
Aryna Sabalenka si è schierata. «È un argomento complicato» ha detto ripetendo la premessa che appartiene a tutte. È complicato, ma di tutta la complessità dichiarata le sue conclusioni fanno a meno. «Non ho nulla contro queste persone, ma credo che possiedano ancora un vantaggio significativo rispetto alle donne». Per la numero 1 del mondo del tennis è ingiusto consentire alle donne transgender di partecipare ai tornei WTA.
Abitiamo un mondo magnifico. Aryna Sabalenka è la tennista che si è sentita offesa quando Marta Kostyuk si è lamentata di una eccessiva differenza di muscoli tra lei e le altre. Girò in principio la parola-tabù testosterone. Ha detto adesso la sua su una questione più seria e più scientifica al programma del conduttore britannico Piers Morgan, adeguandosi all’opinione dell’ex numero 1 Martina Navratilova.
«Trovo ingiusto che una donna debba affrontare giocatrici che sono biologicamente uomini – ha detto – una donna lavora tutta la vita per superare i propri limiti, e all’improvviso è come se dovesse affrontare un uomo, qualcuno biologicamente molto più forte. Non sono d’accordo con questo genere di cose nello sport».
Non è fair – dice. Quante partite del genere ci sono state? Nessuna. Tra venti giorni ce n’è invece una tra una donna e un uomo. La sua con Nick Kyrgios. Non è chiaro se questa sia fair, in compenso è ben pagata.
Il regolamento attuale consente alle persone reduci da un percorso di transizione di genere di partecipare ai tornei WTA a determinate condizioni: devono dimostrare che la concentrazione di testosterone nel sangue è rimasta al di sotto di 2,5 nanomoli per litro negli ultimi due anni e devono inoltre presentare una dichiarazione firmata che attesti la loro identità femminile o non binaria.
Quante sono le tenniste transgender in circuito? Nessuna. Di cosa parla Aryna Sabalenka? Di ideologia. Non cita studi scientifici, non ci sono casi personali a cui fare riferimento [come nel nuoto Lia Thomas], c’è solo un pensiero ascoltato e ripetuto.
L’americana Renée Richards, nata Richard Raskind nel 1934, è una delle poche tenniste transgender ad aver gareggiato ai massimi livelli. Dopo aver giocato diverse volte agli US Open maschili negli anni ’50, intraprese una seconda carriera nel circuito femminile tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Dopo essersi ritirata dal tennis professionistico nel 1981, Richards ha allenato Martina Navratilova – che oggi evidentemente la rinnega. Dieci anni fa Richards diede un’intervista a Emanuela Audisio per Repubblica
➣ In un torneo notarono il suo servizio.
«Mi ha fregato la passione per il tennis. Ho continuato a giocare con il mio nuovo nome. Ma a La Jolla, un giornalista s’insospettì per come battevo, un po’ troppo da uomo, io tra l’altro sono mancina, e iniziò a fare ricerche. Scoprirono chi ero, montarono le polemiche, ero un’immorale, dovevo scusarmi. Di cosa? Volevo solo un po’ di anonimato. Essere Renée, rinata appunto, quel nome lo avevo scelto anni prima in un soggiorno a Parigi dove ero stata tentata da un’operazione a Casablanca dal dottor Burou. Mi presentai in Marocco con quattromila dollari in contanti, ma scappai quando vidi le condizioni igieniche della clinica».
➣ E poi come andò?
«Andò che se anche mi fossi ritirata, avrei fatto scandalo ovunque. E allora pensai che forse valeva la pena battersi contro i pregiudizi, contro una United State Tennis Association che rifiutava la mia iscrizione all’Us Open. Che diritto avevano di escludermi? Portai la mia causa davanti alla Corte Suprema e vinsi, i medici testimoniarono la mia nuova identità. Avevo perso 20 chili e il 30 per cento della mia massa muscolare. A 40 anni giocavo contro le ragazzine di venti, a quali Evert e Austin potevo fare paura? Ma per loro ormai ero un mostro: venuta a deturpare la loro femminilità e i loro incassi».
➣ Molte avversarie rifiutavano di darle la mano.
«Sì. Qualcuna si ritirò per polemica. Il pubblico mi lanciava lattine. Dicevano: se non è una vera donna perché gioca con le donne? Non volevano che usassi il loro bagno e la loro doccia. Ma perché c’è sempre questo problema della toilette? Portavano i cartelli: I’m a real woman. Mi disprezzavano: meglio un uomo intatto che una trans, donna imperfetta. Soprattutto avevano paura di perdere il guadagno, credevano che un giorno noi trans avremmo sbaragliato la concorrenza, fatto a pezzi tutte loro, che poverine avrebbero vinto solo spiccioli. Io che volevo stare in silenzio, mi ritrovai bandiera di un mondo che voleva dignità. Come oculista guadagnavo 100 mila dollari l’anno, secondo le mie colleghe mi ero fatta tagliare il pene per vincere a tennis?»