Quando non ho più blu, metto del rosso
Pablo Picasso
I novant’anni dell’Olimpia. Forse
Il rosso a Milano sta nelle cose che servono e in quelle che durano, spesso sono inosservate, siamo un popolo di distratti, ci passano ogni giorno sotto gli occhi senza chiedere attenzione. È il rosso della linea uno della metropolitana, che attraversa la città come una spina dorsale, o quello dei tram che scorrono lenti, sempre uguali a sé stessi. È il rosso dei mattoni, delle case di ringhiera e delle fabbriche diventate nel frattempo qualcos’altro, la memoria solida di una città che non butta via nulla, casomai è brava a trasformare il rifiuto in altro. È il rosso discreto dei teatri, se ne sta nascosto al buio delle sale nella fodere delle poltrone o nel sipario che si apre senza clamore. È il rosso dell’aperitivo, quanta gloria e quanta ironia si portò dietro quarant’anni fa, quando veniva consumato in piedi al banco o a un tavolino, un gesto semplice che diventò il simbolo di una stagione, c’era una volta la Milano da bere.
Ci sono anche dei rossi più brevi. Un semaforo nella pioggia, una luce riflessa sull’asfalto, un’insegna che resiste alla notte. Ci sono rossi personali: una sciarpa stretta al collo, un rossetto intuito in metropolitana, un quaderno universitario consumato. Ma di rosso a Milano ci sono prima di tutto le scarpette dell’Olimpia, e ci sono ormai da novant’anni.
Il compleanno è oggi. O meglio: ci siamo abituati a dir che è oggi. Lo spiegò qualche tempo fa Luca Chiabotti su Repubblica Milano. Il 9 gennaio del Trentasei come data di nascita dell’Olimpia è una convenzione – diciamo così. L’Olimpia è nata tre volte. Come Olimpia nel 1947, come Borletti nel 1930, ma nel 1936 succede in effetti qualcosa. È l’anno di fondazione scelto da Adolfo Bogoncelli dopo aver assorbito il Dopolavoro Borletti nel 1948 per far coincidere l’inizio della storia della Scarpette Rosse con il primo trionfo.
Nel giorno in cui sarebbe nata l’Olimpia, Milano era in effetti presa da altro. La città viveva il clima di mobilitazione e austerità tipico del periodo fascista, segnato dalla Guerra d’Etiopia e dalle sanzioni economiche internazionali imposte all’Italia. Il Corriere della sera riferisce – per quanto fosse possibile farlo liberamente – che il traffico in città è scemato, così il parco dei mezzi pubblici può essere ridotto. Le carrozze vecchie possono andare in disuso. La rete tranviaria va riorganizzata per eliminare il carosello in Piazza del Duomo e per adeguarsi al nuovo codice della strada che impone la guida a destra.
Sono in corso i lavori per la VI Triennale. Sarebbe stata inaugurata a maggio nel Parco Sempione, consolidando il legame tra il regime e l’architettura modernista, e nel corso dell’anno sarebbe stata demolita la chiesa di Santa Maria Beltrade per far spazio a via Torino. E nello sport? Galante, Scopece e Tanzini sono i tre sciabolatori convocati per la sfida di scherma con l’Ungheria., riservata a chi non ha mai partecipato alle Olimpiadi. Nello stesso giorno si tengono un triangolare di ginnastica per jr e il campionato di marcia per pattuglie di sciatori dopolavoristi. Nel calcio il Milan e l’Ambrosiana sono lontane dalla lotta per lo scudetto. A una giornata dalla fine del girone d’andata, stanno in testa Bologna Juventus e Torino, le due milanesi sono a metà classifica.
Il basket per Milano sarebbe cresciuto dopo il Trentasei tra palazzetti storici e periferie operaie, diventando nel tempo un simbolo di disciplina, velocità e intelligenza. Nella città che si racconta sempre in corsa, il basket ha insegnato a pensare veloce ma anche a fidarsi degli altri. Il Grande Slam del 1987 con la Tracer [scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale] sarebbe arrivato con Menghin, D’Antoni e McAdoo al palastilisti – come avrebbe cantato De André nella Domenica delle salme. Intorno ai canestri stavano arrivando imprenditori e celebrità. Nel novembre del 1986, dopo aver perso di 31 punti in Grecia contro l’Aris, Milano vinse di 34 al ritorno [83-49], segnando la rimonta delle rimonte. Uno dei momenti su cui si fonda la storia di questa squadra, oggi ancora lontana dalla gloria europea di quel tempo.
Giusto Ferronato su La Gazzetta dello sport ha scritto che “l’Olimpia celebra un’epopea in cui si fondono magia, mistero e un’inimitabile vocazione al successo. un club che ha inventato la modernità nel basket italiano, importando dagli Stati Uniti le divise in raso e le leggendarie scarpette rosse della Converse”
Antonio Giuliano su Avvenire riflette: “E pensare che tutto cominciò con una squadra di impiegati di una ditta di macchine da cucire e strumenti di misura, tachimetri, contachilometri ed orologi. Oggi la società sempre guidata dal gruppo Armani oltre a vantare una bacheca da primato (con 31 scudetti) è attiva anche fuori dal parquet con una serie di progetti sociali ed educativi, molti dei quali pensati per i ragazzi fragili o con disabilità”.
compleanni
E i novant’anni di Dan Peterson
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La circostanza si sovrappone ai novant’anni di Dan Peterson, un pezzo di storia del basket milanese dopo l’assaggio bolognese dell’Italia. Dino Meneghin gli scrive una lettera aperta stamattina su La Stampa: “Lei è stato un artefice positivo per la nostra pallacanestro, portando le sue idee di gioco e innovando i sistemi di allenamento. Tutti miglioramenti che si sono rivelati vincenti: in difesa con la 1-3-1 e l'”attacco a elle” davanti. Coach, sembra un po’ Bertoldo, che faceva una cosa e ne pensava cento. Lei, invece, ne fa 50mila: scrive libri, articoli, partecipa alle riunioni aziendali. E in novant’anni, pur facendo tantissime cose differenti tra loro, non l’ho mai sentita dire qualcosa di banale”.
Leonardo Iannacci su Libero riassume: “È stato un brillante uomo di comunicazione, un formidabile testimonial nelle pubbliche relazioni, un relatore per imprese e aziende, uno scrittore di saggi (l’ultimo è La mia Olimpia in 100 storie), un eccelso commentatore televisivo per la prima NBA teletrasmessa in Italia, un simpatico caratterista al cinema, persino uno studioso di storia americana. Si vociferava fosse stato addirittura un agente segreto della CIA, in Cile prima e in Europa poi. Era solo una leggenda metropolitana: «Agente CIA? Sciocchezze, lo sono stato ma per finta in un episodio di Coliandro»”.
Valerio Bianchini è stato il suo grande rivale ai bei tempi. Su La Gazzetta scrive che “ci fregammo le mani pensando che avremmo fatto di te un sol boccone come con gli americani che ti avevano preceduto. Ma dovemmo presto ricrederci. Da menestrello country ti trasformasti in un elegante manager della Bologna che conta. Penso di averti dato un corposo aiuto nel mandare alle stelle la nostra competitività nella lunga serie di battaglie non solo sui campi ma anche sui giornali”.