La Svezia che c’era intorno alla culla di Stefan Edberg

 

  Il 19 gennaio nel 1966 è un mercoledì e il governo italiano sente la necessità di un chiarimento dopo la sortita di Fanfani alla Camera. Il presidente della Repubblica Saragat si è trattenuto per un’ora con Nenni dopo aver visto Moro. Il Quirinale diffonde la versione di “colloqui normali” ma cresce l’agitazione. Rumor vuole che la Dc si presenti compatta a un tavolo di verifica del governo, e insomma Palazzo Chigi balla.

Nel giro di quarantott’ore in Vietnam siamo passati da spiragli di pace a settemila nuovi soldati americani sbarcati, quattromila fucilieri e tremila marines che portano a 190.000 il totale delle truppe USA a Saigon e dintorni. Dalle cronache italiane sbuca la bizzarra notizia di “un cavallo morto che ha morso un macellaio imolese”. Una residua contrazione nervosa ha fatto chiudere la mandibola all’animale sulla sua mano sinistra. Il Corriere della sera informa che già nell’aprile del 1961 lo stesso macellaio era stato colpito alla testa da un calcio sferrato da una mucca, pure essa già morta.

il libro su jfk

Non del Sessantotto alle porte in Europa ma di un Sessantotto spezzato in America si occupa invece il dibattito culturale. Il libro di Arthur Schlesinger jr. sui mille giorni di Kennedy alla Casa Bianca, appena uscito in Italia, viene accolto come qualcosa in più di una cronaca politica o di un memoriale scritto dall’interno. È un’opera che ambisce a restituire un’intera stagione della storia americana nella sua densità quotidiana, nei gesti minimi e nelle decisioni che hanno inciso sugli equilibri mondiali. La sua forza non sta solo nella competenza dello storico, ex assistente alla Casa Bianca, ma nel metodo narrativo scelto

“Il suo metodo, che applica la tecnica del teleobiettivo, crea una straordinaria intimità fra il lettore e i protagonisti della storia americana. Sappiamo a che ora si alza Kennedy; lo vediamo in camera davanti al vassoio del breakfast mentre i bambini rotolano sul tappeto” così scrive Piero Ottone sul Corriere della sera dopo una recensione di Indro Montanelli dei giorni precedenti. 

Questo avvicinamento produce un effetto duplice. Da un lato rende la politica comprensibile, abitabile, quasi domestica; dall’altro espone le figure della politica al rischio di perdere aura.

“L’osservazione ravvicinata, col teleobiettivo – scrive Ottone – non giova sempre alla grandezza dei personaggi. Il metodo analitico, quando sia applicato con stoica pedanteria, può anzi disintegrare la fama dei condottieri più famosi”.

È quanto accade anche a Kennedy, la cui figura emerge dal libro con luci e ombre, esitazioni, batticuori, errori iniziali e progressive assunzioni di responsabilità. Schlesinger non lo difende sempre. La sua partecipazione diretta all’amministrazione lo rende un cronista coinvolto e non neutrale, ma proprio questa mancanza di distacco assoluto contribuisce a restituire un’immagine più vera, meno monumentale.

“Non è però con l’arido bilancio dei successi e degli errori che si decide la grandezza degli uomini. La vera grandezza è un mistero. Dallas, infine, lo trasformò in un mito”.

 


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la nascita di stefan edberg La vera grandezza è un mistero sempre e in ogni ambito. Il 19 gennaio del 1966 la Svezia è dentro una crisi sociale e un dibattito politico. La crisi sociale riguarda la borsa nera degli alloggi.

“Alcuni profittatori sono arrivati a percepire tre milioni per un appartamentino”scrive il corrispondente del Corriere della sera da Stoccolma. Il dibattito politico dipende da una mozione firmata da 34 parlamentari, appoggiata dal premier Tage Erlander, per chiedere che sia studiata la possibilità di proclamare la repubblica nel paese.

È questa la Svezia dove in un piccolo paesino meridionale, Västervik, sta nascendo un bambino biondo che giocherà a tennis. Si chiama Stefan Edberg – e oggi compie sessant’anni. 

Perché Stefan Edberg è stato speciale non lo si capisce contando i suoi titoli Slam, comunque sei, ma osservando come stava in campo. Il suo tennis è stato un movimento continuo verso la rete, una idea di eleganza non decorativa, ma funzionale al gioco.

Tutto suggeriva misura e controllo. Anche nei momenti di massima pressione, Edberg dava l’impressione di non forzare mai la mano, come se il tennis dovesse risolversi per una naturale conseguenza. Calma, andrà tutto bene. Edberg è stato diverso da molti suoi contemporanei soprattutto nel rapporto con l’errore. Non reagiva. Lo accettava. Un punto perso da Edberg non produceva scosse teatrali, era come se facesse parte di un disegno più ampio e inevitabile.

In un’epoca che stava scoprendo il potere della forza, della resistenza e della corsa, Edberg è stato il penultimo interprete di un modello non più replicabile. L’ultimo sarebbe arrivato con Pat Rafter. Un tipo di tennis che non ha avuto più eredi diretti perché chiedeva qualcosa che il tennis moderno fatica a concedere: tempo e rischio. Andare a rete significa accettare il giudizio immediato del punto. Edberg lo faceva mentre il gioco gli stava cambiando sotto i suoi piedi. La finale persa al Roland-Garros con Chang gli tolse la chance di diventare il sesto uomo a centrare il Career Grand Slam, prima che si aggiungessero alla lista Federer, Djokovic e Nadal. Ma a distanza di decenni oggi quella partita appare per quel che fu, il passaggio da un’era a un’altra, da uno stile di gioco a un altro: se ne parla più compiutamente qui con una raccolta di citazioni di Gianni Clerici su Stefan Edberg.


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