Le donne dicono le parolacce e i giovani uccidono per una chitarra

L’8 gennaio del ‘66 è un sabato e l’inviato del Cremlino per la missione di pace in Vietnam viene accolto con freddezza in Cina e con calore ad Hanoi. Le foto mostrano Scelepin in colbacco e cappotto come Totò e Peppino quella volta a Milano. A Napoli si apre il congresso del PSDI con l’obiettivo della riunificazione con il PSI entro l’anno per andare come un vecchio-nuovo soggetto alle elezioni del Sessantotto. In città si è dimesso il sindaco Ferdinando Clemente di San Luca e la giunta ha incaricato Giovanni Principe, segretario provinciale della Dc.
In cronaca nera spicca il caso di un sedicenne di Roma che ha ucciso con dieci pugnalate per trentamila lire. Non voleva chiederle al padre. Gli servivano per comprare una chitarra elettrica. Ha agito mettendo una maschera di Diabolik. La somma di Diabolik + chitarra elettrica rende subito tutto generazionale, le colpe cadono sulla gioventù, i suoi nuovi idoli e questi tempi che non sono come quelli di una volta. Così si scatenano gli opinionisti – che però si chiamavano elzeviristi.
Giulio Nascimbeni scrive sul Corriere d’informazione: “Non faremo il solito processo di queste occasioni: il processo ai fumetti, ai bang, agli smash, alle copertine violente, alle storie brulicanti di morti come formicai. Dicono che ogni settimana i colorati fascicoletti si vendono a milioni in tutto il mondo. Per un tale che ammazza un altro dopo un sorpasso non si chiede l’abolizione delle automobili”.
E invece qualche riga dopo succede. “Eppure l’immagine di Carmine D’Arconte che si copre la faccia con la mascherina nera di «Diabolik», che adatta a se stesso l’atroce gioco di un personaggio inesistente, non può entrare nella cronaca di questo 8 gennaio come un semplice indizio di più. Il liceale D’Arconte ha creduto nella sua esaltata messinscena come in un orrido talismano: qualcosa che lo avrebbe reso impunibile e inafferrabile, un buio diaframma fra il suo delitto e la legge. «Diabolik» per pochi minuti, il tempo di pugnalare e di arraffare denaro, e poi la libertà, la vita di sempre, senza nemmeno l’incrinatura di un lungo rimorso. Una chitarra elettrica è stata il movente: uno di quegli strumenti dalle strane forme, che nelle vetrine dei negozi sembrano grossi scarabei. Al liceale D’Arconte, in questi primi mesi di scuola, avevano parlato di altre cose lontanissime e astrali: di dolce stil novo, di atomisti dell’antica Grecia, di grasse commedie latine. Non erano discorsi per lui. Il suo mondo era fatto di fruscianti assassini in maschera nera e di Beatles miliardari. Un mondo anche nostro, confessiamolo: pazzo e sbagliato, tetro e urlante, una sorta di febbre sotto la quiete borghese, uno stridio quasi inavvertito di follia tra storie di scuola e grigi racconti di burocrazia. Diabolik è uscito dalle pagine. E adesso è anche tra noi con il volto di un ragazzo di sedici anni”.
Nelle foto ne dimostra almeno il doppio. I soldi non mancano a Domenico Ricci, 50 anni, sgamato come il vincitore dei 150 milioni della Lotteria di Capodanno. È un autista napoletano. Ai giornali dice che dividerà il malloppo fra i suoi sei figli e per sé comprerà un trenino elettrico. Nulla da dire contro i trenini elettrici. Non sono come le chitarre nelle quali si nasconde il diavolo.
Ci sono state due prime a teatro che hanno incantato, un Faust alla Scala diretto da George Pretre per la regia di Jean-Louis Barrault, e la nuova commedia di Garinei e Giovannini al Sistina di Roma, si chiama Ciao, Rudy e ha Marcello Mastroianni nei panni di Rodolfo Valentino.
Alla Scala per il Corriere della sera è andato a vedere tutto uno piuttosto bravo, si firma Eugenio Montale.
“L’esecuzione di ieri sera non ha alcun precedente in Italia. Intanto si è tornati al testo originale francese e l’esperimento già malamente riuscito con la Carmen ha dato stavolta risultati eccezionali. Sul palcoscenico grande sicurezza e nessuna volgarità. Mirella Freni è una Margherita piena di charme, se non ancora di brio: ha miniato assai bene l’aria dei gioielli, il brano più liederistico dell’opera. Diviso in due soli lunghi atti con un solo intervallo, lo spettacolo non riesce faticoso né interminabile. I suoi personaggi appartengono alla leggenda el mondo del cosmorama: non hanno il tempo né la voglia di gigioneggiare. Il successo è stato intenso”.
Quanto a Ciao, Rudy, la recensione di Giovanni Mosca parla di “lieto esito d’uno spettacolo un poco malato di grandeur”. Il testo viene giudicato non uno dei migliori della premiata ditta, ma “i muri di casa nostra non bastano più ai rinnovatori del teatro leggero italiano” e poiché puntano a New York gli serviva un personaggio che fosse un mito più vasto e ampio, più di Rugantino.
“In tre mesi di lavoro caparbio ed assiduo (durante i quali avrebbe potuto girare due film a centocinquanta milioni l’uno), Mastroianni è riuscito a conquistare una scioltezza, una disinvoltura e una padronanza invidiabili, senza dire che da negato ch’era per la danza è diventato un ballerino quasi perfetto. Peccato che gli stessi risultati non abbia ottenuto nel canto. Qui è uno dei punti deboli di Ciao Rudy. Non basta l’alto livello del cast, Marcello Mastroianni, Paola Borboni, Olga Villi, Ilaria Occhini, Giuliana Lojodice, Paola Pitagora, Tina Lattanzi, Raffaella Carrà. Giusi Dandolo. Il musical vuole buone voci. Qui non c’è che quella della Dandolo, spiritosa e divertente. Tornando a Mastroianni c’è da aggiungere che ha recitato con una precisione, con un garbo e con una modestia, anzi un’umiltà che gli hanno valso, alla fine, una affettuosa ovazione. Efficacissima, e c’era da aspettarselo, è stata Paola Borboni, amabilmente canagliesca nella parte della signora dagli stimoli che si risvegliano dopo il tramonto”.
Alfredo Todisco, ancora sul Corriere, riflette con ironia e vena sociologica su un tipo umano molto romano degli anni Sessanta, il pubblico delle anteprime, distinto sia dalla massa degli spettatori sia dai critici di mestiere. È un ambiente che vive di anticipo, di reputazione e di riflessi condizionati, dove la cultura diventa una pratica sociale prima ancora che un’esperienza. Lo snobismo è un meccanismo strutturale, perché “ogni capitale ha costituzionalmente bisogno di anticipare sulla provincia; quindi tira a un cospicuo consumo di “novità”, anche artificiale”. Roma spinge questa dinamica fino a farne un clima permanente, un’aria che non riguarda solo gli spettacoli ma uno stato d’animo diffuso, dice il Corriere.
Dentro questo clima prospera un pubblico fluido e non istituzionale, fatto di intellettuali emergenti, artisti alla moda, giornalisti di costume e mondani della cultura, “sempre aggiornatissimo sulle ultime tendenze estetiche e del gusto, sui nuovi miti e nuovi riti”, più per circolazione orale che per conoscenza diretta. È un mondo che si alimenta di caffè, ristoranti, cocktail party e telefonate, e che finisce per funzionare come una rete di opinion-makers. La cifra dominante è “la preoccupazione di non rimanere indietro neanche di un pollice rispetto all’evolversi rapido delle mode artistiche e letterarie”. Questa ansia si manifesta soprattutto di fronte all’avanguardia, spesso incomprensibile, “spettacoli astrusi, assurdi, indecifrabili, al cui paragone una lezione di urdu diventa un gioco da bambini. Uno dei tratti abbastanza frequenti in queste rappresentazioni di rottura è l’uso, che spesso vi si fa, di quella che non saprei definire in altro modo se non l’estetica del morbo di Parkinson”. Il momento decisivo non è la visione dell’opera, ma l’intervallo, quando occorre esporsi, commentare, prendere posizione senza compromettersi.
Ma il grande tema del giorno è un altro. Le donne dicono le parolacce. Carlo Laurenzi sul Corriere della sera riflette, con tono moralmente inquieto e oggi improponibile, sul turpiloquio femminile come fenomeno sociale a Roma. Ne dà una possibile lettura “emancipazionista” — il linguaggio volgare come rivendicazione di forza, autonomia e parità rispetto agli uomini — ma poi la mette progressivamente in crisi e si lancia in qualche azzardo. Laurenzi osserva che questo turpiloquio non è spontaneo né popolare, bensì deliberato, concentrato in ambienti urbani colti o semi-colti: café society, mondo dello spettacolo, cineaste e intellettuali. A differenza della volgarità maschile, spesso rituale e opaca, quella femminile gli appare polemica, teatrale, aggressiva, usata come strumento di dominio simbolico. “Si dice «donna-carrettiere» – scrive – è chiaro, in omaggio all’esuberanza di un luogo comune: in realtà i carrettieri sono diventati rarissimi e bisognerebbe semmai parlare di camionisti, senonché. anche nella legione dei camionisti, gli uomini dal linguaggio riserbato non mancano”.
Attraverso due episodi, Laurenzi mostra gli effetti concreti del fenomeno: il silenzio imbarazzato che la volgarità impone agli altri, la sopraffazione verbale, l’umiliazione inflitta — soprattutto se a un’altra donna, più fragile e conformista. L’emancipazione linguistica, così rappresentata, non è libera, ma nasce per ferire. Siamo nel ‘66 e si poteva leggere una cosa come questa: “La turpiloquente era piccola, non flessuosa, non bella, con un viso acceso e occhiali spessissimi. Il suo sguardo mi sembrò smarrito piuttosto che sfrontato. È possibile che ci sia un rapporto fra la scarsa avvenenza di una donna e il tripudiare di lei nelle sconcezze verbali”.
Ecco.