domenica 18 gennaio 2026
# 19 giorni a Milano-Cortina
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► LA SERIE A ha chiuso il suo sabato sera con la sconfitta della Juventus a Cagliari dopo le due vittorie per 1-0 dell’Inter a Udine e del Napoli con il Sassuolo. Emanuele Gamba su Repubblica scrive che “la tiepida illusione di un sogno a colori (tre colori, quelli dello scudetto) si è smorzata nella notte di pioggia e vento che ha spazzato la Sardegna e le residue ambizioni della Juventus, che ora ha dieci punti meno dell’Inter e dovrà dedicarsi a un unico e preciso obiettivo: il quarto posto, che oggi la Roma potrebbe toglierle e domani il Como insidiarle. La Juve ha sbattuto contro un muro. Yildiz aveva spesso tre uomini addosso e a un certo punto, frustrato, s’è lasciato cadere beccandosi un giallo per simulazione. la Juve ha provato a premere soprattutto di forza, alzando la pressione per recuperare palla alla svelta e rovesciando cross in area, ma per chi? David è tornato ai livelli di due settimane fa”.
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera: “Al termine di un pomeriggio stranamente tiepido, reso più rigido solo nel finale dalle folate scomposte dell’Udinese, Cristian Chivu si sbottona e lascia capire — per chi non avesse ancora chiaro il concetto — che l’Inter ferita da una stagione senza trofei ha quel qualcosa in più, che non si compra al mercato. Una fame di scudetto”. Quanto al Napoli, Conte si è presentato dopo la partita con la faccia disturbata da altri tre infortuni. E il mercato è bloccato.
◇ Larissa Iapichino ha aperto l sua stagione indoor con 6,93 nel salto in lungo alla prima prova. È una misura che vale la qualificazione ai Mondiali indoor di marzo in Polonia.
◇ Nicol Delago ha vinto a Tarvisio la prima gara di Coppa del mondo della sua carriera, undicesima Sofia Goggia. Giovanni Franconi è arrivato terzo nel Super-G di Wengen vinto da Odermatt.
◇ Il Settebello ha vinto con qualche fatica imprevista la prima partita della seconda fase agli Europei di Belgrado: 16-14 sulla Georgia. Domani c’è Italia-Grecia per il primo posto nel girone.
Le sorprese, come le disgrazie, di rado arrivano sole
Charles Dickens
La finale di un torneo senza sorprese
È andato tutto bene. È andato tutto liscio. È andato tutto così liscio da sembrare piatto. Per settimane la Coppa d’Africa è scivolata via senza strappi. I campi erano perfetti, le partite sono state tutte belle pettinate, le gerarchie non sono state mai intaccate. Un torneo che ha funzionato come doveva funzionare. Per questo rischia di lasciare poche tracce. Quando il calcio non inciampa mai, quando i favoriti avanzano senza scosse, la memoria fa selezione.
Può salvarci solo la finale di stasera, il Senegal contro il Marocco, oppure manderemo questa edizione in archivio senza troppo trasporto. È la lettura di Jonathan Wilson sul Guardian, una Coppa che è un paradosso riuscito. C’è stata qualità diffusa, ma poca vertigine. “In parte grazie alle eccellenti condizioni di gioco, è stata una Coppa d’Africa senza sorprese. Si è visto molto buon calcio, ma non moltissimo calcio memorabile” scrive.
È sempre la tentazione con cui guardiamo i grandi tornei internazionali. Devono restare. Chissà perché gli chiediamo pure che ci portino delle novità di qualche tipo. Un’epifania, una rivelazione, una innovazione tattica. La forza di un torneo, per esempio l’ordine, per esempio la pulizia, diventa il suo limite.
La finale rispecchia questa logica: la migliore squadra del Nord Africa contro la migliore potenza subsahariana. I padroni di casa, reduci dalla semifinale mondiale del 2022, contro una nazionale che ha raggiunto tre delle ultime quattro finali. È l’epilogo più razionale possibile. Anche troppo.
Il torneo è stato un sogno per gli organizzatori: 44 partite per arrivare ai quarti con le otto squadre più alte nel ranking del sorteggio. Ma qualcosa si è perso prima, dice Wilson. “Gli ottavi sono stati in gran parte un esercizio di stile, e ancor di più lo è stata una fase a gironi in cui sedici qualificate erano già note con sei partite ancora da giocare”. Il format, con due terzi delle terze classificate promosse, con criteri che privilegiavano gli scontri diretti, ha prosciugato la tensione. Un difetto che, avverte Wilson, non resterà confinato all’Africa: lo stesso meccanismo incombe sul prossimo Mondiale.
Il segnale forte è che per la prima volta dal 1965 tutte le semifinaliste erano guidate da allenatori africani [se ne parlava qui]. Pape Thiaw da una parte e Walid Regragui dall’altra hanno carriere formate in Europa, ma hanno radici africane. Il loro è stato un ritorno a casa con un bagaglio pieno.
“Per anni uno dei punti deboli evidenti del calcio africano è stata la gestione tecnica. Ora c’è finalmente una svolta, con l’abbandono dei tecnici itineranti europei a favore di allenatori locali” ha scritto Wilson. È una trasformazione lenta, ma irreversibile.
Anche i giocatori raccontano un continente che si muove lungo più traiettorie diverse. Molti sono nati fuori dall’Africa, sono i figli di diaspore che hanno attraversato Francia, Spagna, Benelux. Non si tratta di mettere in discussione le appartenenze, ma è la fotografia di un sistema di formazione europeo che lavora su scala industriale. Il Marocco ha scelto un’altra strada, investendo in casa: l’accademia Mohammed VI, aperta nel 2009, è diventata una fabbrica di élite e ha alimentato sia la semifinale mondiale sia i successi giovanili recenti.
In campo, la finale promette equilibrio. Il Marocco non è una squadra attendista, ma sa abbassarsi e colpire. Il Senegal ha mostrato una capacità rara di controllare il gioco senza esporsi. Le assenze di Kalidou Koulibaly e Habib Diarra peseranno. Dall’altra parte, Achraf Hakimi resta il volto più riconoscibile, ma sono Brahim Díaz ed Ez Abde ad aver inciso davvero. Le corsie laterali potrebbero decidere tutto. “La reputazione di un torneo non si fonda solo sulla qualità, ma anche su intrigo e dramma. La prevedibilità può essere segno di maturità, ma difficilmente resta impressa nella mente di chi guarda” chiude Wilson. Resta una possibilità sola: che l’ultima partita rompa lo schema e costringa la Coppa d’Africa a farsi ricordare.
Che cosa stanno leggendo in Europa
⬤ ⬤ ⬤ L’Equipe dedica la prima pagina alla vittoria del Lens sull’Auxerre e sul suo passo da record in testa alla classifica della Ligue 1, il granello che sta inceppando la trama del PSG. Sul soppalco la celebrazione dei due vincitori della Dakar: Al-Attiyah con le autoe e Benavides con le moto.
⬤ ⬤ ⬤ I giornali spagnoli si concentrano sulla bronca, la contestazione storica del Bernabéu al Real Madrid in occasione della prima partita casalinga dopo aver perso la Supercoppa col Barça e dopo l’eliminazione in Coppa del re. Il tema è sulle prime pagine sia di Marca sia di As. Munde Deportivo invece lo mette in mansarda e dedica la prima al Barcellona che gioca stasera con la Real Sociedad, alla ricerca della 12esima vittoria di fila. In dubbio Raphinha.
⬤ ⬤ ⬤ Oh, e veniamo a noi. Le prime pagine dei tre quotidiani sportivi ricordano tutte Rocco Commisso [qui ieri su Slalom]. “Il cuore viola” per la Gazzetta, “il dolore Viola” per il Corriere dello sport-stadio, “Viola per sempre” per Tuttosport. L’apertura della Gazzetta è dedicata all’Inter che ha vinto a Udine: “Lautaro canta”, mentre il titolo principale del Corriere dello sport-stadio è per la sconfitta della Juventus a Cagliari: “La mazzata”.
Una piccola comunicazione sulla newsletter
Il prossimo passo di Slalom
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Naturalmente, se lo avvertirai come un disturbo o se sentirai che questo spazio non ti interessa più, potrai cancellarti in qualsiasi momento, con un clic. Nessun automatismo opaco, nessun vincolo.
Colgo l’occasione per dirti con un minimo di chiarezza preventiva che a regime questa newsletter tornerà a essere a pagamento, come alla sua nascita e fino all’interruzione del maggio 2023. Una parte dei contenuti resterà free sul sito, un’altra parte sarà premium per i sostenitori di questo progetto di racconto che si sta espandendo – come avrai notato – anche ad altri ambiti della cultura di massa.
Non è una svolta improvvisa né una posa ideologica. È una scelta di realtà.
Intorno a Slalom cresce un mercato in cui contenuti, tempo, competenze e attenzione producono valore. Far finta che Slalom possa stare fuori da questa dinamica — come se fosse un hobby o un’eccentricità — non ha più senso, nel rispetto prima di tutto di chi legge e vuole scegliere a cosa dedicarsi. Per te significa riconoscere che quanto arriva nella tua mail ha un peso, un’intenzione e una cura. Per Slalom significa provare ad allargare il parco delle firme e dei contributi, stare sui social con una continuità professionale, muovere un passo verso una nuova fase aziendale.
Quando scatterà il passaggio, lo saprai senza forzature. Ma se fin da ora ritieni di non volere che la tua mail sia trasferita su Substack, puoi comunicarlo a digital@loslalom.it e lo staff provvederà a fermare la migrazione e l’invio mattutino.
Nel frattempo, grazie per aver letto fin qui — e per il tempo che scegli di dedicare ogni mattina a Slalom.
Grazie alle tante e tanti che ieri hanno avuto un pensiero gentile.
Un saluto, Angelo
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I temi del giorno
Il primo Manchester United che sembra il Manchester United
Prima delle rivoluzioni, prima ancora che qualcuno cambi qualcosa, certe giornate arrivano a modificare le percezioni, e le percezioni nel dibattito sono principi di realtà. Old Trafford, per esempio. Quando ieri a pranzo il Manchester United ha vinto il derby con il City è sembrato che qualcosa si fosse rimesso in asse. All’improvviso il Manchester United ha preso una fisionomia riconoscibile. Tutto qui. Non è tanto, non è poco. Il 2-0 ha il peso specifico delle partite che sembrano dire più del risultato.
L’effetto immediato del cambio in panchina è stato evidente. Michael Carrick, subentrato dopo l’esonero di Ruben Amorim, ha rimesso in moto meccanismi semplici e leggibili. La sua densità ha sorpreso anche Guardiola, costretto ad ammettere che lo United aveva mostrato qualcosa che il City non ha.
Oliver Kay su The Athletic dice che “come per magia, il vago concetto di stile Manchester United sembra essersi compiuto ancora una volta. Ecco, finalmente, una squadra dello United che ha difeso come se la sua vita dipendesse da questo, ha lottato per ogni pallone a centrocampo, ha attaccato così rapidamente e incisivamente che il City è stato fortunato a cavarsela con una sconfitta per 2-0”.
Carrick ha fatto scelte mirate. Ha richiamato Harry Maguire al centro della difesa, ha restituito il centrocampo a Kobbie Mainoo, ha avanzato Bruno Fernandes dentro un 4-2-3-1 che ha portato verticalità. Lisandro Martínez, dominante dietro, ha raccontato che il messaggio iniziale è stato uno solo: usare l’energia dello stadio. È successo davvero. C’era anche Alex Ferguson in tribuna.
La memoria recente dello United impone cautela. Old Trafford ha già vissuto molte albe ingannevoli, da Van Gaal a Mourinho, da Solskjær a Ten Hag, fino allo stesso Amorim, strappato a stagione in corso allo Sporting di Lisbona. Ci sono state altre vittorie pesanti in altre partite importanti, non sono mai diventate una linea continua.
Il City è apparso insolitamente fragile. Dalot ha rischiato l’espulsione nei primi minuti. Ma nulla cancella la qualità della prestazione dello United, probabilmente la migliore degli ultimi due anni, paragonabile solo alla finale di FA Cup vinta nel 2024. Carrick ha parlato di standard da rendere normali e di una continuità da trovare. come unica strada.
La trappola è immaginare che sia merito di chi conosce il club, il contesto e la lingua dall’interno come Carrick. La storia del DNA di cui parlava qualche giorno fa Jonathan Liew sul Guardian. La stessa trappola in cui il Manchester United cadde con Solskjaer. Per la prima volta dopo molto tempo, lo United non è sembrato una copia sbiadita di sé stesso. Mas è stata una partita. “Lo United è tornato” ha titolato The Athletic, solo che simbolicamente accanto al titolo ha messo un asterisco grosso così.
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Le analisi
“Lo sport per rafforzare l’immagine degli USA”
Il documento del Dipartimento di stato a Washington
Ci sono nove pagine in un cassetto che raccontano la distana tra l’America che ricordiamo e quella che vive sotto i nostri occhi, l’America che dava a tutti un’opportunità e quella che adesso le nega, l’America che ci ha regalato centinaia di stelle dello sport ma che adesso lo sport lo strattona, lo stira, lo usa per la sua propaganda.
Sono nove pagine classificate come “sensibili ma non riservate”, indirizzate alle ambasciate e ai consolati americani. Si intitolano Sports Diplomacy Playbook e spiegano come usare Mondiali, Olimpiadi e grandi eventi sportivi per rafforzare l’immagine degli Stati Uniti, attirare investimenti, presidiare organismi internazionali. È da qui che passa, oggi, una parte del lavoro del Dipartimento di Stato. Mentre l’amministrazione Donald Trump irrigidisce le politiche migratorie, il paese si prepara a ospitare i due eventi più popolari e globali. E lo sport, improvvisamente, diventa una pratica diplomatica quotidiana: visti, deroghe, liste, controlli, negoziazioni silenziose con governi alleati e federazioni internazionali. Nello Sports Diplomacy Playbook c’è un’idea piuttosto chiara di America. Lo sport è la leva del softpower. Nulla di nuovo, ma fa impressione scoprirlo negli USA.
Ne scrivono Nahal Toosi e Sophia Cai in un lungo reportage per Politico. Raccontano come il centro governativo di Foggy Bottom si sia ritrovata, quasi per necessità, a gestire una delle contraddizioni centrali dell’America di Trump, dover ospitare il mondo, mentre si alzano barriere per tenerlo fuori.
“Il playbook invita i diplomatici a usare il decennio dello sport per rafforzare l’immagine degli Stati Uniti, attrarre investimenti, riaffermare leadership nelle organizzazioni internazionali e impedire che potenze rivali sfruttino gli eventi sportivi come strumenti di propaganda”.
Il problema è che il progetto incontra la realtà delle politiche migratorie, con i divieti d’ingresso, le liste dei Paesi sottoposti a restrizioni, nuovi criteri di esclusione. Il Dipartimento di Stato — rimasto di solito ai margini di molte crisi geopolitiche — si ritrova improvvisamente indispensabile. Le ambasciate stanno rafforzando i consolati, sta nascendo un sistema di visti dedicato ai possessori dei biglietti, si chiede collaborazione ad altri governi per segnalare tifosi violenti. Allo stesso tempo, restano in vigore ordini esecutivi che colpiscono anche Paesi qualificati ai Mondiali. Le deroghe esistono, ma sono selettive, tutte revocabili e subordinate alla sicurezza.
“Ogni decisione sui visti viene trattata come una decisione di sicurezza nazionale, anche quando riguarda atleti, tecnici o funzionari che viaggiano per competizioni sportive” scrive Politico. Nemmeno le eccezioni sono automatiche. Giocatori e staff possono essere ammessi, ma non basta la convocazione: restano i controlli sui loro precedenti, sulle loro affiliazioni, sulle attività social. Un commento giudicato ostile agli Stati Uniti può bastare pr non entrare. Lo sport diventa così un corridoio stretto e la stessa FIFA si muove con cautela. Ufficialmente non chiede cambiamenti alle leggi del Paese ospitante, ma dietro le quinte pratica una diplomazia silenziosa con avvisi informali e mediazioni discrete. L’obiettivo è evitare che la politica trasformi il torneo in un incidente globale, scrive Politico.
“Nel playbook si raccomanda ai diplomatici di essere creativi, di usare anche eventi sportivi puramente domestici per promuovere il brand americano e allineare lo sport agli obiettivi strategici e sociali dell’amministrazione”.
Le nove pagine non sono un dettaglio burocratico. Il Dipartimento di Stato prova a dimostrare di esistere, l’America che ospita il grande sport fatica a decidere se aprire le porte o controllare chi bussa.
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Dai campi
Il dilemma del calendario femminile
La prima cosa che Emma Raducanu ha fatto, quando ha visto l’ordine di gioco dell’Australian Open, è stata guardare l’orologio. Non per sapere che ora fosse, ma per immaginare quando sarebbe potuta scendere in campo. A Melbourne, i tabelloni non dicono solo chi giochi contro chi. Raccontano pure che tipo di notte ti aspetta.
Raducanu è la campionessa dello US Open 2021, la testa di serie numero 28 dopo quattro anni segnati più dagli infortuni che dai risultati ed è stata programmata come ultimo match di giornata alla Margaret Court Arena, il secondo della sessione mattutina di oggi in Italia. Prima di lei ci sono Bublik e Brooksby, un incontro maschile potenzialmente lungo, uno di quelli che a Melbourne hanno costruito una tradizione, con cinque set che vanno avanti allo sfinimento, le ore piccole e il pubblico che si assottiglia.
«È molto difficile programmare una partita in queste condizioni. All’inizio reagisci pensando che sarà tardi, poi provi ad adattarti, a spostare la giornata, a regolarti. Ma non è una situazione semplice», ha spiegato Raducanu alla vigilia. Non è una questione solo teorica. Negli ultimi anni, gli Slam hanno accumulato esempi concreti: allo US Open 2024 una partita femminile è iniziata dopo mezzanotte; un’altra si è conclusa alle 2.15 del mattino, il punto più avanzato mai raggiunto dall’orologio per un match WTA a New York.
A Melbourne il rischio è lo stesso, solo spostato di diecimila chilometri. Il meccanismo è noto. I biglietti della sessione serale garantiscono due incontri sullo stesso campo. Se il primo è un match maschile che si allunga per quattro ore, il secondo va in scena davanti a spalti già vuoti. Invertire l’ordine cambierebbe il quadro: più pubblico per le donne, meno attese infinite per chi deve giocare dopo.
I corpi, poi, non sanno nulla di palinsesti. Le giocatrici raccontano una routine fatta di riscaldamenti ripetuti, pasti rimandati, muscoli che entrano ed escono dallo stato di attivazione. “Ti prepari pensando che la partita stia per finire, poi c’è un altro set. Ti raffreddi, riparti, ti riscaldi di nuovo. Può succedere due o tre volte nella stessa sera”, osserva Matthew Futterman nel suo racconto per The Athletic, descrivendo una sequenza che non compare nelle statistiche ma pesa sulle prestazioni.
Raducanu ha prenotato un allenamento alle nove di sera per abituarsi alle condizioni notturne. La temperatura è più bassa, la palla è più lenta, il rimbalzo è diverso, il vento si sente di più. Ha spostato i pasti, ha modificato il ritmo della giornata, ha accettato l’incertezza sull’orario reale di ingresso in campo. «È qualcosa che devo imparare a gestire. Se giocherò ancora a lungo, capiterà di nuovo. Meglio farci i conti adesso», ha detto.
L’Australian Open, da parte sua, difende un modello che considera giusto. Se c’è la parità di montepremi, allora devono esserci parità di condizioni e stesse finestre televisive. A Parigi la polemica è opposta: alcune giocatrici si sono lamentate perché le partite femminili non sono mai in calendario di sera. Ma a Melbourne le notti lunghe non sono un’eccezione e in fondo sono parte dello spettacolo.
L’obiezione di Raducanu sembra parte di un braccio di ferro più ampio in corso tra le stelle del tennis e i tornei del Grande Slam. Un gruppo di vertice — tra cui Aryna Sabalenka, Coco Gauff, Iga Świątek, Carlos Alcaraz e Jannik Sinner — già l’anno scorso aveva scritto ai quattro Slam chiedendo riforme strutturali. Le richieste sono tre: una quota maggiore dei ricavi destinata ai premi, a tutta la piramide; maggiore coinvolgimento dei giocatori nelle decisioni organizzative; più investimenti nel welfare. Il nodo principale è economico. I tornei Slam redistribuiscono oggi circa il 16–20% dei ricavi in montepremi; chi gioca chiedono di arrivare al 22% entro il 2030, avvicinandosi ai modelli degli sport professionistici nordamericani [NBA, NFL, MLB], dove la quota per gli atleti sfiora il 50%. Nonostante gli aumenti annunciati, tira aria di insoddisfazione. Le richieste fondamentali sarebbero state in larga parte ignorate e monta il proposito di coordinare nuove pressioni in vista di Roland Garros, Wimbledon e US Open. Il fronte però non è compatto: Coco Gauff riconosce i progressi ma li giudica insufficienti; Alexander Zverev parla apertamente di stallo; Madison Keys è più conciliante, un’ottimista prudente.
▥ La prima partita allo Slam non si scorda mai
Sette uomini e otto donne sono alla loro prima partita in un tabellone dello Slam. In campo maschile: Nicolai Budkov Kjaer, Liam Draxl, Arthur Gea, Rafael Jodar, Francesco Maestrelli, Rei Sakamoto e Michael Zheng. In campo femminile: Nikola Bartunkova, Linda Klimovicova, Oleksandra Oliynykova, Petra Marcinko, Guiomar Maristany, Himeno Sakatsume, Mananchaya Sawangkaew, Lanlana Tararudee.
I giornali spagnoli scrivono di Jodar. Ha 19 anni, nel 2025 ha vinto tre challenger continuando a studiare alla University of Virginia. A 12 anni ha lasciato il calcio ma non vuole lasciare gli studi. I genitori sono insegnanti, lui pensa a un futuro da chimico, El Mundo lo definisce una rarità in questa intervista.
▥ Il percorso degli universitari USA
Il tennis non è solo precocità e ascesa lineare. Può diventare un’attesa di una svolta, e nel frattempo errori, resistenza, apprendimento tardivo. The Athletic usa la parabola di Patrick Kypson per raccontare come il college possa essere non una deviazione dal tennis, ma una delle strade — magari imperfetta, magari accidentata — verso una carriera professionistica credibile. Anche Kypson, come Arthur Rinderknech, è passato da Texas A&M University, ambiente che negli ultimi anni ha prodotto giocatori capaci di emergere più tardi del canone abituale. Rinderknech è arrivato nei top-30 a 27 anni; Kypson ne ha 26 ed è molto più indietro nel ranking ma sta tentando di rimettere insieme i cocci dopo anni di fratture da stress al gomito, interventi chirurgici, strappi muscolari, problemi al ginocchio, fino alla rottura di un piede. Ogni rientro è stato affrettato, ogni progresso è rimasto fragile. Il ranking è crollato più volte, fino a scendere oltre la 400ª posizione. La svolta recente — risultati nei challenger e una wild card per l’Australian Open — viene spiegata non con una metamorfosi tecnica, ma con una semplice continuità fisica. Kypson stesso insiste su un cambio di mentalità, gioca in modo più propositivo. Il suo coach Steve Denton dice che molti giocatori usciti dal college sono pronti tecnicamente per il tour, ma non fisicamente. Il salto vero non è nei colpi, ma nella gestione del corpo e dei carichi di lavoro nel calendario. Kipson ha perso al quarto set con l’argentino Comesana. Solo una delle prime quattro wild card ha vinto la sua partita: Talia Gibson contro Blinkova.
▥ L’eliminazione di Cobolli
Sono saltate quattro teste di serie nella notte. La più dolorosa è Flavio Cobolli, battuto da un giocatore poso sopra la duecentesima posizione in classifica, il britannico Fery, venuto dalle qualificazioni: una scutuliata in tre set. In campo femminile fuori anche la #11 Alexandrova, la #20 Kostyuk, la #26 Yastremska.
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Interpreti
La sesta Dakar di Nasser al-Attiyah
Lo dicono tutti che per vincere una Dakar non serve solo andare più forte degli altri. Serve soprattutto non sbagliare quando il deserto ti offre mille modi diversi per farlo. All’inizio dell’ultima tappa, per esempio, Nasser al-Attiyah ha sbagliato strada. Un errore raro, quasi incongruo dentro una corsa dalla trama scolpita, la sua sesta vittoria con un quarto costruttore differente. David Fioux su L’Équipe racconta quel momento e quel brivido, con il navigatore che si è messo a ricalcolare la rotta. Al-Attiyah era partito con sedici minuti di vantaggio. Non si è fatto prendere dal panico. Si è agganciato ad altre macchine e e si è fatto scortare fino al traguardo. «L’obiettivo era essere intelligenti e riportare la vettura a casa», ha spiegato a fine tappa.
Ha vinto perché ha saputo gestire un errore. Nasser al-Attiyah corre da trent’anni e all’età di 55 ha trasformato il rally-raid in una disciplina di controllo. Intelligenza e sicurezza sono le due colonne dei suoi successi. Dacia avrebbe potuto affidargli un carico fragile, scrive Fioux, e lui lo avrebbe consegnato intatto dopo 4.800 chilometri di prove speciali, con pochissime forature. .
«Tu senti semplicemente che Nasser è il padrone. Sa sempre cosa fare e non dubita mai», racconta il copilota Fabian Lurquin, che lo affianca da pochi mesi. È una sensazione che molti hanno provato da fuori e che Lurquin ha iniziato a capire da dentro. «Quando correvo con altri mi chiedevo come facesse sempre a darci tanto distacco. Pensavo di aver capito, ma in realtà è qualcosa di più profondo. È un dominio che nasce dalla certezza».
Quella certezza viene dal terreno. Al-Attiyah ha imparato a guidare sulla sabbia. Conosce le dune, legge le variazioni di superficie, riconosce i tranelli della vegetazione. A questo aggiunge una memoria topografica fuori scala. Riportatelo su una pista del 2022 e il suo ritmo cambierà in base a ciò che ricorda. «Ha accumulato un’esperienza enorme e sa usarla perfettamente», osserva Tiphanie Isnard, team manager Dacia.
Negli ultimi anni Al-Attiyah ha anche costruito un personaggio con quella barba che imbianca e un tono da saggio, l’idea di un campione che non ha più bisogno di forzare. «Non sono più il Nasser di dieci anni fa. Ora gestisco giorno dopo giorno. Nelle prime cinque prove speciali non ho mai sudato. Solo quando ho deciso di spingere. Vuol dire che so controllarmi», diceva durante il giorno di riposo.
Il controllo era ancora più necessario in questa Dakar, con un equipaggio nuovo e una ferita recente nel rally del Marocco perso a ottobre, un titolo mondiale svanito per una penalità da eccesso di velocità. La risposta è arrivata qui in due tempi, con il traguardo delle cinquanta vittorie di speciali, e la sesta Dakar. Davanti a lui tra le auto resta solo Stéphane Peterhansel con otto successi. La Dakar non si consegna a chi non sbaglia mai, ma a chi sa usare l’errore per trovare la strada.
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La morte di Thierry Cazeneuve
Un compagno di strada del ciclismo se n’è andato ieri mattina, a 74 anni. Thierry Cazeneuve veniva da Grenoble, è stato il direttore del Giro del Delfinato e giornalista del Dauphiné Libéré. L’ultimo saluto per lui arriva su L’Equipe da Alexandre Roos, che lo descrive come “amante delle belle frasi, formidabile conoscitore del suo sport del cuore così come della buona tavola. Thierry Cazeneuve ci ha soprattutto segnati per la sua benevolenza e la sua gentilezza, per il desiderio di trasmettere sapere, con quei piccoli messaggi che talvolta inviava dopo aver consultato i suoi archivi per portare una precisazione, lui che negli ultimi tempi non aveva più la possibilità di seguire le corse dal vivo”.
Il Dauphiné Libéré è il giornale che suo zio Georges aveva cofondato dopo la guerra, nel 1945, prima di creare due anni più tardi la corsa ciclistica. Thierry Cazeneuve era entrato in redazione nel 1973, dapprima come cronista locale, poi allo sport, mentre il fratello gemello François scriveva di cronaca giudiziaria.
Nel 1988 lo fecero direttore, non del giornale, della corsa. Quella corsa dove nel 1970 aveva iniziato a lavorare distribuendo i cappellini in strada. Sarebbe rimasto alla sua guida fino al 2009, fino al momento dell’acquisizione da parte di ASO. Parallelamente, Thierry Cazeneuve avrebbe diretto la Ligue nationale de cyclisme dal 2003 al 2007, prendendo il testimone da Pierre Chany alla redazione della Fabuleuse histoire du Tour de France, una bibbia di riferimento di oltre mille pagine: il capo della redazione ciclismo di L’Équipe con cui Cazeneuve condivideva la vita on the road e una profonda amicizia, “quella confraternita di seguaci – scrive Roos – che spesso facevano fatica ad andare a dormire”.
Negli ultimi anni, Thierry Cazeneuve ha continuato a far vivere la memoria del suo collega organizzando il premio che porta il suo nome e che celebra il miglior articolo ciclistico dell’anno. Cazeneuve era un innamorato del Tour de France, diceva che «non si guarisce» dal Tour, e neanche del giornalismo.
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La Macchina del tempo
Il delitto d’onore nel codice penale
Il 18 gennaio nel 1966 è un martedì, e dopo le illusioni del giorno prima ci sono stati 27 morti a Saigon per una mina lanciata contro un autobus. Un funzionario americano è stato rapito dai guerriglieri. In Europa si sta tenendo la conferenza di Lussemburgo e la Francia manifesta uno slancio enti-europeista chiedendo di ridurre le funzioni della commissione del Mec. Di fatto si tratterebbe dio una revisione del trattato inaccettabile per gli altri cinque stati associati. Da noi salta l’intervento di Moro al Senato sulle dimissioni di Fanfani dalla Farnesina e il presidente del Quirinale Saragat lo chiama a colloquio. In Inghilterra, in casa del signor Arthur Tattam, arriva una cartolina spedita da Aspley Guise, una contea distante 24 km. Dice: spero che tu sia arrivato a casa sano e salvo, non so se questo è indirizzo è giusto. Gliel’ha spedita la signorina Kate Woodward. Solo che gliel’ha spedita nel 1910, cinquantasei anni prima. Arthur era arrivato in effetti sano e salvo, ma la cartolina non l’ha vista mai. Aveva sposato un’altra donna ed era morto trentasette anni prima della consegna della posta. Il francobollo porta la faccia di Edoardo VII e i funzionari del General Post Office aprono un’indagine interna per capire come mai tanto tempo per fare 24 km.
Viene da lontano anche la clausola del delitto d’onore nel codice penale italiano. è uno dei grandi temi di discussione sui giornali nel gennaio del ‘66 perché Il guardasigilli Oronzo Reale ha annunciato a La Stampa la modifica imminente dell’articolo 587 del Codice, con l’intenzione di riportare “l’onore familiare offeso nella schiera delle attenuanti comuni a tutti i delitti, o verrà ridimensionato aumentando il limite minimo della pena prevista per l’omicidio a nove anni, Invece degli attuali tre” scrive il giornale torinese.
La cosa più interessante di tutte è il racconto di come nasce la tolleranza del delitto d’onore, “il malsano orgoglio di Otello che continua a insanguinare più di prima l’Italia, in particolare le regioni meridionali” scrive La Stampa. L’origine è in un duplice assassinio del 1922. Un professionista di Avellino aveva ucciso sua moglie e la sorella del seduttore, ma fu condannato solo a due anni. L’opinione pubblica insorse per l’eccessiva mitezza e si giunse nel 1930 all’articolo 587 che fissava la pena minima di 3 anni a chi avrebbe ucciso per «vendicare l’onor suo». Si volevano evitare assoluzioni, si fini per essere indulgenti.
La Stampa del 1966 racconta: “Se il chirurgo Luigi Carbone, che nel giro di tre ore decapitò la moglie e uccise la sorella del suo seduttore, non fosse stato condannato il 17 giugno 1923 a soli due anni di reclusione, forse non sarebbe stato inserito il «delitto d’onore» nel Codice Penale italiano. Questo professionista di Avellino sposò il 23 marzo 1922 Bellinda Campanile. La ragazza, durante il viaggio di nozze a Napoli, confessò al marito: «La mia giovinezza non è stata quella che tu credi. Un giovanotto, Antonio Fusco, che ora lavora a Torino, mi ha compromessa». Alle due di notte, il chirurgo, tornato a Lapio di Avellino, tagliò il collo della moglie con un rasoio; la lasciò dissanguata nel letto; uscì all’alba; si diresse verso un caffè gestito da Elena Fusco, sorella del seduttore. Invece di prendersela col giovane Antonio, troppo lontano, scaricò la pistola contro di lei e la uccise. In Assise dichiarò: – Ho voluto purificarmi dall’onta di aver spostato una bellezza corrotta. Il 17 giugno 1923 Carbone, quarantenne, fu condannato a due anni di reclusione. I giurati gli concessero la totale infermità di mente per l’uxoricidio ed il vizio parziale di mente, oltre alle attenuanti generiche, per l’altro delitto. Questa sentenza fu il trionfo di Giovanni Porzio, difensore del medico. Il caso Carbone suscitò per anni accese polemiche ed ebbe il suo peso, quando sì trattò di elaborare il nuovo Codice Penale, che andò in vigore nel 1930. Mussolini era contrario alle giurie popolari, composte esclusivamente da cittadini arbitri del giudizio, Un giorno disse ad Alfredo Rocco, presidente della Commissione per la riforma del Codice: «Questi giurati assolvono troppo facilmente; concedono con straordinaria disinvoltura l’infermità di mente per i cosiddetti delitti passionali. Gli italiani non debbono cedere alle passioni, né i giudici alla mozione degli affetti di cui si servono gli avvocati, come per il caso Carbone».
Il ministro Reale non ce la fece. Il delitto d’onore, insieme al matrimonio riparatore, fu abolito in Italia con la legge n. 442 del 5 agosto 1981. Solo nel 1996 la violenza sessuale è diventata un reato contro la persona e non contro la moralità pubblica.
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Oggi
Quattro partite da vedere tra la notte e domani mattina
AUSTRALIAN OPEN
DI SANDRA CASSANDRA
Coco Gauff vs Kamilla Rakhimova
Per Gauff il match d’esordio è una questione di ordine. Il suo tennis vive sull’atletismo e sulla capacità di prendere campo in anticipo, ma nei primi turni la vera sfida è trasformare l’intensità in controllo. Rakhimova proverà a rallentare il ritmo e a spezzare la continuità, cercando variazioni per togliere riferimenti. La chiave sarà la gestione dello scambio medio: se Gauff riesce a comandare senza forzare, imponendo profondità e direzione col dritto, la partita scorre rapidamente. Se invece accetta un palleggio intermittente, il match può allungarsi più del previsto. Importante anche la resa del servizio: partire bene nei primi game serve a evitare frizioni inutili.
Matteo Arnaldi vs Andrey Rublev
Arnaldi affronta Rublev fresco di ingresso nella top-10 e dovrà cercare di reggere la velocità di palla, usando profondità e variazioni per non farsi travolgere dal pressing costante del russo. Rublev proverà invece a imporre subito intensità, spingendo sul dritto per accorciare gli scambi. La chiave è nella gestione delle prime fasi: se Arnaldi riesce a restare agganciato senza perdere campo, può portare il match su uno scambio più articolato. Se Rublev prende fiducia presto, la partita rischia di diventare un test di resistenza. Decisiva sarà la capacità di Arnaldi di reggere sul rovescio in uscita dal servizio.
Iga Swiatek vs Yue Yuan
Swiatek entra nel torneo con l’obiettivo di stabilire subito la sua gerarchia. Come Carlos Alcaraz in campo maschile [esordio stamattina], la polacca ha la chance qui a Melbourne di centrare il Grand Slam Career. Contro Yuan cercherà di comandare lo scambio fin dalla risposta, usando rotazioni e anticipi per togliere tempo e spazio. Yuan proverà a restare lineare, affidandosi alla pulizia del colpo e alla capacità di tenere la palla in campo. Il match dipende dalla continuità di Swiatek: se impone il suo tempo, la partita prende una direzione chiara. Il gesto chiave è la risposta di rovescio sulla seconda, il colpo che Swiatek fa entrare profondo e centrale in campo.
Mattia Bellucci vs Casper Ruud
Una partita con un divario chiaro. Bellucci deve provare a essere aggressivo, cercando di togliere tempo a Ruud per evitare uno scambio prolungato che favorisce la sua solidità. Ruud cercherà profondità e gestione paziente del punto. La chiave sarà la capacità di Bellucci di reggere i primi turni di servizio senza concedere break rapidi. Se Ruud prende controllo dello scambio medio, la partita si incanala dalla parte della sua continuità.
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Il Teleco-Slalom
La NFL verso le finali di conference
Houston Texans (12-5) @ New England Patriots (14-3)
Tutti hanno preso in giro il calendario dei New England, e non a torto. Ma i sorprendenti campioni della AFC East hanno zittito le critiche con un convincente 16-3 sui Chargers, facendo sembrare la presunta star Justin Herbert un rookie, mentre il quarterback al secondo anno Drake Maye ha giocato da veterano. Maye avrà un banco di prova importante contro la difesa dei Texans, forse la più feroce della lega, reduce da due touchdown nel quarto periodo del 30-6 inflitto a Pittsburgh. Ma potrebbe non servire segnare molto, se l’attacco poco incisivo di Houston dovesse fare a meno del ricevitore Nico Collins, uscito per commozione cerebrale. Al momento, New England è favorito in una gara che si preannuncia a basso punteggio.
Los Angeles Rams (12-5) @ Chicago Bears (11-6)
Il quarterback dei Bears Caleb Williams è una sorta di test di Rorschach per i tifosi: abbastanza talentuoso e abbastanza imperfetto da permettere a ciascuno di vedere in lui ciò che vuole. La partita contro Green Bay lo ha dimostrato: Chicago aveva segnato solo sei punti nei primi tre quarti, e poi Williams ha sfoderato lanci elettrizzanti per la rimonta vincente [31-27]. I Rams potrebbero essere la squadra più equilibrata della lega, ma il quarterback favorito per l’MVP Matthew Stafford è apparso un po’ fuori ritmo nelle ultime settimane e ora dovrà portare i suoi 37 anni nella gelida Windy City.
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L’ultimo scroll
C’è un personaggio di Clint Eastwood nel film di Sorrentino
Dopo aver riletto qualche recensione uscita a settembre a Venezia e qualcosa negli ultimi giorni, la cosa più urgente da dire sull’ultimo film di Paolo Sorrentino è che non si capisce a cosa serva cercare di identificare Mariano De Santis con questo o con quell’altro presidente, se è più Scalfaro o più Mattarella – anzi no no, con quel soprannome ci ricorda Cossiga – come se il senso de La grazia si giocasse in una caccia alle somiglianze e alla realtà, in un quiz di riconoscimento fisionomico o di allusioni, come se il grande cinema, o la buona letteratura avessero bisogno di un cartellino esplicativo per essere legittimate.
È un riflesso tipico di quest’epoca, l’epoca della pretesa d’autenticità, dove tutto deve rimandare a qualcosa di vero e rintracciabile, di verificabile, possibilmente su Wikipedia. L’opera vale se parla davvero di, se dentro hai messo un pezzo di te, se smaschera, se denuncia, se può essere ridotta a un referente. Solo che l’artista non lavora per somiglianza né per trasparenza; lavora per deformazione, per eccesso o per grazia – appunto.
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