro campionati. Più uno perso allo spareggio. Eppure, soprattutto per i ripetuti fallimenti europei dopo gli Anni Sessanta, l’interista vivrà da allora nella percezione di sé come di un emarginato dalla fortuna. Nel suo felice libretto #amala, probabilmente il migliore della serie sui manuali del tifo editi da Fandango, Nicola Mirenzi scriveva che abbiamo perso così tanto che alla fine abbiamo pensato che l’insuccesso fosse la nostra seconda pelle, il nostro destino. Mirenzi celebra infatti non Herrera, ma Mourinho come l’uomo che ha liberato un popolo dalla degenerazione dell’interismo che è lo sconfittismo. Il portoghese arrivato dopo i titoli tutto sommato sporadici di Invernizzi, di Bersellini e di Trapattoni

Sandro Modeo, in L’alieno Mourinho, trovava che in questo appetito senza limiti – che, va da sé, senza i suoi metodi e la sua genialità resterebbe inappagato – è come se la fame arretrata di gloria delle società che sceglie collimasse al millimetro con la fame anticipata di gloria con cui lui nutre se stesso: nonostante sia dotato di pazienza e di programmazione metodologica, è come se avesse un’ansia di gettarsi precocemente alle spalle una quantità di trofei smisurata, una fretta quasi parossistica di mettersi in regola con albi d’oro e almanacchi

Dopo è stata l’Inter dell’abbondanza, l’Inter del post Calciopoli con Mancini, l’Inter supplente delle egemonie juventine in una stagione di veleni apparenti che adesso si assopiscono pure in pubblico, con i complimenti di Andrea Agnelli in inglese a Zhang, con le mire comuni e separatiste del superleghismo. 

Italo Cucci sul Corriere dello sport-Stadio stamattina ricorda che vale solo per i polemisti di dozzina la stramenata inimicizia fra le due potenze calcistiche al vertice della aristocrazia pallonara. In realtà, fa notare, i Moratti hanno sempre frequentato abitualmente gli Agnelli, se ben ricordo – scrive – nella tenuta morattiana del Castello di Cigognola, nel breriano Oltrepò Pavese, dove si produce un Pinot Nero d’eccellenza che ho avuto la fortuna d’assaggiare. Gli incontri avvenivano sotto gli auspici del comune amico Giammaria Visconti di Modrone. Pur fra le turbolenze del tifo, i due club rivali, si scambiarono molti giocatori di valore – ad esempio Anastasi/Boninsegna, poi Tardelli, Altobelli, Serena, Schillaci, Peruzzi, Cannavaro, Ibrahimovic, Vieira. Eppoi i manager, da Allodi a Marotta. Fino ai tecnici, Picchi alla Juve, Trapattoni, Lippi e finalmente Conte all’Inter. Solo Lippi fallì, per incomprensioni da spogliatoio. Come dire che c’è sempre stata tanta Juve nelle vittorie dell’Inter. 

 

Sardonico, Beppe Severgnini sul Corriere della sera manda a dire ai rivali feroci o ex feroci, chi lo sa, che “saper perdere aiuta a vincere. Non vale solo per le società, i dirigenti, gli allenatori e i giocatori. Vale anche per noi tifosi. La lezione della sconfitta è il valore pedagogico dello sport, quello che dobbiamo insegnare ai nostri figli. So che per alcuni lettori juventini potrà sembrare una provocazione, invece vuol essere una consolazione. Torneranno a vincere. Non troppo presto, mi raccomando.

Michele Serra su Repubblica ragiona su questa storia in fondo così scandita, così segnata da scudetti che arrivano in capo a ogni nuovo decennio, e scrive che l’auto-narrazione interista, quella della pazza Inter, è insomma più un vezzo di noi tifosi nerazzurri che una seria introspezione nell’interismo quello vero. Gli alti e i bassi fanno parte della storia di tutte le grandi squadre; ma la mitizzazione delle cadute come prova di sregolatezza (per fare risaltare di più il genio) è una vecchia abitudine di molte tifoserie, che amano sentirsi bersagliate dagli dèi. A noi interisti, poi, piace molto dire che il fondatore fu un pittore socialista, mentre il fondatore del Milan fu un commercialista. Come se nel Dna della squadra ci fosse una vocazione artistica, e un’incapacità di controllo. Tutto quello che dovesse venire, di qui al 2030, sarà bene accetto. Ma lo scudetto del 2030, abbiate pazienza, è già prenotato

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