
In fondo al corridoio di una casa in un sobborgo della Gold Coast, la signora Barbara avanza lentamente, appoggiata al deambulatore. George la vede, si ferma e le sorride. Non si incontravano da quattro anni. Hanno entrambi superato gli ottantacinque, la memoria è fragile, i movimenti incerti, ma quando si sono stretti le braccia, uno attorno al corpo dell’altra, il tempo e le cose hanno trovato un loro ordine.
George è Lazenby, George Lazenby, attore australiano, per un film è stato James Bond [Agente 007 – Al servizio di Sua Maestà], Barbara è sua sorella e l’incontro è stato organizzato dalla ex moglie di lui, Pam Shriver, l’ex tennista americana che giocò la finale degli US Open a 16 anni nel 1978, e poi tre semifinali a Melbourne, tre semifinali a Wimbledon, la finale di un Masters. Una ex numero tre del mondo, straordinaria doppista, con Martina Navratilova una delle coppie più forti di sempre, con 21 titoli dello Slam. Shriver e Lazenby hanno divorziato dopo tre figli, tre anni di battaglia legale e un ordine interdittivo. Ma oggi che il tempo ha addolcito le asprezze, Shriver ha organizzato per quel vecchio marito che fu Bond un viaggio che non aveva nulla di celebrativo e molto di pratico, fra sedili stretti dell’aereo, un corpo da sorreggere, una cura e un’attenzione continua per una persona che hai amato. Fin dove ci si può spingere quando chi ami è fragile, ma ancora desideroso di esserci?
Negli ultimi tempi la salute di George è peggiorata, ma una cosa è rimasta intatta: il legame con l’Australia e con la sorella. “La sua memoria a breve termine è imprevedibile: può rifare la stessa telefonata a distanza di due minuti. Ma quando si tratta della famiglia, delle cose importanti, quelle restano”, ha raccontato Pam Shriver in un articolo scritto in prima persona per il Telegraph.
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Il viaggio non è stato improvvisato. È stata necessaria un’autorizzazione medica. In aereo George andava svegliato ogni due ore per essere accompagnato in bagno. I figli hanno dovuto sorreggerlo, guidarlo e aspettare. Alla prima coincidenza, dopo appena quarantacinque minuti di volo, ha sorriso e ha detto di essere felice di essere tornato in Australia. Gli hanno spiegato che mancavano ancora quattordici ore.
L’ultimo tratto verso Brisbane è stato fatto in macchina, ma “una volta abbracciati, non volevano più lasciarsi” ha raccontato Shriver. George è stato sistemato nella stessa struttura della sorella, in una stanza che ha permesso loro di condividere tre settimane di quotidianità. Due deambulatori negli stessi spazi. Qui, racconta Shriver, George ha cominciato a telefonare di meno. In California lo faceva di continuo. In Australia si è messo in ascolto del richiamo degli uccelli, guardava gli alberi dal balcone, ha riso con i nipoti. Le storie dell’infanzia sono tornare nitide alla memoria: il paese di Goulburn, gli animali, le bravate a scuola.
“È questo che fa la demenza: conserva i ricordi profondi e cancella quelli recenti”, scrive Shriver, raccontando la telefonata in cui George, in preda all’ansia, non ricordava dove fossero finiti i soldi del viaggio. Li avevano messi in banca insieme. Bisognava solo dirglielo. Shriver ha scritto mentre incombeva il pensiero del ritorno. Santa Monica, per quanto lontana dai luoghi delle sue origini, è il luogo dove lui può essere seguito ogni giorno. L’Australia gli ha restituito una sensazione di libertà e una leggerezza improvvisa.
“Mentre scherzava con Barbara, non ha visto gli anni cadere via”. Come ha detto uno dei figli, guardando il padre: «Credo che non si renda nemmeno conto che i suoi capelli sono diventati grigi».