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È morto all’età di 91 anni Gianni Clerici, unico italiano insieme a Nicola Pietrangeli accolto nella Hall of Fame del tennis. È stato compagno di doppio di Gardini e di Sirola. Ha scritto per la Gazzetta, il Giorno, la Repubblica
L’ultimo dei tre Gianni si è congedato alla maniera degli altri due. Brera morì il 19 dicembre del 1992 – saranno trent’anni fra sei mesi – mentre la Nazionale di calcio giocava a Malta una partita di qualificazione ai Mondiali americani. È la data del compleanno di Benzema. Con Mura successe il 21 marzo del 2020, nel primo giorno di una primavera che non venne mai, nel sabato di solito riservato a una Milano-Sanremo che non si corse. È il giorno del compleanno di Koblet. Clerici ha atteso il giorno dopo la finale del Roland-Garros, lo stesso del compleanno di Björn Borg.
Il caso si diverte, fa dei giri immensi e ci sfida a cercare un filo, ci regala un senso anche per i dolori, in modo che possiamo portarli con dolcezza. Così per esempio i tre Gianni possiamo ricordarli per sempre uniti ai loro amori, fino all’ultimo minuto, i loro sport che nel racconto, in tre – ciascuno per una propria strada – hanno cambiato. Uscendo da esso e uscendo da sé, abbattendo lo steccato che spesso intorno allo sport si erige.
Clerici ha amato Suzanne Lenglen senza averne mai visto un quindici e ha detestato i pallettari che facevano routine. Ha giocato a Wimbledon, al Roland-Garros, e ha avversato il tifo patriottico della Coppa Davis (“gli italopitechi”) perché gli ricordava il calcio. Ha preferito Edberg a Becker, Sampras ad Agassi, Venus a Serena. Ha citato nei suoi pezzi più spesso Bud Collins che Ilie Nastase. Non erano vezzi, erano dichiarazioni, una scelta di campo. Il tennis è stato per Clerici la prosecuzione della letteratura con altri mezzi. Non aveva lettori, aveva aficionados. Così poteva ironizzare sulla popolarità, nel senso di notorietà, lui che popolaresco non era. Era lo Scriba dei Gesti Bianchi o il Dottor Divago quando andava in tv con Rino Tommasi. Una volta disse che se fosse stato un po’ più gay, si sarebbe lasciato accarezzare dalla volèe di McEnroe. È stata una delle millanta e più frasi memorabili consegnate al pubblico perché diventassero patrimonio universale, da telecronista per Rete4, Tele+ e Sky. Ma non erano i tipi alla McEnroe che amava. Faceva invece l’amore con le parole, senza inventarne alla Brera, senza anagrammare alla Mura, ma dando corpo a un concetto, facendole venire in superficie da un altro contesto semantico, pescandole da qualche catino in cui si trovavano e dove nessuno aveva guardato prima. Parlava di tennis con il correlativo oggettivo di Eliot e Montale. Gli erbivori per dire gli specialisti di Wimbledon. Gli arrotini per star dietro all’innovazione del top-spin. Oppure diceva s-centrato, per un tiro che non era preciso, non era sballato. Era solo s-centrato, e uno capiva. Precisamente quello. Tu sentivi e pensavi: diamine, era là. Raccontava partite che avevano in cima cocci aguzzi di bottiglia.
I tre Gianni sono stati pure lombardi ciascuno a modo suo. Brera da militante: nella lingua, nel pensiero, nelle adesioni. Mura da dissonante: più del ceppo Beppe Viola-Jannacci, che della stirpe Gadda. Clerici da riluttante: se solo fosse nato qualche km oltre, dentro un Cantone. Il primo era un hidalgo, il secondo un poeta, il terzo era un patrizio – che al telefono si divertiva ad annunciarsi: “Clerici Giovanni” al posto del comunissimo “Pronto”.
Brera era la terra, Mura era un’isola, Clerici era un lago. Brera voleva il suo guscio di San Zenone, Mura i suoi posti tra Ischia e l’Ardèche e Drôme, Clerici tutto il mondo, meglio se Londra, Parigi o Montecarlo.
Prima di dedicarsi ai Dialoghi sul tennis con Dario Cresto-Dina, aveva scritto il suo ultimo pezzo su Repubblica l’11 marzo del 2021. Era tornato in campo Federer, da lui detto “il mio svizzero”, perché era il canone estetico perfetto, l’ideale reincarnazione del tennista che avrebbe potuto adoperare la racchetta di legno come un piumino di cipria. “Il mio svizzero” amatissimo finché non fu culto, finché non divenne l’esperienza religiosa di Foster Wallace, verso la quale provava fastidio, come per l’Open di Agassi. Non ha mai partecipato al giochino di chi sia stato il più grande. Avrebbe sempre preferito uno fra Tilden, Kramer e Laver, salvo ricredersi quattro anni fa: “È stato Federer”.
Così le sue ultime righe scritte sono state: “Cosa dire di Federer tornato a un match vero dopo quattrocento giorni e due interventi chirurgici al suo malandato eppur regale ginocchio destro? Che l’abbiamo visto scoprire, cosa rara, la fatica e il sudore ma anche quella certa spigliatezza che illumina i grandi campioni quando giungono a confini che sembravano impossibili, come sono i suoi prossimi quarant’anni. Di qui a chiamare eroica la sua performance ce ne passa. Aspettiamo il tempo, Henri Cochet, uno dei quattro moschettieri francesi, portò a casa un importante trofeo a 51 anni, e altri avversari meglio preparati a profittare del suo scarso allenamento di muscoli e riflessi”.
Aspettiamo il tempo, allora.
Ecco tutto.
Alla fine è quasi sempre solo questo.
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Ho passato due anni della mia vita a scrivere una biografia di Suzanne Lenglen. Ho raccolto tutto il materiale possibile, ho ritrovato addirittura una sua vecchia racchetta e un pettine, in cui era ancora impigliata una ciocca dei suoi capelli bruni. I vecchi tennisti francesi, i Lacoste e i Borotra, hanno avuto la generosità di lodarmi, per la mia descrizione di una donna che non avevo mai vista, che morì nel 1938. Oggi devo confessare che non avevo capito niente, avevo ammassato e elaborato una quantità di dati, aneddoti, senza veramente afferrare la grandezza di quel genio, di una giocatrice che rimase imbattuta per ben otto anni di carriera, che inventò praticamente il tennis femminile.
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Slalom 25 luglio 2020
I suoi romanzi e le sue poesie
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La prima volta che Clerici scrisse su Repubblica, fu da lettore. Da lettore e da autore di romanzi. Mandò poche righe alla rubrica di corrispondenza che Brera teneva con il suo pubblico. Era il gennaio del 1987. Gli scrisse perché non aveva trovato i titoli di due suoi lavori in una listarella di libri di sport che Brera aveva suggerito.
“Caro Gioânn – gli disse – hai dimenticato di proposito il mio Fuori rosa e i Gesti bianchi? Non ho capito bene. (omissis) Ti saluto Gianni Clerici, Como”
E Brera rispose: “Caro vecchio Cleres, dovrei risponderti che sì per non recarti offesa. Sei lo scrittore sportivo più tradotto nel mondo (500 anni di tennis, presso Mondadori), però di pura invenzione hai scritto due romanzi brevi che di sportivo hanno l’ambiente, non molto altro. Fuori rosa (Vallecchi) è la story d’un vecchio pedatore appesantito da tutti i vizi possibili: le pagine dedicate al night sono ancor oggi vivissime. I gesti bianchi sembrano dettati dal maligno Freud a un tennista che ricorda con ambigui rimpianti la prima giovinezza. Nell’uno e nell’altro romanzo, la tua bravura è incontestabile, tanto che ancora mi sorprendo, vecchio e smaliziato come sono, ad essere fiero di te. Ciao”.
Sul finire di quell’anno, a novembre, lo avrebbe raggiunto di nuovo, per la terza volta, arruolandosi nello stesso giornale.
Lo scrittore di tennis diceva di sé: «Ho cercato di applicare il “flusso di coscienza“, che James Joyce adotta nelle sue opere, alla partita di tennis, che si svolge soprattutto dentro l’animo dei due contendenti. All’esterno noi vediamo i colpi, la tecnica, la bravura, la fatica. Ma tutto questo è solo ciò che è accaduto dentro di loro. È lì, in quello spazio invisibile che chiamiamo coscienza, che accade di tutto. È lì il giudizio universale, il passato che si ricongiunge al presente. Descrivo atti fisici che sono l’effetto di qualcosa che non vediamo. E questo qualcosa è un flusso interminabile. È un gesto mentale, un dettaglio del profondo, che merita di essere portato alla luce».
Lo scrittore di romanzi si sentiva trascurato. Firmando il risvolto di copertina del Giovin signore, Oreste Del Buono scrisse che Clerici ci dava “il ritratto memorabile di un uomo dei nostri tempi e dintorni”. Corrado Augias lo recensì e ci trovò “l’Italia degli abiti di Dior e della Traviata con la Moffo, l’Inter di Helenio Herrera e i film della Bardot, le Mille bolle blu di Mina e i comunisti scomunicati dalla Chiesa”. Clerici raccontava “l’Italia che, con il boom, scoprì di botto la possibilità di diventare potenza industriale mentre balena, nelle scene di vita militare, la faticosa conquista della modernità da parte di un popolo uscito dalla guerra mondiale non solo materialmente a pezzi ma ancora fermo alla società agricolo-patriarcale degli anni Trenta. Da questo punto di vista Clerici opera un calco perfetto che va dai nomi dei personaggi allo stile”.
Anche lui, come Brera, avvertiva la presenza dello steccato intorno a chi si occupasse di sport. In una intervista con Maurizio Crosetti per Repubblica Torino disse: «Ho scritto tredici libri, solo quattro di argomento tennistico, anche se uno di questi, “500 anni di tennis”, è il libro più tradotto e venduto al mondo su questo sport, e insomma ad ogni presentazione o serata ufficiale mi chiedono solo del tennis, tutti. Come scrittore ho tenuto e tengo libri nel cassetto per anni, gli editori li rifiutano, alla Mondadori mi sentivo un poveraccio e lo ero, marginalissimo. Una volta proposi a una specie di segretaria editoriale di mandare un mio libro a Garboli o Pampaloni, non ricordo bene. Lei mi guardò e mi disse: “Ma signor Clerici, questo è un critico letterario!”» .
Si spinse a dire: «Credo che dal giornalismo sportivo occorra fuggire finché si è in tempo. Dà un marchio d’infamia». Brera, invece, se ne sentiva strozzato.
«Come scrittore – sono di nuovo parole di Clerici – sono stato spesso respinto. È una condizione che mi ha perseguitato al punto che una volta pensai di scrivere un romanzo su Guido Morselli, lo scrittore più rifiutato della storia dell’ editoria. Vorrei essere considerato per quello che sono. Una volta la Camilla Cederna, che Dio l’abbia in gloria, presentandomi a una sua amica dice: “lui è Clerici, quello che scrive di sport”. E l’altra dama, che casualmente si era imbattuta in un mio libro, aggiunge: “ma che piacere, so che ha scritto anche un romanzo”. E la Cederna: “sì, sì, sa anche usare benissimo i congiuntivi“. Capisce? Forse la colpa è mia, perché se volevo presentarmi con la medaglia dello scrittore non dovevo scrivere migliaia di articoli. L’ho fatto per vigliaccheria, prima di tutto. E poi perché la mia educazione formatasi in una famiglia di imprenditori mi impediva di abbracciare il cliché del romanziere squattrinato. Non mi sarei mai messo a scrivere con i soldi di papà».
Ha pubblicato una raccolta di poesia e l’ha intitolata Postumo in vita. Dentro c’erano minuzie, c’erano insetti e fili d’erba, c’erano cani, c’erano molte finestre. Oppure c’erano cose enormi e insopportabili, come l’amore, come il cancro, come Dio. Mario Soldati disse che erano belle ma che per essere riconosciute dall’élite letteraria avevano un difetto: si capivano.
E c’era il tennis, chiaramente. Una si chiamava Sporting life:
Destinato per nascita/ alla squadra cattolica/ prestato ai Sufi grazie/ a un angelo custode/ riserva degli Agnostici/ a fine di carriera/ tifoso di Dei Agresti/ disseminati in India/ finalmente costretto/ da cuore e da ragione/ a tifare per Budda/ e infine solo/ anche perché/ disse un mio vecchio coach/ nel peccare e nel credere/ solo/ sarai tutto tuo
In un altro verso Clerici definiva il suo cuore un vecchio palmer, come quello della ruota di una bicicletta al Tour de France. Un altro era questo:
Ascolto il mio respiro/ ripenso alla mia vita/ fallita/ Ma ci vuole pazienza/ Almeno la bellezza/ l’ho capita
testimoni Nicola Pietrangeli
➣ Nicola, può raccontarci Gianni Clerici?
«Un sentimento: gagliardo, come si dice a Roma. Gianni era Gianni. Come faccio a raccontarvelo? Solo chi l’ha conosciuto può capire la sua grandezza, non si riesce in poche righe».
➣ Proviamoci, iniziando da quando siete cresciuti insieme.
«Sì, lui a Como e io a Roma, città diverse ma il tennis ci ha fatto incontrare. Ci conoscevamo da settant’anni. Aveva tre anni più di me, pensate che mi aveva anche battuto una volta, sul campo: credo fosse un match di prima categoria». – intervista di paolo rossi, la Repubblica
Clerici raccontato da sé stesso
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«Il calcio, veramente, cominciò a farmi schifo negli Anni 60, quando scrissi una cosetta che si chiamava Fuori rosa, un romanzo sul declino di un campione che va a giocare in provincia, Bergamo o Brescia, il libro non lo dice, a occhio più Brescia che Bergamo, poi neanche più lì, infine ritrova un suo vecchio compagno, questo amico lo ospita e quando va ad allenarsi, perché lui ancora gioca e il protagonista invece no, quell’ altro non può fare a meno di scopargli la moglie. Mi chiamò Rivera, che conoscevo da quando andavo a scrivere le cronache di calcio sul Giorno, stile ironico e brillante, beh abbastanza, così mi mettevano di servizio nelle partite importanti, se possibile non lontano da Como, la mia città, e mai quelle di Inter e Milan che spettavano a Brera, oltretutto assai più bravo di me. Rivera, dunque: mi disse “bellissimo libro, ma tra noi giocatori una cosa del genere non accadrebbe mai“. Ci credeva pure. Io amo altro, per esempio gli alpini, sono stato conduttore di muli nel Quinto, anche se ero un signorino ricco possedevo la mia identità. Così andai dai miei capi al Giorno e dissi: da oggi non scriverò più di calcio. Passai allo sci, adoravo i fondisti che mi ricordavano gli alpini e i discesisti perché sono matti. Scrissi anche di basket fino all’arrivo degli ultras nei palazzetti, quindi tornai dai capi e feci loro presente che da quel giorno non avrei più scritto nemmeno di basket. Il tennis è stato un modo per difendersi dalla vita seria. C’era questo problema della morte, a vent’anni si pensa a certe cose, io mi ero messo in testa di diventare monaco in Thailandia… E invece di pensare alla morte, cominciai a giocare a tennis» . (a Maurizio Crosetti, Repubblica Torino)
“Allevato con amore, forse eccessivo e con poca disciplina. Lasciato libero di frequentare il liceo, di ritirarmi da scuola per tentare l’avventura del tennis, di iscrivermi all’università, per abbandonarla e poi riprenderla”, così si è descritto in Quello del tennis.
Si è raccontato in diverse interviste, e adesso nel fare e confondere di momenti simili, sono andati perduti gli appunti con alcune delle fonti. Vado a memoria. Con calma, più tardi, usciranno fuori. Comunque, il Clerici raccontato da sé stesso, fa così:
«Fondamentalmente io sono un vigliacco. Un vigliacco con infinito coraggio. E quindi sono un ossimoro. Mi hanno arricchito i viaggi. Le amicizie. La possibilità di vincere la mia pigrizia. Quando sto in una città per un torneo spesso finisco per andare a vedere una mostra che altrimenti non avrei visto. E insomma, sì, probabilmente il tennis mi ha arricchito. Denis Lalanne ha scritto sull’Equipe che il tennis è una lente d’ingrandimento della vita. Sebbene pensi che possa essere vero anche il contrario, è una definizione che faccio volentieri mia. Sei felice se hai fatto felice quelli che ti hanno incontrato nella vita. Questa è la felicità». (alla rivista della federazione Supertennis Magazine, 2005)
«E pensare che li immaginavo rotondi, quasi morbidi i miei novant’anni. Sono invece spigolosi, acuminati come ferri da calza. La vecchiaia porta unicamente con sé il senso della perdita. La perdita di troppe cose. Un giorno ti svegli e non sai più fare un gesto che hai compiuto prima di allora milioni e milioni di volte: chiudere l’ultimo bottone al collo della camicia, annodare la cravatta, allacciare una stringa. Il tempo non regala nulla, neppure la saggezza. È una continua ineludibile sottrazione. Tre sono le pene più grandi con cui ci affligge la prestanza fisica che se ne va, la deambulazione che diventa periclitante e il sesso che si trasforma in rinuncia». (a Dario Cresto-Dina, il Venerdì, 2020)
«Ho avuto uno psichiatra di fede buddista che in gioventù provò a curarmi? Ricordo che a un certo punto sia lui che io decidemmo di farci monaci e andammo a trovare a Roma il professor Giuseppe Tucci per regalargli una sciarpa di raso bianco. Era un modo carino per chiedergli un consiglio su che cosa fare delle nostre vite spirituali. Ci scoraggiò. Ci disse: “figlioli ma che cosa pensate di fare? Non conoscete la lingua, non avete nessuna idea del popolo e per giunta davanti a un loro mantra vi perdereste come bambini nella foresta. Se proprio dovete, fate come me: studiate l’Oriente. Il buddismo più che una religione è un’etica. La differenza è notevole. Come tra una bistecca di tofu e una di manzo. Religiosamente sono sempre stato un inquieto. Pensi che a un certo punto ero diventato ismailita. Ma questo non lo dica. Potrebbero fraintendermi. Non mi prendo mai troppo sul serio. Se lo facessi mi sentirei un uomo disperato».
«A volte dò l’ impressione del flâneur, ma provengo da una stirpe di imprenditori. Mio padre commerciava con il petrolio. Dopo la laurea ho lavorato con lui per due anni. E non mi divertiva sapere al mattino le quotazioni del greggio in Arabia Saudita. Finché ho deciso. Sono andato dal vecchio e gli ho detto che quella roba non era per me. Volevo fare lo scrittore. Ma non avendo il coraggio di confessarglielo, mi limitai a un meno rischioso: “vado a fare il giornalista”. Un giornalista descrive la realtà. Uno scrittore ruba dalla realtà e dagli altri sapendo che ciò che prende potrà essere nuovamente donato. Più che un Robin Hood lo scrittore è come un malato affetto da sonnambulismo. Ero andato a Copenhagen ad intervistare, fuori dalle mie competenze sportive, il regista Theodor Dreyer. Degli amici mi segnalarono che poco distante abitava Karen Blixen. Tramite il suo editore inglese, riesco a farmi ricevere da questa vecchia signora che mi accoglie in giardino, sotto un ombrellino, vestita tutta a modo di pizzi bianchi. E la prima cosa che mi dice squadrandomi è: guardi che non rilascio interviste. Mi sarei messo a piangere. Avevo di fronte la più grande scrittrice vivente e non sapevo più che fare. Poi, timidamente le sussurro che anch’io avrei voluto scrivere, che anzi qualcosa avevo scritto ma che dopotutto non sapevo bene se continuare. Lei mi ferma con il gesto di una mano affilata e magrissima. Mi guarda e bruscamente commenta: il momento buono per scrivere è quando non ci si ricorda più se una cosa che lei ha scritto è veramente accaduta o se l’ ha soltanto immaginata. La letteratura confonde memoria e desiderio».
«La viltà fa parte di quella paura del fallimento che del resto avevo già vissuto come campione di tennis. Ci vorrebbe Padre Freud per entrare nei meccanismi di questa paura che mi sono trascinato fin da giovane. Pensi che ero perfino convinto di essere impotente, fino a quando, dopo due mesi di analisi, il mio amico psichiatra, che mi aveva in cura, mi porta a cena e mi dice: “Gianni, non sei impotente, sei solo un cagasotto“. Ero fortissimo nel doppio, ho vinto sei grandi tornei. In fondo mi sentivo confortato dalla presenza dell’ altro. Sono cresciuto oltre che con il marchio di infamia del giornalista sportivo, con quello dell’omosessuale. Questa tenue vocina che sta ascoltando non ha aiutato. Certe frequentazioni poi – Zeffirelli, Visconti, Arbasino, Luigino Gianoli il più grande scrittore di cavalli – neppure. Con loro, a volte si mangiava assieme, discutevamo. Ero accettato, sebbene non fossi omosessuale. Quella sulla volèe di McEnroe è stata una battuta per ridere, non mi arriva la tessera dell’ arcigay? Ero diventato frocio onorario!»
«Il tennis è stato una specie di Io interiore che forsennatamente lavora dentro di te. Il mio psichiatra, che amava il tennis, diceva che i tennisti sono degli squilibrati. Persone afflitte da disturbi seri. E sperano inconsciamente di trovare nel tennis la soluzione alle loro angosce. A volte stai dentro il campo quattro cinque ore. è una traversata del deserto. In certi momenti vorresti mollare tutto e andartene. Il solo sport che riesco ad accostargli è la maratona. Quando arriva la crisi, devi rifare i conti con la tua identità, con le tue forze, con la tua testa».
«La brigata che ha arrestato Mussolini era la “Cinquantaduesima, Luigi Clerici”, un mio parente. Anche mio padre partecipava. Ricordo che gli portavo i mitra sovietici nascosti nella borsa da tennis. Un giorno stavo per essere scoperto. Avevo 14 anni e oggi non sarei qui a raccontarmi. Forse sono un cattivo italiano».
Clerici raccontato da chi lo ha conosciuto
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coriandoli Cosa si scrive stamattina di lui
Dario Cresto-Dina su Repubblica lo racconta interprete di “un giornalismo romantico e prossimo alla letteratura quasi scomparso e sarà per questo motivo, quello di essere una delle ultime tigri bianche, che ha deciso di lasciarci in punta di piedi svanendo un poco alla volta. Gianni era un uomo elegante e buono che dissimulava i gesti d’affetto, perché considerava la discrezione il tratto migliore del valore. Orgoglioso di sé, possedeva la cinica onestà di chi è consapevole del proprio talento ma finge con studiata malizia di essere un cronista tra i tanti. Aveva smesso di viaggiare per tornei. Li sognava. I ricordi della vita, diceva, arrivano di notte, per non farsi acciuffare. Sogni ricorrenti nei quali vedeva se stesso preparare la valigia: i quaderni per gli appunti, i ritagli di vecchi giornali, la matita blu e quella rossa, la macchina per scrivere, la racchetta, il biglietto aereo per Londra. Sembrava un personaggio inavvicinabile, un principe vestito di cristallo cresciuto tra agi familiari e sicure finanze, era invece una persona semplice, carnale e fragile come il parroco di campagna di un suo libro, un prete bello che parlava in dialetto comacino e che si spogliò della tonaca per una passione d’amore. Ah, le passioni, diceva Gianni, sono le uniche cose con cui vale la pena scappare, non certo morire”.
◇ Leonardo Coen sul Fatto quotidiano dice che “ha inventato un modo (il linguaggio “lombardese“, come lo definì Maria Corti) e un mondo per narrare il tennis che aveva praticato con discreto successo, per poi descriverlo “da ladro tennista coi tennisti”. Quando lo leggevi, non cercavi il risultato. Ti affascinava la trama dell’incontro, le storie dietro. E le vite intrecciate dai set. Che gli sia lieve la terra (rossa)”.
◇ Paolo Garimberti ricorda di quando per il colloquio con Scalfari a Repubblica “arrivò indossando un abito di lino bianco, in testa un panama di grande valore e una valigetta di cuoio degna di un viaggiatore dell’Ottocento. Il colloquio durò moltissimo, tanto che Rocca e io eravamo preoccupati che qualcosa fosse andato storto. Invece Scalfari era rimasto incantato dalla cultura letteraria di Gianni, oltre che dal suo panama. E alla fine del lungo incontro mi disse, con un tono quasi di rimprovero: «Ma questo è un letterato, non un giornalista sportivo»”.
◇ Nelle pagine di Cultura de la Stampa, Stefano Semeraro ha scritto che “da giovani volevamo essere Gianni Clerici. Possederne il tocco, la leggerezza mista alla profondità che hanno solo i fuoriclasse. Volevamo capire il segreto del ritmo, della luce che usciva dai suoi pezzi, tanto simile a quella irrequieta e variabile di questi giorni sopra Parigi, sopra il nuovo Roland Garros, sciccosissimo, moderno, una chicca da archistar – che poi chissà se gli sarebbe piaciuto. Per lasciarci orfani, noi tutti innamorati fradici di tennis, Gianni ha aspettato che Nadal disegnasse un altro pezzo di storia nello spazio che era stato dei quattro Moschettieri francesi, Lacoste & Co, e soprattutto della Divina Lenglen, la sua Lenglen. se ne è andato a 91 anni, con un gesto silenzioso, bianco, scivolando con la solita classe nella storia che lui stesso ha contribuito a scrivere. Un amanuense raffinato, devoto e insieme disincantato, con una dose di Nabokov, una di Arbasino, suo ex compagno di classe, e molte di Evelyn Waugh – il suo vero doppio – capace di scovare e tramandare storie, di riconoscere le reincarnazioni del Budda del tennis. Se Gianni è riuscito a raccontarla così bene, questa disciplina mistica e freudiana che si pratica con la racchetta e lottando contro se stessi, con infinita grazia, passione da archeologo e obiettività da entomologo, è perché ha saputo anche vivere. Di Clerici, sia chiaro, non ce ne saranno altri”.
◇ Federico Ferrero, che come Semeraro gli è stato molto accanto in giro per tornei nel mondo, scrive sul Domani che “il Gianni (con l’articolo, come si fa dalle sue parti) sarebbe potuto essere tutto, o anche nulla. La carriera Atleta (disputò il primo turno a Wimbledon 1953), scrittore, giornalista, autore teatrale, commentatore tivù con il sodale Tommasi, ma anche quasi deputato per volontà di Marco Pannella, quasi disegnatore, quasi botanico, quasi mercante d’arte. Come ogni provocatore raffinato, sapevi discettare delle mutandine di Steffi Graf e dello Swann di Marcel Proust con identica disinvoltura. Quando in tivù inauguravi le celebri telechiacchiere con «Bongo Bongo Bongo, stare bene solo al Congo», te la ridevi degli indignati e indicavi nella «assenza di ironia, la vera volgarità». La volta che non ti ho più visto farti a piedi i tornanti dal Jimmy’ z all’adorato Country club di Monaco, che il cupo giacobinismo dei tuoi presunti epigoni rievoca solo per ricordare quanti tennisti ci aprono un conto pur di schivare il fisco, ho capito che qualcosa non andava. Tu che ancora sracchettavi e nuotavi a novant’anni, perché la vita sul divano non era vita”.
◇ Massimiliano Castellani su Avvenire ne ricostruisce il percorso letterario, quello dell’autore e del lettore. Racconta che “i suoi versi furono apprezzati dal poeta laureato, l’elegiaco cuore interista Giovanni Raboni. Per Italo Calvino, Clerici è stato semplicemente «uno scrittore prestato al tennis». Trasformista fregoliano, sfugge ad ogni catalogazione, assurgendo a unico biografo all’altezza del suo personaggio. Ha saputo inseguire la traiettoria della pallina e al contempo uscire dalle righe del campo per viaggiare, conoscere, interrogare uomini e donne di tutte le fedi, forte anche di una laurea in Storia delle religioni. Il tennis con la penna dello Scriba, a tratti del match ha rimbalzato tra la letteratura e l’ascetismo mistico alla Siddharta, eroe del suo amato Nobel personale, Hermann Hesse. Salì apposta nella vicina e ticinese Montagnola, per conoscerlo de visu. E dei tanti libri letti, la risposta al suo mestiere di vivere, l’ha trovata proprio in un paragrafo hessiano di Da una biblioteca della letteratura universale. «L’attività di un cosiddetto libero scrittore è considerata oggi una “professione”, probabilmente perché esercitata come un mestiere qualsiasi da molti che non hanno per essa alcuna vocazione Perciò ogni libero scrittore trova difficoltà a orientarsi nella sua ambigua situazione, a metà tra il redditiere e lo scrittore non libero, e cioè il giornalista»”.
Non ci siamo mai amati, abbiamo avuto idee diverse su molte cose ma il rispetto e la considerazione sono sempre stati al primo posto nei nostri rapporti. Ciao vecchio scriba. Ciao Gianni | @ Paolo Bertolucci
◇ Marco Ciriello, in Cultura su il Mattino, ricorda alcuni dei soprannomi che Clerici ha dato a giocatrici e giocatori incrociati lungo il cammino. Come maschere di una commedia dell’arte, c’erano Stefanello Edberg e Gattone Mecir, c’erano Neuro Cané e Lolita Kournikova, c’era Giunone Davenport, e allora dice Ciriello che “come i veri grandi scrittori prestati o no allo sport, stava nei dettagli, che dall’erba diventavano la Foresta Amazzonica, amava il racconto dove ribattezzava uomini, flora, fauna, tennisti, montandoli in musica, con piacevolezza, classe e umorismo tenendo insieme Oscar Wilde, Bernard Shaw, Evelyn Waugh, tanto da considerare il «Gruppo 63» un sindacato. Clerici, apparteneva alla generazione di giornalisti che vedevano crescere i tennisti lo mandarono a cercare Chang, se ne tornò con Sampras, li scoprivano, discutevano con i genitori e allenatori e David Foster Wallace, e poi ne facevano letteratura. Non ha vinto Wimbledon e nemmeno il Nobel, ma ha fatto ace alla Storia del tennis, scrivendo”.
◇ Sulla prima pagina del Corriere della sera, nella sua rubrica quotidiana, Massimo Gramellini dice che “se oggi un adolescente mi chiedesse chi sia stato Gianni Clerici, gli direi: che cosa ti sei perso. Lui era la prova che il talento è come l’amore, un dono che può annidarsi in luoghi improbabili, per esempio nell’individuo più sbadato dell’universo. Clerici ha passato la vita a perdere tutto ciò che umanamente si può perdere – chiavi, biglietti, passaporti, biglietti dentro i passaporti – ma non ha mai perso la faccia e tantomeno sé stesso. Sosteneva che solo due accidenti gli avevano impedito di diventare Scott Fitzgerald: l’uso della lingua italiana, ignota oltre Chiasso, e l’identificazione con il tennis, di cui era il massimo cantore al mondo. Per molti intellettuali seduti, il giornalismo letterario sportivo è sempre stato un genere minore, anziché la prosecuzione di Omero. Clerici poteva anche dimenticarsi di scrivere chi avesse vinto la partita, ma la verità è che dopo aver letto il suo pezzo ti sentivi meglio”.
◇ Anche il Corriere dello sport-stadio gli dedica un richiamo in prima pagina e con Giancarlo Dotto ricorda: “Era nato nel 1930, lo stesso anno di Neil Armstrong, il primo uomo a posare piede sulla luna, l’anno della prima proiezione a Berlino de L’angelo azzurro, il film che fa conoscere al mondo Marlene Dietrich, la diva più lunare di ogni tempo, l’anno della prima coppa del mondo in Uruguay. Avendone viste così tante di cotte e di crude, di belle e di orride, avendone raccontate più di quante ne avesse viste, per via della sua straripante vena da affabulatore, un giorno, improvvisamente, si è sentito vecchio e se n’è andato, chissà dove. Ci resta Rino Tommasi, ma chi sa quanto distante da sé, dal mondo e ora più che mai dal suo amico. Così diversi i due da risultare così intimi, Raffaello e Michelangelo, a cesellare la pietra e a scolpirla. L’uno che rilanciava l’altro nell’affinità dell’inconciliabile. Come Roger Federer, i due ci hanno dato il tempo di abituarci alla mancanza”.
◇ Franco Arturi per la Gazzetta dello sport ha scritto che “con Clerici perdiamo lo sciamano che incanta gli incolti davanti al fuoco con le sue storie fascinose, o più semplicemente chi aveva la pazienza di raccontarci una favola quando avevamo l’età per ascoltarla. Per questo lo si amava, prima ancora di applaudirlo. E non vedevamo l’ora di leggere come quel tal giorno, vagando per i campi secondari di Parigi o New York, si fosse imbattuto nel talento degli allora sconosciuti Sampras o Evert o Borg, rivelandone l’esistenza ai confratelli della setta tennistica. Gli credevamo sulla parola. Era un po’ snob, certo, soprattutto per il marcato distacco da ogni altro sport, calcio in primis, ma spesso sembrava recitare con classe quella parte piuttosto che esserne schiavo”.
◇ Leonardo Iannacci su Libero lo chiama un fiorettista dell’italiano e Piero Mei sul Messaggero ricorda che “raccontava di essere arrivato a Wimbledon dopo un interminabile viaggio in Topolino da Como a Londra. Un viaggio affascinante per lui, come i sentieri dei contrabbandieri del comasco che andava a percorrere perché voleva raccontare quegli sportivi veri. I musei erano la ragione per cui voleva farsi tennista: ai tempi suoi si girava il mondo non tra alberghi e campi d’allenamento, ma anche per cultura”. Maurizio Crippa sul Foglio ricorda le sue telecronache, di quando commentava Gabriela Sabatini “con ammicchi e sospiri che oggi costerebbero, almeno, un lagnoso editoriale. (Il suo ultimo libro, del resto, si intitola 2084. La dittatura delle donne). Il tennis è il più crudele dei giochi, lo sport della solitudine per eccellenza. Nessuno come Gianni Clerici ha contribuito a farlo conoscere al grande pubblico, a decifrarne il linguaggio segreto”.
testimoni Adriano Panatta
➣ Il tuo rapporto con i mass media non deve essere stato facile negli anni in cui eri sotto i riflettori.
«Non solo io ma tutta la squadra, abbiamo avuto i giornalisti di tennis contro. Specialmente due soloni come Gianni Clerici e Rino Tommasi. E, a parte qualche rara di eccezione di libertà intellettuale, gli altri si lasciavano influenzare da questi due. Oggi la stampa è molto più ben disposta verso giovani come Berrettini e Mosetti. Non dico che all’epoca mia non meritavamo le critiche, ma non ci faceva piacere leggere cose dure scritte con disprezzo e classismo…».
➣ Classismo addirittura?
«Sì, perché eravamo quattro ragazzi provenienti da famiglie modeste: figli di custodi, di ferrovieri, Zugarelli era cresciuto nella strada… Quel tipo di giornalisti, invece, pensava che si potesse essere intelligenti solo con una laurea, mentre sappiamo benissimo quanti coglioni laureati ci sono in giro. Noi abbiamo sdoganato il tennis dei club, dei circoli un po’ chiusi, luoghi in cui l’italiano medio aveva pudore a entrare perché non si sentiva a proprio agio. Con le nostre vittorie abbiamo contribuito al boom del tennis e tutti hanno iniziato a giocare. Ecco, se c’è un grande merito, al di là delle coppe vinte, è stato rendere il tennis uno sport democratico, per tutti». – intervista di bruno di marino, Alias, sabato 5 giugno 2022
◇ Antonio Dipollina, critico televisivo di Repubblica, racconta proprio di quel tratto di strada che lo ha portato al grande pubblico. “Tommasi volle Clerici accanto e Silvio, che era una sorta di perfezionista intriso di luoghi comuni banalissimi – quelli che funzionavano con la gente che tornava a casa in tutta fretta perché li aspettava il Biscione – non era contento. Clerici, con quella vocina, ma perché? Tommasi resistette, forse gli mostrò pure qualche statistica. Alla fine vinse e fu, appunto, l’epopea del tennis in tv che era, oltre al tennis in tv, soprattutto Tommasi e Clerici alla tv. Erano Broadway applicata alle telecronache. Il dubbio, ovvero la certezza, è che ogni singola telecronaca di allora potrebbe essere stenografata e diventare il capitolo di un libro imperdibile. Richiami, rimandi, citazioni, divertimento, come due ragazzi irresistibili, come un film. Il resto lo faceva la perfezione di yin e yang. Nel 2002, era il 16 settembre, il New York Times uscì con una colonna che raccontava di una strana coppia di italiani al microfono, due che erano la realtà aumentata del grande tennis e che cantavano, scherzavano, raccontavano e al tempo stesso spiegavano tutto alla perfezione: “In confronto a loro – recitava l’articolo – John McEnroe è un personaggio appena appena vivace””.
◇ La federazione italiana tennis dedicherà a Clerici la sala stampa degli Internazionali d’Italia. Con uno sforzo in più si poteva fare pure un campo. Nel 2005 sul magazine federale, Giancarlo Baccini scriveva: “L’episodio che chiarisce tutto sul conto di Gianni Clerici è accaduto nel 1971. Durante la finale degli Internazionali d’Italia fra Laver e Kodes ci fu una contestazione proprio sotto alla tribuna stampa del Centrale del Foro Italico. Né l’arbitro, né i giudici di linea né i due giocatori riuscivano a mettersi d’accordo su quale fosse il segno lasciato dalla palla. Clerici, che invece aveva visto benissimo, saltò in campo per indicare quello giusto. Era giugno, e lui portava bermuda color kaki, canottiera rossa e cappello da cacciatore bianco con tanto di striscia di leopardo. Eppure tutti si fidarono”.