La resistenza del Milan alle spalle dell’Inter | Il Barnum del campionato

 

Nel mese in cui si sono sommati turni domenicali e turni infrasettimanali, finali di Supercoppa e turni di Coppa Italia, con il ritorno della Champions ormai alle porte, la Roma ha scardinato la partita di Torino con un attaccante che aveva ancora in qualche tasca la carta d’imbarco e le etichette dei bagagli dell’aeroporto, il Milan ha battuto il Lecce con l’unghiata finale di un tedesco arrivato in città tre giorni prima di Natale.

È il segnale di un divario che può essere scritto da strategie e disponibilità economiche, mentre Conte a Napoli si agita come una mosca sotto un bicchiere tra infortuni e mercato bloccato, mentre Spalletti a Torino oscilla tra innesti riusciti di idee e crisi di rigetto. Solo che in cima a tutti l’Inter ha vinto otto delle ultime nove partite giocate in campionato. Sarà pur vero che l’ultima l’ha persa nel derby con la seconda in classifica e che la sola pareggiata è arrivata con la terza, ma se resta implacabile con tutte le altre i 10 punti di ritardo della Juventus sono incolmabili, e pure i sei del Napoli.

Le resta nella scia il Milan, il solo club che lassù goda della medesima condizione del Napoli scorso. Non gioca le Coppe. Respira. Riposa. Se è solo un vantaggio scenico o un effetto placebo non lo capiremo mai, la sensazione è che la circostanza in mano a un allenatore esperto o scaltro [che sia Conte o che sia Allegri] lasci una traccia profonda sulla classifica.

Paolo Condò sul Corriere della sera fa notare che il Milan ha superato la sola fase della stagione con un affollamento di impegni [6 partite in 22 giorni], e adesso, beh adesso addirittura salterà una gara poco prima di metà febbraio, il famoso match con il Como che si era pensato di spostare in Australia (San Siro serve per l’inaugurazione delle Olimpiadi), e Allegri potrebbe persino mandare la squadra al mare a ritemprarsi come a volte succede nelle pause di Premier. È difficile prevedere quanto questo possa contare in chiave scudetto, ma nel crudele gioco a eliminazione che sta perseguitando diverse squadre (il Napoli perde due uomini a partita, il suo campionato pare Squid Game) chi gioca meno ha una chance in più.

La sua chance stavolta – come altre – è stata afferrata nel finale. In un campionato dove la maggioranza dei gol si segna degli ultimi 15 minuti più recupero [il 22% del totale], il Milan è il signore della finestra. Ha la migliore resa con 8 gol segnati e 2 subiti, seguono la Lazio con 8-3 e il Como con 8-4.

Stavolta, scrive Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio, Fullkrug con il suo gol ha evitato anche fiumi d’inchiostro e di parole sulla legge del contrappasso. Allegri, il profeta del corto muso, stava cadendo nella più spietata delle trappole. Sarebbe stata una beffa atroce per lui. Stava vincendo l’inutile partita delle statistiche. Il Milan ha chiuso col 69% di possesso palla, venti tiri a tre, expected goals 2,04 a 0,16. Ma tutto questo sarebbe stato aria fritta se il tedesco non avesse spinto in rete il cross dell’infaticabile Saelemaekers.

Fabio Licari sulla Gazzetta volteggia intorno al tema. Giochisti, risultatisti o allegristi, come diceva quella vecchia pubblicità? Aspettando risposte nel vento della rincorsa, il Milan va per la sua strada. Però prima, sottolinea Licari, Di Francesco per un tempo aveva neutralizzato tutte le armi di Allegri. Si sa che il Milan gradisce spazi ampi per le ripartenze, mentre la storia si complica davanti a difese ben piazzate. Ma il Lecce va oltre, con un sistema tattico che è quasi un manifesto della “liquidità” del calcio. Nessuno potrà mai dire con sicurezza com’era schierato, ma questo caos organizzato funziona.

Per il Corriere dello sport-stadio, il voto più alto va anche a Saelemaekers. Ha il merito di rompere il ghiaccio con la prima conclusione pericolosa della partita. Molte volte risulta essere poco lucido, ma è bellissimo l’assist per la rete di Fullkrug”. Il Corriere della sera ha invece dato 7.5 anche a Falcone, portiere del Lecce. Una parata di piede su Pulisic è l’unico esercizio fisico del primo tempo. Riflessi felini nella ripresa quando si supera su Ricci, ancora sull’americano, in un anticipo su Fullkrug e nel finale su Nkunku

 

 


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      il coniglio dal cilindro  Malen   

Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto che il brillante debutto di Donny Malen conferma la teoria, in voga dall’autunno, che la Roma fosse la squadra più semplice da migliorare. A giudicare dalla gara col Torino, battuto per la prima volta dopo due rovesci in campionato e in coppa, la capacità dell’olandese di tenere palla, dettare la profondità e restare freddo davanti alla porta ha restituito alla Roma una grammatica di gioco lineare, laddove la mancanza di un realizzatore all’altezza aveva costretto Gasperini a complicati percorsi alternativi. Le doti di Malen hanno esaltato Dybala (ed era ora che si rivedesse una star meno anziana di quanto sembri), e pure lo spezzone finale di Robinio Vaz, che non ha ancora 19 anni, è stato promettente. Sono acquisti che cambiano la prospettiva della Roma, non solo perché l’hanno riportata al quarto posto: il netto miglioramento della fase offensiva non è stato pagato a livello difensivo, il che conferma che si trattava di un problema individuale (Ferguson è acerbo, Dovbyk limitato) e non di sistema

Emanuele Gamba su Repubblica racconta così il poco edificante contorno: Sarebbe dunque stata una giornata perfetta se non l’avessero infangata i duecento ultrà, equamente divisi tra tifosi della Roma e della Fiorentina e con i volti nascosti sotto sciarpe e caschi, che si sono azzuffati sulla A1 all’altezza di Bologna, prendendosi a pugni e sprangate dopo aver mollato le macchine sulla corsia d’emergenza: era l’ora di pranzo e la guerriglia è durata non più di un quarto d’ora, ma immaginatevi l’assurda pericolosità di una battaglia campale ai bordi dell’autostrada. Il rancore nei confronti dei viola si è trascinato fino allo stadio, tant’è che nel minuto di silenzio in memoria di Rocco Commisso, dal settore romanista sono partiti degli insulti verso la Fiorentina.

  il contorsionista  Vincenzo Italiano  

Il più aperto al turnover dei nostri allenatori, Vincenzo Italiano, ha spiazzato tutti confermando per nove undicesimi la formazione che aveva battuto il Verona, forse per riconoscenza, probabilmente per fiducia verso la squadra che aveva portato il Bologna fuori dalle brume indecifrabile del post-Supercoppa, un imborghesimento – lo aveva definito lui stesso.

Ma dentro il frullatore che ci siamo detti, la scelta non ha pagato. Ne scrive Bruno Bartolozzi sul Corriere dello sport-stadio  parlando di decisione contro-intuitiva. Gli interpreti presumibilmente stanchi non hanno bissato la prova piena di velocità e spunti del Bentegodi. Sono stati surclassati proprio sulle fasce, zona del campo dove si pensa che il Bologna abbia un predominio strategico, viste le preferenze di gioco e il numero di calciatori specialisti in quei ruoli. A questa sorpresa si è aggiunta una difficoltà meno inaspettata e che però va oltre il prevedibile (e l’accettabile) in tutta la zona centrale. Protagonisti Casale e Heggem, senza che Freuler e Pobega abbiano aiutato molto. Anzi. Morale: il Bologna è diventato preda della Fiorentina sulle fasce e ha commesso errori decisivi al centro. Certi problemi erano stati registrati anche a Verona, ma i tre gol del primo Nella partita giocata con un pensiero a Rocco Commisso, il migliore è stato Fagioli – che da qualche settimana si è preso il centrocampo della Fiorentina e l’ha trasformato. In taluni momenti sembra Pirlo – scrive il Corriere dello sport-stadio – per come sa dirigere le operazioni, il suo primo tempo è da applausi. Un unico neo: perde il pallone dal quale nasce il gol di Fabbian

 

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