Quel che io faccio con un pallone, Maradona lo fa con un’arancia
Michel Platini
Nella dedica di un libro passa un frammento di vita. A volte è solo un nome. Tanto che a volte quel nome mette a disagio. Sembra che sbirciamo. Céline dedicò il suo Viaggio al termine della notte a una donna. Doveva finire lì. Invece no. Noi oggi sappiamo che per lui fu una donna importante. Forse voleva che si sapesse, forse no. Dice: ma allora perché ha messo il nome di lei lì? Magari era una cosa loro, siamo noi che abbiamo scavato. E abbiamo scoperto. Non mette a disagio? Un po’. Ammettiamolo.
Le dediche sono belle quando hanno un dettaglio. Tipo quella di Gabriel Garcia Márquez ne L’amore ai tempi del colera.
A Mercedes, naturalmente.
Dove l’accento non sta sul nome. Sta sull’avverbio. E ci passa tutto un mondo, in quell’avverbio. La più bella di tutte le belle è la dedica di T.S. Eliot ne La Terra Desolata, un libro – se ce n’è uno – che cambia la maniera di leggere e studiare. Già quella introduce nel clima del poemetto. Eliot scrive:
For Ezra Pound, il miglior fabbro.
Intanto lo scrive in italiano. Ed è già una citazione (Dante, Purgatorio: Guinizelli), un frammento, la cifra di tutto, è il metodo mitico. La dedica poi si riferisce al fatto che Pound aveva raccolto tutto il suo materiale incandescente, tagliando e cucendo il manoscritto fino alla versione semi definitiva.
Celine, Marquez, Eliot. E poi c’è Maradona. Quando venne il suo momento, con la dedica si fece prendere un po’ la mano.
La mano de dios.
Eccola. C’è tutta la vita di cui è capace.
E poi buon viaggio.
A Dalma Nerea e a Giannina Dinorah Maradona.
Ai miei genitori, Chitoro e Tota.
A mia moglie Claudia.
Al Lalo e al Turco, i miei fratelli.
Alle mie sorelle Ana, Kity, Lili, Mary e Caly.
Al mio amico Guillermo Coppola.
E a tutti i calciatori del mondo.
A Fidel Castro e, attraverso lui, a tutto il popolo cubano.
A Rodrigo.
A Carlos Menem.
A tutti i miei nipoti.
A tutti i Cebollitas.
A tutta Fiorito.
Ai napoletani.
Ai tifosi del Boca.
Alla gente di La Quiaca.
A Francis Cornejo.
A Caniggia e ai suoi figli.
A Marito Kempes.
A Claudio Husain, al Turu Flores, al Turco Asad e al Rifle Pandolfi.
Alla memoria di Juan Funes.
A Julio Grondona.
A Ciro Ferrara.
A Salvatore Bagni.
A Rivelinho.
Ad Augustin Pichot.
Ai ragazzi del volley.
A Emiliano Dìaz, il figlio di Ramòn.
Agli avvocati che hanno tirato fuori il mio amico dal carcere.
A Carlos.
A Salvatore Carmando.
A Quique e a Gabriel.
A Los Piojos.
A Charly e a Calamaro.
A Lauria.
A Gabriel.
A Omar.
A Leo.
A Fede Ribeiro e Andrea Burstein.
A tutti i ragazzi del Tortugas.
A Cristian dei Las Canitas.
Al dottor Oliva.
Al dottor Lentini.
Al Ciego Signorini.
Al Renegado Vilamitjana.
Al Negro Avila.
A Costy Vigil.
Alla gente del Cristoforo Colombo.
A Shaquille O’Neal, Michael Jordan e le torri gemelle del San Antonio.
E per ultimo, al mio cuore e a Dio.
di diego maradona, Yo soy El Diego
Come una divinità
Populista, nichilista, peronista, frequentatore dei balconi della Casa Rosada, anima di Buenos Aires, cuore di Napoli, amico di Fidel, seguace del Che. Non ha mai avuto paura della gente e quindi si è spesso sentito solo, incapace di stare senza calca addosso, senza voci intorno, non in assenza di un pallone almeno. Maradona è la gente che gli toglie l’aria, è il fuoriclasse che si allena tra le pozzanghere e le auto parcheggiate. Ai tempi di Pelé non circolavano abbastanza immagini per conservare memoria, ci sono le partite, i racconti, tante foto, ma non quella vicinanza. Ai tempi di Messi e Ronaldo ogni uscita è programmata, ogni scatto vistato, c’è una regia e un controllo che ci impediscono di vederli senza filtri. Diego si è dato, si è consegnato alle telecamere e alle folla, ha ricevuto una sconfinata ammirazione e poi addirittura la fede di chi lo pregato come una divinità.
di giulia zonca, la Stampa
Un uomo sbagliato e magico
È andato oltre il calcio, ha preso la vita a dosi massicce, ne è stato qualche volta travolto, è rimasto sempre ben dentro al mondo, sempre certo di due cose: che erano giuste le sue visioni e che non avrebbe mai potuto essere come gli altri. Ha sbagliato molto, si è entusiasmato anche di più. Credo sia un buon risultato. Nessuno ha mai giocato al calcio come Maradona. Alcuni hanno fatto di più, vinto di più, vissuto meglio. Ma il calcio di Maradona resta il calcio più bello, scolaro della migliore grammatica tecnica. Si può interpretarlo diversamente come Cruyff, o in altri ruoli come per esempio Guardiola in panchina, ma non si può fare di meglio. Quando mi sono trovato solo con lui dietro i palcoscenici di Sky a parlare di vita, dopo quarant’anni di mestiere sentii che ero in soggezione. Avevo davanti un uomo sbagliato e magico che sembrava travolgerti ad ogni idea. Era piccolo e grasso, allora tanto grasso, ma sentivi solo il rumore del fascino. Buon compleanno Diego. Non ti scusare mai. Siamo tutti pari.
di mario sconcerti, Corriere della sera
Come una guerra o una scommessa
Lui è già morto un sacco di volte e nei modi più stolti (stoltezza per i moderni e scandalo per i benpensanti) e non ha più nulla da temere. Amato anche da quelli che lo detestavano, più passa il tempo. Perché lui è ancora è il bambino, futbol sive natura, che la vita ci ha precluso se non in sogni straordinari. C’è anche chi lo detesta più di prima, l’amico di Chávez: ma sono persone senza fantasia, gente come gli inglesi. Il più grande calciatore della storia. Ma di quale calcio? Del calcio eterno e primordiale e istintivo come una guerra o una scommessa, felice e brutale, persino sleale. Un bambino che scarta tutti, poi torna indietro e li scarta ancora, e poi riprende la palla ancora e ancora. Gioco, furia. La vita. E tutte le occasioni mancate.
di maurizio crippa, il Foglio
Quando eravamo re
Noi che abbiamo avuto vent’anni negli anni Ottanta, e la fortuna di essere giornalisti in quel tempo, e la ventura di seguire il calcio, anche se non crediamo in Dio sappiamo che Dio esiste e che si chiama Diego. Possiamo non confidare nel Padreterno che sta nell’alto dei cieli, ma quaggiù sulla Terra noi lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato, qualche volta gli abbiamo persino parlato. Lo abbiamo aspettato alla vigilia delle partite, negli alberghi dove non arrivava mai e poi invece eccolo a tarda sera, finalmente, un nodo di sonno e strafottenza ma con lo sguardo di un bambino appena sveglio, quando i nostri figli piccoli alzavano dalla tazza del latte gli occhi tondi come monete e sorridevano. Noi si andava allo stadio e c’erano Maradona e Zico, Platini e Falcao, Van Basten e Junior, Rummenigge e Careca. Per questo, i sessant’ anni di Diego Armando Maradona sono lo specchio di quanto abbiamo perduto, ma anche una virgola nel creato, un accidente del tempo distratto, mica un semplice compleanno. Perché Diego è eternità.
di maurizio crosetti, la Repubblica
Napoli
Leggende non attestate
Isso. A quelli della mia generazione, quelli cioè che c’erano, non sentirete pronunciare il nome del Capitano. Se a queste latitudini ne ascolterete il nome, sarà dalle generazioni successive, i tifosi nati dopo o quelli che a quell’epoca erano troppo giovani per ricordare la magia, la sospensione e la fiducia cieca che accompagnavano il ricevere palla di quel Nano Gigante, di quel re senza corona, di quel supereroe senza mantello. E lo nomineranno, questi nuovi tifosi che non hanno ricevuto la benedizione di quello spettacolo, per comprendere i confini della leggenda: per sapere qualcosa di allora, dell’aria che tirava in città, di come ci sentivamo nell’attesa della domenica.
di maurizio de giovanni, Corriere della sera
La loro fortissima attitudine teatrale, per non dire addirittura istrionesca, fa sì che in qualsiasi situazione i napoletani avvertano quasi il dovere di interpretare la parte che, così pensano, tutti si aspettano da loro. Si tratta nella maggioranza dei casi di una parte brillante, talora buffonesca, tesa comunque a esaltarne il carattere vivace. La città è il grande teatro quotidiano di una “grande recita” collettiva. … Di norma, un napoletano non sa resistere alla tentazione di apparire. Se non ha nulla da dire, cercherà almeno di dirlo con una particolare intonazione. (Francesco Durante, Scuorno, Mondadori, 2008)
Le signore in gravidanza
A Napoli volevano che lui li toccasse, erano e sono tuttora convinti che possa fare miracoli, volevano essere benedetti. Come quella volta che si trova nel parco divertimenti di Edenlandia in fuga dalla folla che lo circonda. Entra in un bar, c’è una signora in stato interessante che lo osserva: Ma che bel pancione, esclama, e le posa una mano sul grembo: Signora le faccio i miei complimenti e tanti auguri per il suo bambino. Bè, si racconta che quel bambino a due anni già palleggiava come un adulto, e tutti i mariti volevano portare le loro signore in gravidanza da Diego per ricevere una carezza sul pancione.
di claudio de carli, il Giornale
La parola fratello in bocca
Nessuna città, forse nemmeno Buenos Aires, ha mai somigliato al suo campione come Napoli a Maradona. Si specchiano l’uno nell’altra, D10S e Partenope, e si piacciono molto lungo tutte le coordinate emotive dell’esistenza: la bellezza e lo spreco, la potenza e la fragilità, la famiglia e le amanti, l’amore e l’odio, la mano sul cuore e poi la mano sul pallone a rubare un gol (Sogno di poter segnare un altro gol contro gli inglesi, stavolta con la mano destra, ha confessato a France Football), e sono entrambe di Dio. Sullo sfondo, tutto il campionario del riscatto dei poveri, della lotta contro i padroni, del terzomondismo latino, tra gli Inti Illimani e Che Guevara, Fidel Castro e poveri ma belli, un po’ di piagnisteo, un po’ di furbizia, la lacrima in agguato, la generosità assoluta, la parola fratello sempre in bocca, niente strette di mano, figurati tocchi di gomito, solo abbracci.
di antonio menna, il Mattino
Un’unità di misura
Maradona ci ha insegnato a sognare, ci ha uniti nel segno di qualcosa, quel qualcosa era lui che poteva arrivare fino in porta palla al piede, in qualsiasi momento. Quella ragazza che ci piaceva tanto ci avrebbe baciato, l’interrogazione del giorno dopo sarebbe andata bene, per non dire del compito di matematica. Avremmo avuto vite migliori perché Maradona stava dalla nostra parte, era nostro. Non del Napoli o della città, era di ciascuno di noi.
Maradona per noi era diventato un’unità di misura. A chiunque facesse bene una cosa – qualsiasi cosa – i complimenti sarebbero stati “A livello di Maradona”. Se, invece, qualcuno avesse provato a fare qualcosa di difficile, di troppo complicato, di impossibile gli sarebbe stato detto: “Ma chi ti credi di essere? Maradona?”. Eravamo ragazzi, eravamo ingenui, era un ragazzo anche lui e giocava con noi, per noi.
La mia formazione è fatta di poche cose, Maradona è una di queste, conta come le poesie. Questa è una parte della storia del mio Maradona, di cui avevo in casa un poster a grandezza naturale. Diego, maglietta e pantaloncini del Boca e pantofole da mare. Il piede sinistro sopra al pallone. Maradona che una volta ho visto giocare a calcio basket e fare canestro da tre punti, calciando col piede sinistro.
di gianni montieri, l’Ultimo Uomo
Testimonianze
Il telecronista che raccontò il gol del secolo in tv
Hugo Morales | ➣ Perchè questa fenomenologia de “El Diego”?
«Maradona è il protagonista del momento più sublime della storia argentina. Non c’è stato, prima o dopo il gol agli inglesi, un istante più perfetto, più unanime, un’emozione tanto grande a cui abbiano partecipato tutti gli argentini. Nel Mondiale del 1986 c’è l’Inghilterra, la Guerra delle Malvinas. L’Argentina non ha più avuto momenti così perfetti. La partita con gli inglesi è lo más grande. Per chi l’ha vissuta, è la cosa migliore che gli sia successa nella propria vita. Per chi è nato dopo, viene con il meraviglioso aroma della leggenda. Diego è invincibile per questo istante, un istante insuperabile. Finché non compare qualcosa di superiore, Diego sarà eterno. E tutto questo conferma il Dieguismo dell’Argentina, che va oltre il danno che in certi casi gli hanno fatto, o voluto fare».
➣ In che senso?
«La vita degli idoli è logorante. L’aficionado ha una relazione di amore/odio con questi artisti di cui parliamo, è una specie di animale in agguato, un puma fermo su una roccia, a punto di attaccare. Per fargli pagare tutto quello che lui non sarà mai, tutto l’amore che ha avuto per lui. Vederlo caduto lo avvicina alla dimensione umana nella quale ci muoviamo noi, la maggioranza degli essere umani. Il problema è la caduta. Diego non ha avuto il privilegio di morire giovane. Carlos Gardel, Che Guevara, Mozart e molti altri hanno avuto il “privilegio” di morire nel pieno della gloria, è lì la chiave. Gardel non è mai invecchiato, non è dovuto passare attraverso nessun programma tv. Ma è perennemente vivo. Che Guevara continua a essere l’eroe bello di tutti i giovani. Diego continua ad essere Diego».
➣ Cosa resta di quel commento appassionato del Mundial dell’86?
«Dopo il gol chiedo scusa 2 volte. Un istante sublime, ma assolutamente “loco”, folle. C’è violenza in quella narrazione. Ero arrabbiato. L’Argentina giocava da ospite in un paese latinoamericano, inspiegabile. Como potevano dei latinoamericani stare con gli inglesi (e poi con i tedeschi)? Ero arrabbiato con alcuni giornalisti messicani e con il giornalismo argentino, che aveva ridicolizzato la Selección prima della partenza. Per molto tempo ebbi la sensazione di aver desnudato tutte le mie emozioni, tutta la mia rabbia. Ero entrato nella miseria umana, stavo scaricando il mio fastidio, il mio rifiuto a tutti quegli attacchi. Per molto tempo mi sono sentito come un pazzo che fosse uscito a correre nudo per strada. Sapevo quello che mi era successo e mi vergognavo. Un telecronista dovrebbe aggrapparsi a dati oggettivi, non alla sua rabbia e alle sue miserie».
di paolo galassi, Avvenire
L’allenatore del primo scudetto a Napoli
Ottavio Bianchi | «Diego era felice come un bambino quando lanciavo un giovane al suo fianco. Una domenica toccò a Ciccio Baiano, aveva 17 anni. Maradona gli regalò un paio di scarpini nuovi da indossare. Per un calciatore è fondamentale testarle in allenamento , ma Ciccio non poteva rifiutare. Morale della favola: a fine primo tempo dovetti toglierlo, aveva le piaghe ai piedi».
È vera la leggenda secondo cui una volta lei sconfisse Maradona in una gara di palleggi?
«Con i limoni, certo, perché lui era un giocoliere con qualsiasi oggetto sferico. Non so come, ma ne feci di più io. Da allora, ogni giorno, mi chiese una rivincita che io – ride – non gli ho mai concesso».
di luca bertelli, Corriere di Brescia
Il suo segretario
Gianni Aiello | «Stavamo percorrendo via Stazio, sulla collina di Posillipo. Gianni, fermati. Diego scese dall’auto, guardò il panorama e ringraziò Dio con le mani giunte per tanta bellezza». Gianni Aiello, 64 anni, è stato al fianco di Maradona dall’84 al 91. Segretario, autista, per un periodo assistente cineoperatore per un film mai realizzato. «Le feste a casa sua con tanti compagni. Diego, quando mi chiedeva di fare gli inviti, diceva sempre: La prima telefonata all’ultimo dei magazzinieri e poi gli altri. Umile nella sua grandezza».
➣ Di Maradona cosa non si è detto?
«Di quanta felicità gli desse una partita anche nel garage di casa. E, se il pallone finiva sotto un’auto, allungava lui il piede. Il sinistro, il piede che ha fatto la storia del calcio. Quella gioia lo ha sostenuto in tutti i momenti».
➣ Maradona in due immagini. «La prima è la festa per il primo scudetto al Virgilio, una location che gli piaceva molto anche perché si giocava a calcetto: finimmo alle sette del mattino. L’altra è l’abbraccio prima di salire in auto e andare a Roma dopo la notizia della squalifica. Io non ho tradito, sussurrò e mi diede le chiavi di un’utilitaria. Il suo regalo d’addio».
di francesco de luca, il Mattino
Ciro Ferrara, compagno di squadra
Pietro Puzone, nostro compagno di squadra a cui Diego era legato, organizzò un’amichevole in beneficenza ad Acerra, la sua città, per sostenere le spese che un suo compaesano, vittima d’un brutto male, avrebbe dovuto affrontare per farsi operare all’estero. La società si oppose, perché in campionato la situazione era delicata; a poi c’era un problema assicurativo: in caso di infortunio, non ci sarebbero state coperture. Diego pagò di tasca sua 12 milioni di lire per una polizza che ci tenesse al sicuro e andammo ad Acerra: «Che si fottessero i Lloyd’s di Londra. Questa partita si deve giocare per quel bambino!
di ciro ferrara, Ho visto Diego e dico ‘o vero (Cairo editore, 2020)
Nostalgia, eredità
Gaberianamente
Qualcuno era maradoniano perché aveva i capelli ricci.
Qualcuno era maradoniano perché aveva perso tutti i capelli.
Qualcuno era maradoniano perché ti davano 100 figurine Panini per averlo.
Qualcuno era maradoniano perché Platini era una Maria Antonietta con i calzettoni.
Qualcuno era maradoniano perché non cadeva mai, nemmeno di fronte alle ingiustizie.
Qualcuno era maradoniano perché al fratello maggiore piaceva Antognoni.
Qualcuno era maradoniano perché il lunedì era più felice.
Tutto qui >>>
di jvan sica, Fan Page
Un canto alla durata
Un genio populista calato in un romanzo noir. Esiste ancora una “chiesa maradoniana”, qualcosa che balla tra goliardia, tifo, superstizione, fanatismo: i fedeli sono 300 mila persone che lo adorano, in Argentina, a Napoli e nel mondo. Noi giovani inviati, spediti in Argentina per inseguirlo, eravamo convinti che la sua storia sarebbe finita male, tipo quella di Carlos Monzon. Ce lo dicevamo e stavamo su con le antenne. Invece Maradona è stato sull’orlo del vulcano, ma non è caduto. Era un pallone, è tornato magro, si è rigonfiato. Adesso, per i suoi sessant’ anni, vorrebbe come regalo un altro gol da fare con la mano agli inglesi, certo. E gli piacerebbe anche che tutti i figli riconosciuti stessero attorno a lui, a festeggiarlo. Dal Diego junior napoletano al Diego Fernando che lo accompagna sulla panchina del Gimnasia, passando per Dalma, Gianinna e Jana. Un modo per continuare a sentirsi El Pibe. La sua vita resta un canto alla durata.
di alessandro de calò, la Gazzetta dello sport
Il tempo per pensare a sé
➣ Cosa provi quando il tuo nome compare insieme a quelli di Gardel ed Evita?
«Sono ancora vivo, giusto? Se sono riuscito a essere un mito vivente, non l’ho chiesto io… Guarda, per il mito, io ti ringrazio moltissimo, ma sono un essere umano come tutti gli altri. Per il fatto di aver vinto alcune partite di calcio o per aver difeso le persone come volevo difenderle, non credo di essere un mito».
➣ Dici che prima o poi arriverà un tempo per te. Quando sarà quel momento, Diego?
«Non lo so, non lo so… Il giorno che… prima che arrivi la morte».
di daniel arcucci, Rolling Stones, 1999
Non t’ama chi amor ti dice, ma t’ama chi guarda e tace
Christo, @xho su twitter, alias Christo Presutti (Futbologia)
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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