La fiamma dei Giochi italiani accesa senza il sole

 

   

Tristezza, per favore vai via

Ornella Vanoni

 

  

La fiamma dei Giochi italiani accesa senza il sole

  La sacerdotessa con la tunica bianca. Il braciere caro agli dei. La sacra fiamma che parte da Olimpia e giunge intrepida nella città dei Giochi. La prima volta che lo sport mondiale mise in piedi il rito, fu per aggiungere suggestioni alla cerimonia d’apertura dell’edizione di Berlino del 1936. Per quanto ci si giri attorno, il rito del più grande evento universale è rimasto quello pensato per far piacere a Hitler. Jules Boykoff, ex calciatore e oggi massmediologo, autore del libro Power Games: A Political History of the Olympic, da tempo si domanda se non sia il caso di rivedere certe abitudini con le sue immagini e le sue raffigurazioni. Ha scritto che la simbologia è in genere un balsamo, “ma alcune tradizioni, specialmente quelle radicate nella propaganda nazista, dovrebbero essere cancellate”.

Oggi ci risiamo. Il sacro fuoco degli dei si riaccende per Milano, per Cortina e per le altre sette sedi [sette] sparse fra la Valtellina, il Trentino, l’Alto Adige e l’hinterland milanese per non scontentare nessuno dell’allegra brigata politica che promise i Giochi dell’autonomia e che li ha invece finanziati con soldi pubblici. 

Chissà cosa ne pensa Boykoff, eppure una rottura nello schema c’è. A Olimpia la luce è sempre stata una certezza. Il centro simbolico del mondo antico, invece quest’anno il maltempo costringe la cerimonia a spostarsi dal tempio di Hera all’interno del museo archeologico. La prima volta dal dicembre del 1967 – quando doveva mettersi in marcia verso Grenoble. Piove. Niente sole, niente specchio parabolico per catturare la scintilla. I Giochi faranno ricorso a una fiamma di riserva accesa durante una prova dall’attrice vestale Mary Mina. Un rito pensato per celebrare la continuità viene inaugurato da un’interruzione. Una crepa nella storia, chissà se significa qualcosa, o se come al solito dalla famosa crepa entra la famosa luce cantata da Cohen.

Per il resto si tira avanti. Le sacerdotesse in tunica, la coreografia che riproduce l’estetica classica, la voce che chiede ad Apollo di inviare i suoi raggi anche se i raggi, fuori, continuano a mancare. Un teatro che accetterà di essere imperfetto. La tradizione resiste anche quando il cielo non collabora. Gli dei si sono svegliati storti.

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“Tutto comincerà con l’esecuzione dell’inno olimpico – racconta Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta – italiano e greco, da parte di un coro della Scuola Italiana di Atene. Seguiranno la recita dell’attore Ioannis Stankoglou della poesia “La luce di Olimpia”, scritta da Takis Doxas e gli interventi di Aristidis Panagiotopoulos, sindaco di Olimpia, di Giovanni Malagò, presidente della Fondazione di Milano Cortina 2026, di Kirsty Coventry, prima donna e primo dirigente africano a guida del Cio e di Isidoros Kouvelos, numero uno dello sport greco”. Primo tedoforo sarà il canottiere Petros Gkaidatzis.

La fiamma girerà una settimana la Grecia, resterà una notte all’Acropoli, sarà consegnata agli italiani il 4 dicembre. E dal 6 parte un attraversamento di due mesi che è insieme itinerario sportivo e mappa culturale: 12.000 chilometri, 20 regioni, 110 province, 60 città e oltre diecimila tedofori. Una processione laica che porterà il fuoco nei luoghi che definiscono l’immaginario del Paese: il Colosseo, il Canal Grande, Palermo, Napoli, Cortina. I luoghi glamour e quelli feriti. La fiamma entra ed esce da paesaggi che non appartengono agli sport invernali, come se volesse allargare l’orizzonte prima di arrivare a San Siro, il primo stadio che accoglie le Olimpiadi sapendo di dover finire presto in polvere. Se ci fosse ancora fra noi T.S. Eliot, lo prenderebbe forse per un altro segno, per domandarsi “quali rami crescono su queste macerie”. Ma se il nuovo viaggio olimpico serve a ricordare qualcosa, è che i Giochi non iniziano a San Siro. Iniziano ogni volta nel momento in cui qualcuno chiede alla luce di comparire — anche quando il cielo decide di non collaborare.

Giulia Zonca su La Stampa ha scritto che il fuoco olimpico può darci il senso di un Piano-B. “Anche i nostri Giochi sono un piano B e lo sono orgogliosamente, si svolgono in posti che si sono messi insieme per dare all’Italia l’opportunità di essere la padrona di casa e un po’ anche il centro del mondo nel febbraio del 2026. Si parte da Olimpia, con un coreografia che forse sarà rivista e si arriva a San Siro, che è una revisione continua. Al momento della candidatura si immaginava già il nuovo impianto, invece San Siro vive l’evento come il suo ultimo atto globale. Lì, la festa di apertura racconterà l’Italia. Questa Italia che sa vincere parecchio nello sport, però non ha le strutture che servirebbero, pianta gli stadi a metà, come lo scempio di Firenze, senza curva chissà per quanto. Si permette di tenere piste chiuse per periodi infiniti, festeggia medaglie e trofei mentre finge di non avere bisogno di spazio per crescere. A questa Italia un piano B serve. Per tante cose”.

Un Piano, un Piano e basta, servirebbe al mondo per spegnere l’altro fuoco meno sacro che gira per il mondo e brucia case, vite, speranze. Dell’illusione di quella cosa che si chiamava tregua olimpica, ha scritto Mauro Berruto su Avvenire. “Ho trascorso quasi tre decenni nel cuore dello sport, ho vissuto per due volte, da dentro, la meravigliosa utopia del “villaggio olimpico”, so bene quanto tutto ciò, in potenza, sia vero. So anche quanto tutto ciò sia spesso disatteso. In un mondo gravido di tensioni, di guerre in atto e di altre all’orizzonte, mi auspico, me lo dico senza troppo ottimismo, che lo sport riesca in questo miracolo. Ed è per questo motivo che spedisco queste righe ad Avvenire, con un po’ di anticipo, da un aeroporto”. In partenza per la Cisgiordania su invito del comitato olimpico locale, per fare il Ct della Nazionale di pallavolo della Palestina per qualche giorno.

Nicola Roggero su Sky Sport Insider ha raccontato di come Berruto “ha annunciato il suo impegno attraverso un post sui social, corredato da una foto che non potrebbe spiegare meglio la situazione. Ci sono i giocatori nei pressi della rete, e con loro gli allenatori, ma nell’immagine alcuni appaiono a colori, altri, tre atleti e un tecnico, in bianco e nero. Non è un errore di stampa: le persone in bianconero non sono più tra noi”. 

Dalla Fondazione Luigi Rovati di Milano, dove la millenaria storia dei Giochi è in mostra attraverso alcuni cimeli, Maurizio Crosetti scrive per Repubblica che questa è in fondo una storia che parla “dell’essere umano e dell’essere umani. Di corpi, appunto, e di sfide, ma anche di arte e civiltà. Resiste da millenni questa giovinezza dei corpi che sfidano la morte con il loro inestinguibile, enorme mistero. Corpi che fanno a gara per il primato e consolano i viventi, inseguendo l’alloro antico e i moderni denari, eternamente fermati in una terracotta o nelle curve morbide di un marmo che sottolinea i muscoli, ma è all’anima che si rivolge. Questo, e non altro, è l’ideale olimpico che a dispetto della retorica ripropone oggi i suoi valori, teorici ma profondi, di pace, fratellanza e concordia anche in tempi feroci. Non vale più l’ekecheiria, nobile tregua olimpica, anche questo abbiamo cancellato. Ma i Giochi, dalla loro lontananza così presente, nel cuore di un’antichità che non potrebbe essere più moderna, ancora ci indicano la strada verso un’illusione, o forse una speranza”.

“Datta, Dayadhvam, Damyata” chiudeva sempre mastro Eliot, dopo una serie di visioni apocalittiche sulla sua terra desolata. Faceva parlare il Tuono, gli dava l’ultima parola, e quell’ultima parola tratta dalle Upanishad invitava alla necessità dell’unione tra i popoli, alla solidarietà, al controllo delle passioni e degli impulsi individuali. Era un messaggio di redenzione e di fiducia nella ciclicità delle cose, anche se una fiducia misteriosa, una fiducia poco chiara. 

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