Signore e signori, buonasera
Va ora in onda la registrazione di un tempo
di una partita del campionato di calcio di Serie A
Marina Morgan
Il pavimento iniziò a muoversi sotto i piedi mentre Claudio Ambu stava facendo gol alla Juventus. La partita era finita da tre ore ma 40 anni fa la domenica alle 19 era come fresca, come in diretta, c’erano persone che cercavano addirittura di arrivare a quel frammento di differita serale senza conoscere il risultato. L’Inter stava perdendo 2-0 per un rigore di Brady e un gol di Scirea, quando 34 minuti e 50 secondi dopo le sette di sera, la terra in Campania e in Basilicata cominciò a ballare e non si fermò prima di un minuto e mezzo, lasciando che la voce di Nando Martellini fosse legata per sempre nella memoria di milioni di persone, prima che al triplo campioni del mondo di Madrid, ai cani che iniziarono all’improvviso ad abbaiare, a un boato inspiegabile giunto dalle finestre, ai muri che si deformavano come al luna park le pareti nelle case dei fantasmi.
La domenica dell’ottava giornata del girone d’andata fu un pomeriggio di sole magnifico e di nebbia al Nord come solo negli anni Settanta e Ottanta succedeva. Un tranviere di Milano, il signor Piero Diacono, era arrivato a presentarsi una sera davanti ai circa 30 milioni di spettatori che faceva Enzo Tortora con Portobello, per proporre abbastanza seriamente nell’angolo dedicato agli inventori e agli scienziati pazzi di abbattere il monte Turchino e mettere fine così al fenomeno. In pochi allo stadio riuscirono a vedere e a capire cosa stesse succedendo durante Milan-Foggia e Brescia-Torino, il pomeriggio del 23 novembre 1980. La Roma capolista era andata a perdere a Cagliari con un gol di Virdis ma né Fiorentina né Inter alle sue spalle si erano mosse, battute pure loro, la prima a Como per 2-1 e l’altra – appunto – dalla Juventus. Se solo non avessero avuto un -5 di penalizzazione da scontare in partenza dopo il processo estivo per il coinvolgimento dei loro giocatori nel calcioscommesse, in testa con la Roma ci sarebbe andato il Bologna pareggiando 1-1 con il Napoli e subito dietro, a un punto di distanza, l’Avellino che aveva battuto l’Ascoli per 4-2.
Ma sia a Napoli sia ad Avellino, poche ore più tardi, avrebbero pensato ad altro.
Due giorni dopo una sciagura ferroviaria con 28 morti e 117 feriti fra le stazioni di Curinga (Catanzaro) ed Eccellente (Vibo Valentia), c’era altro dolore per il Sud d’Italia, ancora lutto. Un terremoto tra il nono e il decimo grado della scala Mercalli, con una furia pari allo scoppio di 35 milioni di tonnellate di nitroglicerina, si abbatté su 649 comuni e 7 milioni di abitanti. Nel giro di novanta secondi in Irpinia e in Basilicata non esistettero più Lioni, Teora, Sant’Angelo dei Lombardi, Montecalvo, San Gregorio sul Calore, né Baronissi nella provincia di Salerno. Gli elicotteri andavano in ricognizione e tornavano perché si vedeva solo fumo, macerie e fumo, in un silenzio da sepolcro. Strade interrotte, voragini, colline sventrate. Dopo 12 ore a Sant’Angelo dei Lombardi non era arrivato ancora nessuno. I sindaci lanciarono un appello a Roma: ci servono 500 bare. Non era vero. Ne servirono 4 volte tanto e non bastarono. All’orfanotrofio Santa Maria di Avellino si salvarono tre bambini su trenta. A Balvano, nella chiesa gremita, si erano prima spente le candele davanti ai santi e alle madonne, e poi s’era sentito un soffio bestiale che aveva fatto paura a tutti, prima che tutti non potessero più vedere né sentire nulla, comprese le criature del catechismo andate a messa per non commettere peccato. Cesare De Simone, inviato del Corriere della sera, riuscì ad arrivare in paese alle 5 e 15 del mattino, dieci ore dopo la scossa. Scrisse che si vedeva una sola luce. I fari di un trattore.
Emilio Fede al primo Tg delle 20 non disse granché. C’erano paesi che neppure erano riusciti a far sapere che cosa gli fosse capitato. A Roma all’inizio non capirono. Il vertice del governo era a cena con la signora Thatcher.
“Guai a noi se, anche in questa circostanza, ripeteremo la prova di inefficienza e di cinismo offerto negli ultimi dieci anni alle popolazioni del Belice”, scrisse Antonio Ghirelli sul Corriere della sera.
A Napoli venne giù un palazzo di nove piani e di 21 appartamenti. Lo chiamavano il grattacielo. Diventò nei titoli la Torre della morte. Era stato costruito dall’Ina Casa nel 1948, abitato dal 1952 e crollato di schianto dai suoi 35 metri di altezza in pochi secondi, uccidendo 52 persone e accortocciandosi su quattro macchine là sotto. Accadde in via Stadera, a Poggioreale, il quartiere del cimitero e del carcere, dove scoppiò all’istante una rivolta e dove approfittando del caos e delle celle aperte la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo uccise due uomini. Tre mesi prima via Stadera era una strada in festa per uno dei suoi ragazzi, il pugile Patrizio Oliva, 21 anni, tornato dalle Olimpiadi di Mosca con la medaglia d’oro vinta nella categoria dei pesi superleggeri.
pagine Quella sera in casa di Patrizio Oliva ▻ Torno in casa e inizio a parlare senza sosta, annuncio il prossimo match che si terrà a Bologna il giorno di Santo Stefano. … Dico che l’anno prossimo vincerò il titolo italiano, che entro tre anni combatterò per quello europeo e poi dritto verso il mondiale. Gli occhi di tutti s’illuminano, il sole sorge dentro ognuno di noi e già immaginiamo quel giorno che è destinato a venire. Ne sogniamo ogni istante, pensiamo a dove potrebbe avverarsi. … Le nostre voci s’accalcano ancora, le nostre fantasie rumorose fanno tremare il pavimento, io guardo l’acqua in una bottiglia sussultare impaurita, i nipotini saltellano per tutta la stanza facendo vibrare le mura e alzo gli occhi verso il lampadario che prende a ondeggiare lentamente di pochi centimetri, poi aumenta e aumenta sempre di più fino a oscillare furioso e d’un tratto va via la luce, il buio ci rapisce, i bambini scoppiano in lacrime e un enorme e cupo boato, come il soffio d’un vento spaventoso, echeggia ovunque intorno a noi mentre le pareti iniziano a tremare, il pavimento sembra voler cedere e inghiottirci, urliamo, ci urtiamo, ci spingiamo verso la porta, cerchiamo di afferrare i bambini, mia madre, i piatti fracassano al suolo, le mattonelle schizzano via dalle pareti, tutto intorno a noi si frantuma. Il terremoto: la terra trema con violenza, non c’è appiglio né ancora di salvataggio, cerco le corde come fossi sul ring ma non trovo che aria e braccia e parti di corpo, proteggo le mie mani, accalcati l’uno all’altro oltre la porta di casa, giù per le scale, nel buio e nel panico, gente che urla e piange, mattonelle ancora in frantumi, le scale che s’alzano e s’abbassano come onde d’un mare agitato, come il ring di un match furioso, costretti alle corde, le braccia incontrollabili, la violenza devastante dell’avversario che picchia senza pietà, senza tirare il fiato e ogni secondo è un macigno che crolla su di noi, nell’attesa del gong che ci salvi, ma nulla, grandinano destri e sinistri, colpi bassi, spintoni, le urla terrificanti delle donne, i singhiozzi dei bambini impauriti. … E così, scavando tra la polvere, sotto cumuli di pietre e mobili, trovo il corpo senza vita di un ragazzo con la poliomelite. Non l’ha fermato la sua malattia, ma quel folle minuto di delirio. Guardo a lungo il suo corpo, quasi irriconoscibile, e stringo forte i pugni. …
Il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, io salgo sul ring di Bologna per combattere non contro Mohamed El Kadoumi, ma contro la condanna che ci vuole sempre schiacciati al suolo, e scaglio destri e sinistri nell’affannosa ricerca della vita, per urlare a tutto il mio popolo che nonostante l’orrore vissuto noi siamo sempre pronti a salire sul ring e infilare i nostri guantoni, anche se sporchi e malridotti. Sei riprese di assoluto dominio, sei riprese disperate, lottando per tutti coloro che la terra ha divorato. Innocenti e soli.
di patrizio oliva, Sparviero (Sperling & Kupfer)
All’ospedale Cardarelli di Napoli i degenti scapparono nei cortili e nei giardini. Dal reparto maternità le giovani donne si precipitarono giù, al nido, portando via i neonati. Ci fu il panico tra chi passò quel minuto e mezzo a bordo dei vagoncini della ruota panoramica al parco dei divertimenti dell’Edenlandia, a Fuorigrotta. Ballava ogni cosa, in cielo, in terra e in ogni luogo. Quella notte i panifici a Napoli non lavorarono. La città prese d’assalto i negozi il giorno dopo. Le ferrovie mandarono carrozze e cuccette perché i senzatetto potessero dormire al caldo. Tutto diventò più fragile nei giorni successivi, perché arrivarono le piogge e ogni muro era un pericolo, nella Napoli di tufo e di cartone. Si fece per giorni vita da cortile, accampati in strada, con le chitarre e i Super Santos per far passare le giornate. Nel dramma fu quella una nuova socialità, capace di liberare energia creativa nell’arte, in tutte le sue forme.
Sandro Pertini uscì dal Quirinale e fece il viaggio da Ciampino con il DC-9 presidenziale seduto accanto a Forlani, presidente del Consiglio. A Capodichino li aspettavano Gava, Scotti, Compagna, tutti i ministri campani e anche il comunista Giorgio Napolitano. Proseguirono in elicottero verso l’Irpinia. Antonio Padellaro scrisse sul Corriere della sera che Pertini era “sceso dal cielo prima del pane, delle coperte, delle pale per tirare fuori i morti e i vivi”. Il presidente andò a prendersi gli insulti per gli altri e gli abbracci per sé. Disse che qualcosa non aveva funzionato. Così dopo la rimozione del prefetto di Avellino, Attilio Del Befalo, dovette dimettersi il ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. Quaranta ore dopo la scossa, il bollettino al Comiliter era di 2400 morti, 1970 feriti, 570 dispersi. Mario Trufelli, redattore della RAI di Potenza passato all’improvviso dalla calma assoluta alla trincea, confessò ad Antonio Ghirelli di sentirsi travolto, di dover dominare in video il suo sgomento per non seminare il panico in Italia.
Rosario Villari scrisse su l’Unità: “Gli italiani hanno potuto vedere con i propri occhi, in questi giorni, che cosa è il Mezzogiorno: un quadro di miseria e di desolazione che la tragedia del terremoto ha messo a nudo ma le cui radici risalgono lontano ed affondano nelle ingiustizie e nelle storture non solo della società meridionale ma anche dello Stato e della società nazionale”.
Il papa, Karol Wojtyla, visitò in 7 ore Napoli, Potenza, Avellino e Castelgrande, dove il vescovo di Frosinone in visita ai parenti era morto fra le macerie della sua casa natale. Un uomo trovò la forza per dirgli: «Caro papa, qui non si prega più, non siamo più capaci di pregare». Rispose: «Il dolore è preghiera, ci sono momenti in cui arriva anche a questo». Edgarda Ferri sentì tutto e sul Corriere d’informazione scrisse: “Abbiamo un papa che non risolve tutto sull’inginocchiatoio”.
Venne il titolo de il Mattino: Fate presto. Vennero i giorni della solidarietà. Alitalia dispose voli gratuiti per gli emigranti che tornavano a casa, molti al buio, per sapere, per scoprire, giacché era impossibile stabilire un contatto telefonico. A Castelnuovo di Conza un prete chiese l’arrivo dei Carabinieri, anche di attori travestiti, per evitare che la gente andasse ad abbracciare i propri morti non sepolti, per paura di un’epidemia. Vennero le richieste di adozione degli orfani del terremoto. Vennero le code sulle strade di montagna per portare le coperte. Vennero certo pure gli sciacalli, il mercato delle bare pagate mezzo milione. Vennero i milioni, i miliardi, gli scandali della ricostruzione.
Un amico di lunga data si è posto il problema se la nostra città sia diventata ormai irrilevante nel contesto dell’Italia d’oggi. Mi ha chiesto e si è domandato come reagirebbero gli italiani del Centro-Nord alla notizia di un evento catastrofico che colpisse oggi Napoli. Qualcosa come il terremoto del 1980. Abbiamo tutti e due convenuto che agli italiani del paese che conta, a quelli che abitano da Roma in su, una catastrofe napoletana non farebbe effetto: non li muoverebbe a nessuna manifestazione di solidarietà, di sostegno, di aiuto nei nostri confronti.
di mariano d’antonio, Repubblica, 31 maggio 2016
Che cosa accadde poi nello sport
Partì per l’Irpinia la clinica mobile attrezzata dei dottori Claudio Costa e Giancarlo Caroli, di solito utilizzata per le gare di automobilismo e motociclismo. Dario Borgogno, segretario della federcalcio, disse: «In momenti come questi, il calcio sente di essere l’ultima cosa al mondo. Basta un minimo di buon gusto, di civica sensibilità per capire che bisogna farsi da parte. Ora ci stanno più a cuore altre premure». Il presidente della federazione era Federico Sordillo, di Dentecane, provincia di Avellino. In paese era crollata anche la casa dei suoi genitori. Che papà e mamma stessero bene – raccontò Massimo Fabbricini sul Corriere della sera – glielo disse un guardalinee di Benevento, Mirra, sollecitato a portarsi sul luogo dal presidente dell’Associazione arbitri della Campania.
La federcalcio invitò tutte le società a mettere a disposizione dei soccorsi le attrezzature sportive e societarie. Lo stadio di Pescopagano diventò una camera operatoria a cielo aperto. Il chirurgo del paese, Corrado Adamo, si fece aiutare da un soldato di leva e da un contadino. Lo stadio San Paolo ospitò nei primi giorni gli sfollati. Non sul prato. La RAI cancellò un paio di giorni dopo la diretta alle tre di notte di Duran-Leonard: “Una questione di buon gusto, di rispetto nei confronti di chi le stesse ore le avrebbe passate all’addiaccio, lottando per la propria vita, per salvare altre vite”.
Diventò un caso la gestione della successiva domenica di campionato.
L’Avellino sarebbe dovuto andare a giocare in trasferta, la Pistoiese fece sapere di essere disposta a rinviare la partita. Offrì ai dirigenti irpini la libertà di scegliere da soli. Dal giovedì i calciatori dell’Avellino andarono in ritiro a Montecatini. «Per rinfrancarsi nello spirito e nel morale» disse Antonio Sibilia, e i giornali ricordarono che pochi giorni prima, il 31 ottobre, il commendatore si era “recato in tribunale a Napoli per consegnare al boss della camorra napoletana don Raffaele Cutolo una medaglia d’oro del peso di 70 grammi come attestazione di stima. Gliel’ha passata tra le sbarre e poi, come meglio ha potuto, lo ha abbracciato”.
I calciatori del Napoli, Rudy Krol e Claudio Pellegrini, donarono il sangue.
Furono rinviate nelle regioni colpite 4 partite di C1, 8 partite di C2, 6 di Serie D. Bologna e Rimini giocarono un’amichevole per raccogliere 10 milioni. Alla riunione di giunta del CONI che doveva deliberare aiuti per 2 miliardi e 300 milioni, 20 presidenti federali su 40 non si presentarono. Dinanzi al tentennare della Lega, che aveva designato l’arbitro Turpin per Napoli-Brescia della domenica dopo, diciotto calciatori del Brescia dettarono di giovedì all’ANSA un comunicato:
“I giocatori del Brescia Calcio, solidali con le popolazioni terremotate, esprimono il loro intento di disertare la partita di domenica prossima al San Paolo. Tale decisione è dettata dalla nostra coscienza di uomini che non intendono offrire spettacolo in un luogo di disgrazie e di morte. Sperano che tale gesto venga preso nel suo giusto significato e non venga frainteso nel suo contenuto”.
Parlarono a nome di tutti Gianni De Biasi, Mario Torresani che era delegato dell’AIC e Giuliano Groppi. La nota era pronta dal mercoledì, consegnata all’addetto stampa, Miro Mangiarini, ma da lui mai pubblicizzato. Il giorno dopo Groppi disse: «Ci ha meravigliato molto che il nostro sindacato non sia intervenuto. Non è la prima volta che la nostra associazione mostra carenze di fronte a fatti gravi, basti pensare alla blanda presa di posizione nello scandalo delle scommesse. Nessuno si è mosso, allora ci siamo fatti avanti noi. Con quale spirito avremmo incontrato il Napoli? Mettiamo il caso di una nostra vittoria: ci sarebbe sembrato di profittare di una circostanza che ha colpito duramente i nostri avversari. Da giornali radio e televisioni ci sono continui appelli per trovare una sistemazione per quelle povere popolazioni che dormono in tende o all’addiaccio. Noi avremmo tolto posti letto in albergo e pasti caldi a chi ne ha davvero bisogno».
Il centrocampista Sandro Salvioni aggiunse: «Io ho uno zio a Napoli e ai miei compagni ho fatto questa proposta, ragazzi, andiamoci pure a Napoli, ma domenica anziché giocare, per due ore ci mettiamo a togliere macerie».
Mario Torresani disse: «Ho letto che il Napoli avrebbe devoluto l’incasso a favore dei terremotati. Benissimo, noi avremmo tranquillamente rinunciato alla nostra quota. Ma quei soldi li davano comunque i napoletani, sono soldi che sarebbero usciti dalle tasche di chi ha bisogno d’aiuto. Noi stiamo facendo allora una sottoscrizione, un modo tangibile per dare un piccolo contributo». Il portiere Malgioglio precisò: «Avremmo giocato una partita solo per i privilegiati, per coloro che non sono stati toccati dalla tragedia».
Il direttore generale del Napoli, Antonio Juliano, aveva detto: «Noi siamo pronti a giocare per dare a Napoli l’occasione di ritornare alla vita». La prefettura cittadina aveva concesso il nulla osta alla partita il giovedì. Nel caso in cui il Napoli non avesse aderito al suggerimento del Brescia, scrisse il Corriere della sera, avrebbe vinto 2-0 a tavolino. I due club alla fine imposero alla Lega il rinvio. “Era l’unica possibile decisione in un momento di lutto e di lacrime. Lo stadio, che è un luogo di festa – scrisse la Stampa – ha fatto bene a chiudere discretamente i propri battenti nel rispetto di un lutto che ha colpito moltissime famiglie”.
Su una jeep e un camioncino salirono alcuni giocatori del Napoli, tra cui Vinazzani e Bruscolotti, con il massaggiatore Carmando, per andare a distribuire indumenti e coperte alle popolazioni in strada. Giorgio Pellizzaro, il portiere, sottolineò: «Se non si è giocatore è stato solo per merito nostro». L’Atlético Madrid si offrì per una partita di beneficenza. La Snaidero, sponsor del Napoli, propose un’amichevole in Friuli contro l’Udinese. Quel Napoli aveva un fuoriclasse al tramonto ma ancora in grado di marcare la differenza (Rudy Krol), un portiere che con le sue parate aggiunse alla classifica una porzione inquantificabile di punti (Castellini), un terzino sinistro imprendibile (Marangon), un centrocampo che l’olandese saltava regolarmente con i suoi lanci da un’area all’altra, un contropiedista che indovinò l’anno giusto (Claudio Pellegrini). A cinque giornate dalla fine era in testa alla classifica con la Juventus e la Roma nell’anno del gol di Turone. Gettò via le sue chance perdendo in casa con l’ultima in classifica (il Perugia) per uno spettacolare autogol al primo minuto e altri 89 di inutile assedio. Il campionato finì con gli striscioni tra un palazzo e l’altro che dicevano Comunque vada grazie lo stesso, con l’arrivo al cinema di Ricomincio da tre e con l’uscita di Vai Mo’.
Stanno arrivando i napoletani
Oh colerosi, terremotati
Con il sapone non vi siete mai lavati
Coro degli stadi italiani
La domenica dopo il terremoto nevicava e 140 paesi erano ancora senz’acqua. Servivano 70 mila roulottes, ne furono trovate 200. Dopo 137 ore un bambino venne trovato vivo sotto le macerie, a Lioni. Luis Vinicio, allenatore dell’Avellino, disse alla vigilia della partita con la Pistoiese: «Per due giorni abbiamo dormito come gli altri, in auto o in posti di emergenza, ma la vita continua e giocando aiutiamo un po’ la nostra sfortunata popolazione». Ferruccio Cavaliere, inviato de la Stampa, raggiunse la squadra in ritiro a Montecatini domandandosi “quando potrà tornare sul prato del Partenio, uno stadio circondato da tendopoli e mezzi di soccorso? Chi avrà tempo, voglia, denaro per stare sugli spalti?”.
Insieme con i giocatori, anche i familiari, “scampati miracolosamente alla catastrofe, solo Piga ha una mano fasciata. Ci sono Luis Vinicio, capitan Di Somma e Massa con mogli e figlioletti; c’è Marzia, la graziosa consorte di Juary, piccolo, smarrito straniero. La sua casa si è salvata, lui l’ha subito messa a disposizione e ripete: «Terribile cosa, mai la scorderò»”.
Salvatore Di Somma, il libero, originario di Castellammare di Stabia, raccontò che i suoi genitori avevano avuto la casa lesionata: «Io stavo guardando la partita. È successo il finimondo, come se un gigante alzasse e stritolasse uno gnomo. Non ho più capito nulla. Ho agguantato la famiglia e mi sono precipitato in strada. Per due notti abbiamo dormito in tenda».
L’Avellino perse 2-1 e Vinicio alla fine dovette ammettere che i suoi giocatori «avevano qualcosa dentro che non andava».
Oreste Del Buono sul Corriere della sera scrisse: “Era da giocare o non giocare il campionato questa domenica? Pensare che viene sospeso quando qualche giocatore della Juventus, dell’Inter, del Torino o della Fiorentina disputa una partita in maglia azzurra della nazionale. Beh, non c’era solo un incontro internazionale di mezzo, c’era una catastrofe che ha commosso il mondo. Ma, come capita in ogni frangente in cui si abbia bisogno di decisioni delle autorità italiane di qualsiasi tipo e specialità, si è verificata una bella confusione. La massima preoccupazione è stata quella di assicurare la continuità del Totocalcio”. Era il grande introito dell’epoca. Scrisse che i calciatori del Brescia non erano andati a Napoli “come in passato avevano tentato di non andarvi altre squadre timorose di epidemie” e che era logico “domandarsi perché nessuno si sia preoccupato anche dell’Avellino, squadra che, provenendo da una città ben più straziata di Napoli, è andata disciplinatamente a perdere a Pistoia”.
Alla fine, sotto parole e forme diverse, succedono sempre le stesse cose.
testimonianze
Una squadra che ci pareva Rocky
DI MARCO CIRIELLO
Il tempo ha condizioni irripetibili, se non nella fantasia, nei ricordi o nella somma di queste che per brevità diciamo partite, capaci di riportare indietro le morti indimenticabili. L’Avellino del campionato 1980-81 è diventato un medium, attraverso quelle partite in molti rincontrano le persone che morirono per il terremoto del 23 novembre ‘80 e non videro la salvezza impossibile della squadra di Luis Vinicio anche se avevano visto i razzi sulla luna di cui canterà più tardi Lucio Dalla. Prima che arrivasse il terremoto e che il Partenio diventasse un campo per terremotati con lo spostamento al San Paolo per le partite in casa: l’Avellino cominciò il campionato con 5 punti di penalizzazione per lo scandalo scommesse. Il suo presidente, Antonio Sibilia, era un incrocio tra un personaggio di John Fante e uno di Attilio Veraldi, un po’ muratore un po’ gangster, si era fatto da solo un po’ tirando su una parte della città e un po’ bruciando l’altra metà, era di quei presidenti padroni burberi e guasconi che sbagliava i verbi ma indovinava i calciatori, al confine tra fortuna e istinto dove tutto si confonde e diventa un carnevale di storie e risate, barzellette e leggende; il rapporto tra lui e l’avvocato Agnelli era qualcosa che andava oltre i dialoghi di Franco Scaldati e le gag di Lino Banfi ne L’allenatore nel pallone, tra l’altro anche la storia di Juary ricordava molto quella di Aristoteles (1984), lo sconosciuto brasiliano della Longobarda.
Juary, brasiliano, fu preso da Vinicio nel campionato messicano, giocava nel Tecos, area metropolitana di Guadalajara, dove, dopo i gol, già girava intorno alla bandierina con una danza da indiano. Era un calciatore strano: a volte abitato da guizzi serpigni altre da assenze al limite di Rain Man. Ad agosto in Coppa Italia segnò un gol dribblando tutta la difesa del Catania; a ottobre era a fare inconsapevolmente Mercuzio dribblando il buonsenso e accontentando Sibilia che se lo portò a un processo a Napoli per consegnare una medaglia della squadra al capo della NCO, Raffaele Cutolo. Un atto di vassallaggio. Dopo, però, trascinò l’Avellino alla salvezza, anticipando le palpitazioni di Nick Hornby, all’ultima giornata contro la Roma. E, prima, nel giorno del terremoto, giocando una delle sue migliori partite in serie A – poi vincerà una Coppa Campioni col Porto, segnando il gol decisivo – contro l’Ascoli. Juary era il massimo dell’esotico che si poteva permettere una provincia, non era un nero possente, ma gracile, mite, niente a che vedere con Pelé, anche se voleva essere Jobim e incise anche una canzone: Sarà così.
Non aveva biografia, se la costruì all’ombra della camorra e del terremoto: dribblandoli. Con lui c’erano Tacconi e Vignola, Gil De Ponti, Di Somma, e Andrea Carnevale che giocava poco o niente, Ugolotti che oggi servirebbe a diverse squadre e Beruatto, il capitano era Di Somma, tutti, compreso Vinicio, vissero la paura del 23 novembre, erano in città e videro macerie e morti mentre aspettavano di vedersi in tivù. Le partite successive non a caso le persero, erano scossi come chi gli stava intorno. Ma poi, con la città vecchia in macerie e i paesi intorno distrutti, la squadra divenne l’unica distrazione possibile, inseguire l’utopica salvezza con la zavorra dei meno cinque punti iniziali per molti divenne una equazione facile tra la propria condizione di terremotato e l’uscita dal dolore. Se l’Avellino rimane in A, in questa disperazione, allora anche io/noi posso/iamo farcela. In pratica era Rocky spalmato per una intera provincia, perso dietro al pallone, immaginato da una radiolina o guardato in un container la domenica sera. Come seguire l’Internacional di Porto Alegre dal Sertão intorno al fuoco, qualcosa di epico e aggregante. Scalando la classifica non ci si liberava dal dolore, ma la speranza prendeva piede. Si rimaneva ai margini ma con una grande impresa che scavalcava persino una calamità naturale. Il terremoto è durato molto di più, la ricostruzione è andata oltre le dieci stagioni di campionato – quella salvezza è rimasta un gioia non solo sportiva: una luce tra due bui – lasciando un senso di sconfitta che non ha più trovato riscatto. Tanto che, 27 anni dopo, quando è arrivato un altro nero mingherlino, questa volta alla Scandone, per il basket, Marques Green, molti hanno rivisto Juary, e si sono immaginati chissà quali imprese, anche perché questa volta il terremoto era lontano e la zavorra era solo nella memoria. Ma poi non è successo niente.
Marco Ciriello (1975), scrittore, irpino. Il suo ultimo romanzo è “I leggeri di Nairobi” (Rubbettino, 2020)
(Oggi Claudio Ambu è il titolare di una ditta di pietre naturali, per la fornitura e la posa in opera del materiale. Da trent’anni rappresenta una cava italiana di porfido trentino, importa basalto dal Vietnam e granito dalla Cina).
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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