L’Africa è un pensiero, un’emozione, quasi una preghiera
Claudia Cardinale
L’orgoglio africano siede in panchina
Ora davvero l’Africa è cambiata, ora davvero sembra pronta a cominciare una storia nuova. Non è soltanto una questione di risultati, come sempre, né di orgoglio simbolico, stavolta è una questione di indipendenza tecnica. Per la prima volta dagli anni Sessanta, le quattro semifinaliste della Coppa d’Africa sono guidate da allenatori locali. Per la quarta edizione consecutiva il titolo finirà nelle mani di una nazionale che ha in panchina un tecnico nato nel continente. Non è più un’eccezione, ma una linea coerente che attraversa il torneo.
Quattro su quattro per la prima volta dalla fine della stagione del colonialismo. È una rivendicazione di autonomia pure questa. È la fine della cosiddetta stagione dello stregone bianco. Le panchine africane sono state a lungo dei luoghi di supplenza, oggi sono spazi di progetto, dove la circolazione delle idee dell’età digitale ha prodotto una generazione di allenatori che non ha bisogno più di una legittimazione dall’esterno, dalla zona del mondo che si sente egemone. Sono nati qui e si sono formati altrove, come capita in tutti gli ambiti della società, ma poi sono tornati, sono tornati a casa con più strumenti, una lingua nuova e nuovi metodi. Sono capaci di muoversi tra culture calcistiche differenti senza doverle imitare. Quindici dei 24 commissari tecnici al via del torneo erano africani. Le panchine reclutate in Europa o in Sudamerica sono scese quest’anno a nove. Vent’anni fa gli europei erano il cinquanta per cento del totale, trent’anni fa la maggioranza.
Per chi ha voglia di guardare le cose come stanno, la Coppa d’Africa ha smesso di essere il laboratorio esotico del calcio mondiale per diventare un luogo di competenza riconoscibile. Ma è in questo spazio che si inserisce il paradosso raccontato da Martin Mosnier su Eurosport France: l’Africa ha trovato i suoi allenatori, l’Europa continua a ignorarli.
Non è stata certo una rivoluzione improvvisa, ma una maturazione lunga. Il successo degli allenatori africani nasce da una familiarità profonda con il contesto, con il peso simbolico della nazionale e con una dimensione emotiva.
“Un allenatore africano sa cosa significa indossare quella maglia e lottare per una bandiera. Conosce la pressione e le aspettative. Non è un dettaglio romantico, è un sapere concreto che incide sulla gestione del gruppo e sul rendimento”.
Sono ex calciatori rimasti culturalmente bilingui. Questo ha dissolto una barriera che per decenni aveva limitato la loro credibilità interna. “La prima generazione di calciatori africani cresciuti grazie all’accordo Cotonou oggi popola le panchine. Hanno giocato in Europa, conoscono i codici dei grandi campionati e allenano giocatori che hanno seguito lo stesso percorso. La legittimità non è più in discussione”.
Il prossimo passo sarà uscire da questo corto circuito. Andare a prendersi le panchine dell’Europa, demolendo il vecchio complesso di inferiorità.
“In Europa, i blocchi restano solidi. Nessun grande club ha ancora affidato la propria panchina a un allenatore africano. Le esperienze esistono, ma sono rare, marginali, spesso provvisorie. La fiducia si ferma sempre un passo prima del vertice”.
I casi di Djamel Belmadi e Aliou Cissé sono emblematici, vincitori della Coppa d’Africa ma rimasti ai margini del grande calcio europeo. Non per mancanza di competenze, ma per un credito che non viene mai del tutto concesso. “Non è un problema di diplomi o di risultati. È un problema di fiducia. Dopo un titolo continentale, le proposte arrivano, ma non quelle che contano davvero. Il riconoscimento resta incompleto, come se il successo africano avesse un valore inferiore”. Mosnier chiude lasciando aperta una possibilità futura. Forse la breccia non verrà dagli allenatori che hanno vinto ora, ma da quelli che hanno scelto percorsi laterali, apprendistati lunghi, ruoli di secondo piano nei grandi club europei.
“Se l’Africa è ormai il regno dei suoi allenatori, l’Europa resta una fortezza. Alcune porte potrebbero aprirsi dall’interno, grazie a chi ha accettato di entrare senza clamore, aspettando il momento giusto”.