Lindsey Vonn è tornata grazie a un robot

Due anni fa Lindsey Vonn zoppicava. Oggi è di nuovo sul podio quasi ogni fine settimana. Il ritorno non era nei programma, non all’inizio. L’intervento dell’aprile 2024 aveva un obiettivo molto più modesto, vivere il resto della vita senza una fitta costante, senza il passo corto di chi ha consumato muscoli e legamenti. Poi il dolore ha smesso di farsi sentire. E l’idea di Cortina ha iniziato a prendere forma.

Matthew Futterman, su The Athletic, racconta la passione di Lindsey Vonn nella sua duplice accezione di calvario e di fuoco acceso, un esperimento in tempo reale
Non esisteva alcun precedente clinico a cui aggrapparsi: nessuno aveva mai sottoposto una protesi parziale di ginocchio alle sollecitazioni estreme di una discesista d’élite, a quelle forze che in due minuti comprimono, torcono e colpiscono l’articolazione con una violenza che la medicina è abituata a studiare solo dopo i traumi, non durante la competizione.

I chirurghi non avevano percentuali da offrire. Nessuno studio longitudinale, nessun altro caso comparabile. Martin Roche, che l’ha operata in Florida, e Thomas Hackett, che la segue a Vail, sapevano solo di entrare in un territorio sconosciuto. E Vonn con loro.

A sorprendere non è stata soltanto la velocità con cui è tornata competitiva, ma il fatto che il ginocchio nuovo sembri in grado di reggere meglio di quello vecchio. Otto gare di Coppa del Mondo, due vittorie, sette podi. Comanda la classifica di discesa. È la favorita per l’oro olimpico anche in Super-G, e forse forse pure per la combinata.

Chi la conosce meglio dal punto di vista anatomico ammette che ciò che sta accadendo va oltre ogni previsione ragionevole: non perché la tecnologia fosse inadeguata, ma perché nessuno aveva mai visto materiali artificiali sottoposti a un tale carico di stress mantenere stabilità, sensibilità e risposta muscolare a questi livelli.


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Il segreto non sta solo nel titanio. È il tipo di intervento. Non una sostituzione totale, ma parziale, una sola camera del ginocchio riparata e le altre lasciate intatte. I legamenti naturali conservati abbassano il rischio e consentono più controllo. Il problema era la precisione. L’occhio umano poteva non bastare. È stato necessario usare un robot, capace di leggere la rotazione specifica di quel ginocchio, l’allineamento e la tensione, la qualità dell’osso. È servito inserire l’impianto come un incastro. Quando Vonn è arrivata sul lettino operatorio, il quadro era compromesso da due ricostruzioni del crociato, una fallita, la cartilagine era consumata e il piatto tibiale segnato. Roche racconta il suo lavoro a The Athletic usando l’immagine del battistrada di uno pneumatico finito. Vonn stava girando sul cerchio. Ma il resto teneva. Ed è bastato.

Nel giro di poche settimane ha recuperato un’estensione che non aveva da anni, riattivando quadricipiti e polpacci come se il corpo avesse solo aspettato il permesso per tornare a funzionare.

Il suo allenatore, Chris Knight, non sapeva come programmarla. Non sapeva quanti giorni consecutivi potesse reggere. Ha scoperto che erano più di prima. Molti di più. Il professor Roche guarda le gare di Vonn con un misto di orgoglio e di apprensione. I cento all’ora non sono una metafora. Ma si fida di ciò che ha contribuito a costruire. Questo caso, per lui  – dice Futterman – non riscrive le regole della chirurgia, ma costringe a rileggerle: dimostra che la durata di un impianto non dipende solo dal materiale, ma dalla preparazione di chi lo riceve, da quanto lavoro muscolare precede e segue l’operazione.

Vonn è in contatto costante con il suo team medico. I chirurghi saranno a Cortina. Non per fare da garanti di un miracolo o per papariarsi [in Partenope: vantarsene, galleggiare in una vanteria o nell’ozio come delle papere], ma come osservatori di un corpo che sta mettendo alla prova quel che la medicina credeva di sapere. Sarebbe stato più semplice fermarsi. Ma ora, per la prima volta da più di dieci anni, Vonn ha due ginocchia che rispondono. 

 


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