
Il 15 gennaio del ‘66 è un sabato, e nel riferire alla Camera sulle dimissioni dalla Farnesina di Amintore Fanfani, il presidente del Consiglio Aldo Moro dice che l’Italia prosegue il suo cammino d’alleanza di fianco agli USA. è fuori discussione la continuità della politica estera del governo, dice, la pace in Vietnam sarà perseguita nel quadro del patto atlantico. Dopo otto ore di dibattito, la fiducia passa con 325 sì e 154 no. Il PCI in aula applaude l’intervento di Fanfani, mentre altri comunisti – quelli cinesi – firmano una nota contro l’URSS, accusandola di fare le cofecchie di nascosto con gli americani. Ricercatori e clinici del centro auxologico italiano e dell’Accademia medica lombarda firmano qualcosa che oggi farebbe un discreto casino: dalla loro ricerca emerge che sono i bambini insicuri a diventare più spesso obesi, “ma l’obesità dei ragazzi – si legge – è spesso imputabile all’egocentrismo delle madri”.
Il Sessantotto prima che arrivi il Sessantotto si trova oggi in una foto e in un reportage in terza pagina del Corriere della sera. La foto è quella di Robert Clifton Weaver, nominato dal presidente Johnson ministro delle costruzioni e degli sviluppi urbanistici. È il primo ministro afro-americano nella storia degli USA.
Il reportage invece è una lettura del “mondo che cambia nei paesi dell’Est” attraverso le condizioni della Bulgaria. Il tentativo di colpo di Stato avvenuto nella primavera del 1965, scrive Enzo Bettiza, non può essere letto come un episodio marginale o folkloristico della Guerra fredda. Dietro la goffaggine organizzativa dei congiurati e la rapidità del fallimento, si muove una frattura più profonda, che riguarda il rapporto tra potere, riforme economiche e identità nazionale. Il racconto ufficiale ha invece cercato di separare ciò che appariva intrecciato.
“Tutti fingono di non vedere una qualche relazione fra l’importazione dalla Russia del revisionismo economico e la frettolosa, quanto rovinosa, accelerazione dei preparativi del putsch. Per esempio, sottovalutano ostentatamente il fatto che l’unico dei putschisti a farsi saltare le cervella fosse proprio un uomo dell’economia”.
La semplificazione occidentale, che ha provato a incasellare i congiurati come filocinesi o titoisti, fallisce nel cogliere la loro reale collocazione politica. Non si trattava di una deviazione ideologica verso un altro polo del comunismo internazionale, ma di qualcosa di più interno e irrisolto. “La verità sta invece, per esprimerci politicamente, nel centro, cioè in un punto mediano, nazionale, tipicamente bulgaro, che non si può porre in rapporto automatico e convenzionale con le estreme del movimento comunista internazionale”.
Per capire quel centro bisogna guardare alla storia lunga del Paese, alla sua vulnerabilità strutturale più che alle contingenze del momento. La dipendenza da Mosca non nasce da una semplice subalternità ideologica, ma da una serie di sconfitte e di limiti accumulati nel tempo. “La Bulgaria – scrive Bettiza – è una nazione battuta per tre volte in tre guerre consecutivamente sbagliate; una nazione piccola, agricola, di civiltà derivata, assediata da popoli ostili o diffidenti; una nazione che ogni volta che cercò, senza la Russia, di svolgere una “politica nazionale”, fu schiacciata e umiliata”.
È su questo sfondo che prende forma la figura di Živkov, spesso liquidata come emblema di servilismo russofilo. Bettiza ne propone invece una lettura meno immediata, oggi diremmo controintuitiva, quasi paradossale. “L’abilità di Zivkov è di aver cominciato poco per volta a trasformare, sotto la copertura di dichiarazioni di servilismo russofilo, uno stato di sudditanza in uno strumento di sottile diplomazia per una cautissima politica nazionale”.
La congiura fallisce anche perché non riesce a comprendere questa linea tortuosa, fatta di passi indietro apparenti e di piccoli spostamenti reali. Nel tentativo di spezzare una dipendenza vissuta come umiliazione, i congiurati finiscono per ignorare i vincoli storici che quella dipendenza avevano prodotto. E il colpo di Stato si consuma così, più che come alternativa credibile, come gesto romantico e disperato contro una realtà che non ammetteva scorciatoie.
La legge Basaglia prima di Basaglia Il 1966 è perfino l’anno in cui comincia il 1978, se è vero che si fa strada l’idea che i pazzi sono da trattare come ogni altro malato che può guarire e non è causa di vergogna. I manicomi sono ancora regolati da una legge del 1904 che li considera irrecuperabili e pericolosi per la società.
Ne scrive Nicola Adelfi su La Stampa facendo notare che i luoghi deputati alla cura continuano a funzionare come spazi di segregazione. Non sono ospedali ma strutture di custodia, modellate da una legge che considera il malato di mente pericoloso e irrecuperabile. “Muri altissimi che arrestano lo sguardo, fosse di lupo, inferriate alle finestre, porte sprangate, cancellate, grigiore delle pareti, monotonia esasperante di linee architettoniche, corridoi lunghissimi, cortili angusti, servizi igienici insufficienti, fanno pensare più al carcere che all’ospedale, più alla disperazione che alla serenità, più alla morte che alla vita”.
In un ambiente simile, la guarigione diventa un’eccezione. E anche quando avviene, non libera davvero. La legge continua a trattare il malato come un colpevole, lasciandogli addosso un segno che lo accompagna ben oltre la dimissione. Si registra il suo nome nel casellario giudiziario come un malfattore. “È innocente, è sano, ma quella stigmata lo accompagnerà dappertutto, gli renderà quanto mai difficile procurarsi un posto di lavoro, tornare ad inserirsi nella società.
La riforma proposta dal ministro Mariotti nasce dalla necessità di allineare le leggi alla realtà, riconoscendo che le malattie mentali non sono diverse dalle altre. Questo significa intervenire prima, prevenire invece di rinchiudere, curare senza spezzare il legame con la vita quotidiana. “Come oggi la società provvede a prevenire il diffondersi della tubercolosi o di altre malattie assistendo coloro che ne sono predisposti oppure nelle fasi iniziali, così dovrà farsi domani per le malattie mentali; e si sa che molti disturbi, se presi in esame tempestivamente, possono essere eliminati per sempre”.
C’è un’ingiustizia che il sistema rende evidente, la distinzione di fatto tra chi può permettersi cure private e chi no. I primi accedono liberamente a strutture che non comportano stigma né registrazioni penali; i secondi finiscono intrappolati in un circuito che trasforma la malattia in marchio sociale. Adelfi dice: “Già oggi i benestanti evitano l’iscrizione ai casellari giudiziari servendosi di case di cura private per malattie nervose, psichiche e mentali che spesso fioriscono sotto i nomi più innocenti o allettanti”.
La riforma del ‘66 mirava a fare degli ospedali psichiatrici dei luoghi di cura e non di punizione, trattando le malattie mentali come una questione sanitaria, non giudiziaria. Una legge arriverà nel 1978 e porterà il nome di Franco Basaglia, sebbene l’estensore materiale fu lo psichiatra e deputato dc Bruno Orsini.