Nuoro: la corsa e il ballo in Grazia Deledda

   

Nuoro

55 giorni a Milano

La corsa e il ballo in Grazia Deledda

 

La fiaccola di Olimpia è sbarcata in Sardegna e stasera resta a dormire nella Nuoro di Grazia Deledda. Nelle opere della sola scrittrice italiana da premio Nobel, il fuoco è un elemento centrale della vita familiare, il luogo attorno a cui si svolge gran parte della vita sociale e lavorativa domestica. Rappresenta la tradizione, il calore e la continuità familiare. 

“Per farle essiccare presto si accendeva il focolare centrale, con legno fresco di ginepro. Il fumo ne scaturiva denso, ma non acre, anzi con un odore d’incenso. E tutta la cucina, col suo grezzo soffitto, la mensola coi candelieri d’ottone, il luccicare dei rami, prendeva un aspetto festivo, un colore di tempio dell’abbondanza” scrive in Ferro e fuoco, dove le fiamme sono sostentamento, purificazione, orgoglio per l’abbondanza delle provviste. È il cuore pulsante della casa patriarcale. Ma il fuoco è spesso metafora di passione incontrollabile, gelosia, ira o distruzione. Riflette i sentimenti primitivi e violenti che animano i personaggi. “Dalla scranna antica che il lungo uso aveva sfondato e sbiadito, era ancora lei, la nonna Agostina Marini, quasi ottantenne e impotente a muoversi, che dominava sulla casa e sulla famiglia come una vecchia regina dal trono. […] Anna Rosa, turbata, scende e si avvicina al fuoco. La nonna nota che ha pianto” [L’incendio nell’oliveto]. Il fuoco è lo sfondo delle tensioni emotive e dei segreti familiari, un calore che può scottare o in altri contesti può rappresentare la punizione divina o un destino tragico a cui i personaggi non possono sottrarsi. 

Nella Nuoro rurale, aspra e pietrosa di fine Ottocento e inizio Novecento di Grazia Deledda, non si corre per divertimento o per tenersi in forma. Quando lei nasce, il barone De Coubertin non ha ancora reinventato le Olimpiadi. Scrive invece di persone che vanno in corsa, ed è sempre un’azione drammatica, si tratta di un’urgenza emotiva o fisica, per fuggire da un pericolo [la giustizia, una faida, un’ira], per raggiungere qualcuno in fin di vita o per portare un messaggio urgente, peer placare la paura o l’angoscia.

“Egli [Elias] camminava svelto, benché la strada fosse lunga e sassosa; il vento fresco della sera gli asciugava la fronte imperlata di sudore” [Elias Portolu], dove l’andatura svelta è dettata dall’inquietudine e dal bisogno di allontanarsi.  In Canne al vento, Grixenda “corse su per l’erta, leggera come una capretta, col cuore che le batteva forte in petto. Doveva avvisare le padrone, prima che fosse troppo tardi”. 

Neppure i bambini nel suo mondo hanno molto tempo per il gioco. Spesso sono coinvolti in piccole faccende domestiche, nella cura degli animali o nell’aiuto ai genitori nei campi. L’infanzia è breve e il passaggio al lavoro adulto è rapido, e non ci sono descrizioni di persone che nuotano per piacere, esercizio o competizione. La Sardegna interna descritta da Grazie Deledda era prevalentemente montana e agropastorale; il mare era spesso lontano e visto con un certo distacco culturale. L’acqua compare come elemento della natura [fiumi, fonti, torrenti], spesso è impetuosa, porta pericolo, quando va bene risulta essenziale per l’irrigazione. Attraversare un fiume in piena poteva essere un’impresa rischiosa, non un’attività ludica.

“Il fiume, ingrossato dalle piogge, mugghiava tra le canne. I servi dovevano guadare con prudenza, sorreggendo i sacchi del grano sulle spalle, attenti a non scivolare nelle acque torbide” [Canne al vento]. 

L’attività fisica è ancora quasi solo fatica, un’ineluttabile necessità che piega i corpi. “Le serve, curve sui solchi, raccoglievano le patate; Efisio e il servo guardavano la vigna: una vigna magra, bruciata, coi pampani gialli”. 

Un lampo – ecco – se c’è un lampo che a cent’anni dal suo premio Nobel e a 110 dalla sua morte potremmo dire sport – quel lampo si trova forse nelle danze tradizionali che si tengono durante le feste paesane o i novenari. Quelle feste raccontate in opere come L’edera o in vari racconti brevi, quando menziona “su ballu tundu” che richiede coordinazione e resistenza per essere eseguita ore e ore. “Cominciò il ballo sardo. Era il ballo tondo, antico, monotono, che si svolgeva lento e solenne come un rito pagano intorno al fuoco o sotto il loggiato della chiesa di campagna. Gli uomini e le donne si tenevano per mano, o per un fazzoletto, e battevano il passo con ritmo cadenzato, quasi stessero celebrando un rito più che divertendosi”.  Un doppio misto, prima che andasse così di moda pure alle Olimpiadi. 

2 commenti su “Nuoro: la corsa e il ballo in Grazia Deledda”

  1. Valentina Rispondi

    Chi ha scritto l’articolo? Vorrei ringraziare l’autore ..forse autrice, per il reperimento meticoloso in un punto di vista antropologico, coerente di piacevole lettura.
    Grazie

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