Il calcio paranoico della Tunisia

La sconfitta dal Mali e uno stile di gioco che non si redime

      Lo storico del calcio Jonathan Wilson firma sul Guardian una specie di requisitoria spietata sul calcio tunisino, eliminato dalla Coppa d’Africa contro il Mali non tanto per limiti tecnici quanto per una paura strutturale, storica, quasi identitaria. Wilson scrive: Forse non esiste al mondo una nazionale il cui calcio sia paranoico quanto quello della Tunisia, e con così poche ragioni per esserlo. I dati oggettivi – qualificazione agevole ai Mondiali, pareggio in amichevole con il Brasile – cozzano con una realtà emotiva opposta, dominata dal timore. Guardare la Tunisia, scrive, equivale a fare esperienza di un mondo distopico in cui l’immaginazione è stata messa fuorilegge. È  questa sorta di autocensura della creatività a spiegare l’eliminazione: Sono usciti dalla Coppa d’Africa perché il loro dubbio su se stessi si è rivelato più forte perfino dell’autodistruttività del Mali.

La partita è descritta come un paradosso sportivo. Con la Tunisia in superiorità numerica per oltre novanta minuti [espulso Coulibaly al 26’], in vantaggio all’89’, avanti due volte ai rigori. Eppure sconfitta. Non per sfortuna, ma perché minata dalla propria riluttanza a prendersi la partita. Wilson insiste: Se avessero semplicemente giocato, avrebbero vinto. Ma, come spesso accade, la Tunisia non lo ha fatto. Al posto del gioco:proteste, simulazioni, continue interruzioni. Solo a tratti, quasi per distrazione, s’è vista la squadra discreta che in realtà dovrebbe essere.

La condanna di Wilson è psicologica prima che tattica. Parla di una nazionale maledetta dalla consapevolezza della propria storia, dal peso di essere stata la prima africana a vincere una partita ai Mondiali, e dal sospetto di non essere più all’altezza di quel passato. La gestione tecnica riflette questa ansia. Scelte difensive, centrocampi di quantità, esterni adattati. Cinque centrocampisti scelti più per l’operosità che per la creatività, fino al tardivo passaggio a un modulo offensivo quando ormai il tempo era quasi scaduto. La negatività, scrive Wilson, li consuma da almeno due decenni: ogni contatto finisce in protesta, ogni rimessa in un’occasione per spezzare il gioco. A volte sembra che preferiscano vincere una rissa piuttosto che una partita di calcio.

Neppure l’espulsione di Coulibaly ha liberato la Tunisia dalla propria gabbia mentale. Il Mali è descritto come una squadra contraddittoria, tatticamente prudente e psicologicamente fragile, eppure capace di sopravvivere proprio perché la Tunisia non ha osato. Mai. L’ansia che intrappola questa Tunisia è debilitante e difficile da spiegare. Il limite più grande della Tunisia non è l’avversaria, ma lo specchio in cui si guarda.

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