la morte di Maradona
L’ultima volta che abbiamo visto il corpo di Diego
Don Diego faceva il barcaiolo a Corner, nel Corrientes, prima di trasferirsi a Buenos Aires, tra le lamiere e lo spurgo di Villa Fiorito. Lavorava dalle 4 del mattino alle 3 del pomeriggio in un’azienda di macinazione. Donna Tota, sua moglie, la signora Dalma Salvadora Franco, a ora di pranzo fingeva di avere mal di stomaco, così da alzarsi da tavola e lasciare una razione in più di cibo a tavola per gli otto figli. Al quinto degli otto, il maschio arrivato dopo Maria Rosa, Rita, Elsa, Ana Maria, Claudia, il quinto prima di essere raggiunto da Hugo e Raúl, piaceva addormentarsi appoggiando la testa sulla pancia del suo vecchio, sentire sotto l’orecchio che da lì dentro saliva una specie di ton, ton, un ritmo rassicurante, come rassicurante è sempre per un bambino un ventre.
Accanto a mamma e papà riposerà il corpo senza vita di Diego Maradona stanco di guerre, al cimitero Bella Vista, dopo il saluto del popolo alla Casa Rosada e un corteo di 40 km per accompagnarlo alla sepoltura, una volta smentita l’ipotesi dell’imbalsamazione e sedati gli scontri con la polizia durante la veglia. La gente chiedeva che rimanesse aperta per più tempo la camera ardente organizzata per Dieguito, il Pelusa, il Pibe, come se fosse stato un presidente.
Il papa ha mandati un rosario e una lettera. Un milione di persone, scrivono i siti argentini. La manifestazione di quella che Sergi Pàmies su la Vanguardia ha chiamato “un’isteria intergenerazionale che consolida il mito contro la decadenza, il delirio contro il fallimento, la malattia o la volgarità”, mentre Francesco Battistini sul Corriere della sera dice che “sembra d’essere davanti a Buckingham Palace, in quel lutto pop che fu Lady Diana: Diego è il parente di ognuno, e sono i fedelissimi della Doce – la tifoseria del Boca Juniors – a vegliare sull’ortodossia dei ricordi”.

Paolo Galassi da Buenos Aires su Repubblica considera che “col senno di poi – o con el diario del lunes, dicono in Argentina – allestire una camera ardente per meno di mezza giornata per Maradona nella Casa Rosada, la sede dell’Esecutivo, e pensare che la cosa potesse filare tranquilla, suona per lo meno audace. Se Maradona è il pueblo, il pueblo lo vuole salutare. Ne sente il diritto. A spingere per una veglia così breve erano state le figlie Dalma e Giannina, dopo la tensione all’obitorio di San Fernando prima dell’autopsia, per la paura che gli sciacalli potessero rubare l’ultimo scatto privato. Nel 1952 la veglia funebre per Evita Peron era durata due settimane, con file lunghe 35 cuadras, isolati”.
Paolo Manzo per il Giornale sottolinea come “a mezzogiorno l’hashtag che dominava su tutti in Argentina non fosse Maradona ma #sorete, che nello slang del Rio de La Plata sta per stronzo. L’epiteto era rivolto all’ipocrisia del presidente Alberto Fernández che, dopo avere impedito ad oltre 30mila famiglie argentine di seppellire i propri morti con funerali in presenza a causa del lockdown da Covid più lungo del mondo, ieri ha invece autorizzato un’agglomerazione infernale. Si sfoga così il padre di una ragazza morta di cancro nella pandemia che lui non ha neanche potuto salutare”.
Ma Diego è l’uomo che ha fatto piangere un paese per la sua pipì. Galassi ricorda che il 1° luglio 1994, all’indomani della squalifica per doping al mondiale Usa, “il quotidiano Clarín ripeteva il titolo utilizzato 20 anni prima dalla rivista Noticias per annunciare la morte del General Juan Domingo Perón: Dolor. Il tango più famoso di Carlos Gardel parla da solo. Vent’anni son nulla. Lo scrittore francese Matias Enard ha osservato che l’Argentina è quel posto in cui Victor Hugo, prima ancora di essere il padre de I Miserabili, è il nome di colui che diede voce al gol del secolo, segnato da Diego agli inglesi nel 1986. Da ieri è anche il posto capace di trasformare il suo funerale in un ultimo grande spettacolo nazionalpopolare”.
Questa è l’Argentina, racconta Martin Mazur da Buenos Aires per la Gazzetta dello sport, l’Argentina in cui “il corpo di Evita è sparito per anni. Per il ritorno di Peron al paese dall’esilio, ci sono stati morti per colpi di pistola prodotti delle discussione sulla posizione che dovevano occupare nel palco. Al corpo di Peron hanno tagliato le mani. Proteggere il corpo di Maradona era già stata la massima priorità mercoledì sera, quando era stato portato dall’ospedale di San Fernando a La Paternal, alla casa di pompe funebri che l’avrebbe vestito e preparato per presentarlo davanti alla famiglia. Il posto scelto per la camera ardente, la Casa Rosada dove solo 7 presidenti e solo un personaggio sportivo – Juan Manuel Fangio – hanno avuto il funerale, nel caso di Diego diventa il suo ultimo stadio”.
Gianni Riotta su la Stampa cita una frase di Roberto Fontanarrosa, detto El Negro, disegnatore, artista, autore di quel meraviglioso e stralunato romanzo sul calcio che è L’area 18 (edito in italiano da 66thand2nd). «Che mi importa di quel che Maradona ha fatto con la sua vita: mi importa di quello che ha fatto della mia vita» ripeteva, “e le centinaia di migliaia di suoi connazionali in coda ieri per rendere omaggio all’asso scomparso – scrive Riotta – popolani del barrio di Dock Sur, signore delle buone famiglie di Recoleta, dove riposa la salma venerata di Evita Peron, intellettuali che passano le giornate al Cafe La Biela, dove scriveva Borges, son d’accordo”.
Quando il rumore intorno al dolore sarà finito, si alzerà quello per la battaglia legale intorno all’eredità. Sul conto di Maradona, scrivono in Argentina, sono rimasti solo 100 mila dollari. Ma ci sono le proprietà. C’è un avvocato che le figlie negli ultimi tempi accusavano, lo chiamavano il carceriere di Diego.
| l’inchiesta Le cure ▻ La causa della morte accertata dall’autopsia è una crisi cardiaca da edema polmonare. C’è una analisi tossicologica in corso. L’ex medico trentennale di Maradona, Alfredo Cahe, si domanda perché sia stato dimesso così presto dopo l’intervento alla testa, l’ultima parte del corpo finita sotto i ferri di un chirurgo dopo una caviglia, uno stomaco cui furono tagliati 10 centimetri, un ginocchio. «Non è stato curato a dovere. Mandarlo a casa è stata una stupidaggine. Non so perché ci fosse tanta urgenza di operarlo, ho molti dubbi. Non era necessario intervenire subito».
Se fossi argentino avrei pianto tutta la notte, se fossi napoletano piangerei ancora adesso
Michele Serra, la Repubblica, ieri
In un pezzo per la Gazzetta dello sport, Sebastiano Vernazza parla del “corpo di Cristo, inchiodato sulla croce. Il corpo di Che Guevara, disteso sul tavolaccio di un ricovero della Sierra boliviana. Il corpo di Jim Morrison, dentro la vasca di un bagno a Parigi. E il corpo di Diego, nel letto di una villa in affitto vicino a Buenos Aires”. Un corpo disfatto – scrive – da sessant’anni di calcio e di calci, di infortuni e di colpi al cuore, di cocaina e di alcol, di sesso sfrenato e di viaggi transoceanici passati a dormire sui pavimenti degli aerei. Il corpo di un uomo che si è dato troppo. Un corpo che subito fece la guerra con la morte, come racconta Jimmy Burns in Maradona (Rizzoli): “Quando avrà avuto due anni, Diego una sera si perse nel cortile, al buio, e cadde nel pozzo nero. Dopo avergli gridato: “Dieguito, tieni la testa fuori dalla merda!”, fu zio Cirilo a salvarlo, estraendolo dalle feci della famiglia, per poi passarlo alla Tota, così che potesse lavare via gli escrementi”.
luoghi A Napoli ▻ La folla si è radunata davanti ai due murales in città, ai Quartieri Spagnoli e San Giovanni a Teduccio, s’è riunita davanti la curva B dello stadio, dove sono state lasciate sciarpe e bandiere, candele e croci, bigliettini, fiori, fotografie, magliette, pupazzi. La riedizione calcistica e italiana di quel che a gennaio abbiamo visto a Los Angeles per Kobe Bryant. Fulvio Bufi sul Corriere della sera ha scritto che “non è come quando morì Pino Daniele. È di più. La zona rossa è saltata completamente Ai microfoni di Radio Kiss Kiss Napoli, il conduttore del programma di mezzogiorno non ce la fa. È un giornalista esperto Carlo Alvino, fa radio e tv da decenni. Ma a ogni messaggio che legge piange in diretta. In tutte le zone più popolari della città chi non piange o piange in privato, sceglie comunque una testimonianza pubblica, una bandiera azzurra listata a lutto. Ce n’è una perfino sul terrazzo di un monastero di suore di clausura”.
Dario Del Porto su Repubblica racconta che “sull’asfalto di Fuorigrotta, qualcuno ha scritto: «Che tarantella, Diego. Sei stato troppo vivo per immaginarti morto»”. Maurizio Nicita sulla Gazzetta dello sport ha scritto che “se ieri fosse calato un marziano a Napoli avrebbe capito subito che questo Diego dai riccioli impertinenti e il sorriso contagioso è il re della città e questo re viene commemorato come il monarca più buono che ci sia stato per la gioia pura che ha regalato al suo popolo”.
Nel suo spazio podcast per il sito Calciomercato, Mario Sconcerti dice che “Maradona ha avuto, dato e perso tante cose, non poteva chiedere di più alla terra. È stato un uomo libero, ha avuto molti figli, tanti amici, tante passioni. Non puoi avere questo e pensare di non commettere errori. Fanno parte del gioco di vivere intensamente. Ma alla fine beato Diego e beata Napoli che se l’è goduto a lungo”.
testimonianze La madre di Diego jr ▻ È stata una grande passione, un legame forte nato piano piano. Chiacchierando, guardandoci negli occhi. Prendendoci anche tanto in giro. L’amore non muore mai, si trasforma. Oggi più che mai voglio rivivere i ricordi più belli che ho di lui. Con rispetto verso quel ragazzino che mi ha fatto vedere la luna e le stelle. E che mi ha dato Diego, la mia vita Il suo cognome ancora oggi mi dice molto poco, per me era e resta Diego. La dolcezza, la spontaneità, la generosità. Sono stati sei mesi, ma molto intensi. La nascita di Diego in qualche modo ha fatto sì che continuasse. Adesso lo sentivo abbastanza spesso, quando era in videochiamata con Diego chiedeva di me, ci salutavamo con affetto. Adorava i nostri nipoti, che poi gli somigliano tanto. Non ho smesso di pensare a lui un solo giorno. Ora mi sento sola, non riesco ad accettare che non ci sia più. Un dolore enorme
Cristiana Sinagra la madre di Diego jr, intervistata da Monica Scozzafava, Corriere della sera
Questa dimensione collettiva, questa esposizione del corpo alla folla. Questo accalcarsi. In una intervista con Emanuela Audisio su Repubblica, ne ha parlato Michel Platini, che è stato per tre campionati con la Juventus rivale in serie A di Maradona. Annunciò l’addio 7 giorni dopo lo scudetto del Napoli, lasciando la scena alla costruzione di un dualismo un po’ più artificiale con Ruud Gullit.
Platini stamattina dice: «Mai avrei vissuto come lui, con cento persone sempre addosso, a pranzo e a cena, non ce l’avrei fatta. E a lui la mia vita discreta sarebbe sembrata troppo vuota. Quando io sono arrivato a Torino la Juve era a quota 20 scudetti, quando lui è arrivato a Napoli, la squadra era a 0. La geografia dei risultati conta. Lui non solo ha vinto, ma è stato un aggregatore. Io non mi ricordo un Diego solo. Era sempre in mezzo al pubblico, a braccia, gambe, teste, gli piaceva essere toccato, aveva un bisogno carnale di contatti, dove c’era un mucchio, lì trovavi Diego, sudato e felice. Amava essere amato. Oggi non capita più: ma voi li vedete Messi, Ronaldo, Neymar e tutti gli altri? Non sono più avvicinabili, girano al largo dai tifosi, guai a sfiorarli, non ci sono più occasioni. Diego non ci teneva alla giusta distanza, per lui non esisteva. Lui veniva dall’Argentina dove il pallone è antico, ancestrale, viscerale, un modo di vivere del popolo. Prende la testa, il cuore, i polmoni. Lì il calcio è primordiale, è un graffito delle caverne, è un tatuaggio sulla pelle. Si fa vedere e sentire. Un’identità forte, un sentimento nazionale, è come la tua mamma. Io sono nato in Francia, dove la gente se ne fregava del pallone, e non credeva che quello del calciatore potesse essere un lavoro. Quand’è che mi sarei dedicato ad una cosa più seria? Non ero uno di loro, ma solo uno che inseguiva il suo gioco preferito. Non c’era la dimensione collettiva che invece a Diego non è mai mancata».
C’è un paradosso in tutto questo. Maradona non amava sentirsi mettere le mani addosso. Amava abbracciare, essere abbracciato, non essere toccato nel mucchio. Reagiva come a una scossa elettrica. Il regista Asif Kapadia lo racconta di nuovo stamattina a Titta Fiore in una intervista per il Mattino. «Quando ha accettato di incontrarmi, non pensavo che avremmo cominciato subito a registrare, ero senza il fonico e ho dovuto fare tutto da solo. Per sistemare il microfono mi sono seduto a terra. Poi mi sono reso conto: ero ai piedi di Maradona, davanti al suo leggendario sinistro. Lui era in calzoncini, aveva ancora gambe possenti come due tronchi di albero… Ho smesso di ascoltarlo, ero come ipnotizzato. Gli ho guardato la caviglia massacrata a Barcellona e ho avuto l’impulso di toccarla: È questa?, gli ho chiesto. Ma lui si è ritratto, non gli piaceva essere toccato».
dettagli Le parti del suo corpo ▻ ① Le labbra che baciavano la testa di Carmando a metà campo prima di ogni partita | ② Gli occhi persi nel vuoto a una festa di Natale, ripresi da Asif Kapadia nel suo documentario, così terribilmente uguali a quelli di Massimo Troisi in Ricomincio da tre, quando si sente inadeguato a una cerimonia di nozze | ③ La gola che riuscimmo a intravedere quando urlò dentro la telecamera a bordo campo dopo un gol contro la Grecia, il suo ultimo gol a un Mondiale, era il 1994 | ④ La caviglia che si torce nel battere la punizione a due in area contro la Juventus, novembre 1985 | ⑤ I riccioli, la cascata di riccioli che tutti i ragazzi napoletani a metà anni ’80 cominciarono a portare | ⑥ La mano, certamente. La mano che lo fece capopopolo con il gol all’Argentina come dice Julio Velasco alla Gazzetta stamattina. La mano che consegnò le chiavi della sua macchina a uno sconosciuto, come racconta sempre Velasco a Giorgio Burreddu per il Corriere dello sport-Stadio. «C’era un ragazzo, uno del servizio di pulizie, si stava lamentando che non aveva la macchina per uscire e doveva andare fuori con una ragazza. Diego era lì, e lo deve aver sentito. Allora va da lui: e com’è la ragazza, è bella? Sì, bellissima, gli dice quello. Allora tieni, e gli dà le chiavi della macchina. Dài Diego no no, non mi prendere in giro, dice il ragazzo. E lui: prendila, me la porti domani, io mi faccio portare a casa da un amico. Come fai a spiegarlo uno così?». Oppure la mano con cui «si è toccato il ⑦ fianco come se proprio in quel punto sentisse un dolore fisico», quando Giorgio Perinetti – che lo racconta ad Alberto Facchinetti per il Fatto quotidiano – gli comunicò la positività all’antidoping.
A preparare la mano sul fianco era arrivato un ⑧ alluce, il dito del piede che occupò la scena mediatica poco prima, quando Diego aveva già ricevuto un avviso di garanzia per detenzione e spaccio di cocaina e c’era la fila degli inviati a Napoli per intervistare le prostitute che andavano con lui. L’alluce che lei succhiava a lui, o forse era lui a lei, ma che importa adesso, importa adesso che sul corpo di Diego si cominciava a giocare la partita che doveva portarlo all’annientamento.
Un campione di umanità come Gianni Mura fu scosso da tanta morbosità esibita. Nella sua rubrica Sette giorni di cattivi pensieri del 17 febbraio 1991 si disse colpito dal racconto delle ore d’amore del Pibe, “in cui la brasiliana Susy racconta il dove, il come, il quando, il quanto, quello che lui chiedeva e lei rifiutava, quello che lei rifiutava e lui fiutava. Ma quando lei dice gli piaceva soprattutto l’alluce, non poteva precisare se destro o sinistro?”.
Quattro anni, uno in più, è durata invece la convivenza tra Diego e Ottavio Bianchi, l’uomo che il corpo di Diego lo allenava, l’uomo al quale nel giorno in cui si concludeva il campionato dello scudetto la squadra nello spogliatoio cantò Te ne vai o no, te ne vai sì o no. L’anno dopo la rottura fu fragorosa e pubblica. In una intervista con Gigi Garanzini per la Stampa, stamattina Bianchi parla di percorso lungo, a tratti travagliato, «perché le sue qualità umane non erano sempre facili da interpretare. Ma mai a tu per tu, quando ci sedevamo in poltrona e si cominciava a chiacchierare. A quattr’occhi il rapporto era splendido, così come il suo con la squadra: mai un rimprovero a un compagno, mai un gesto di insofferenza per un errore tecnico, per un passaggio sbagliato. Mai una vita impossibile come la sua non sarei stato capace di gestirla nemmeno per un mese».
Bianchi racconta di quando cominciarono a giungergli certe voci, «ma eravamo nell’ambito del sentito dire. È stata anche una delle ragioni per cui me ne sono andato dal Napoli, perché non toccava certo a me intervenire. Lui a tu per tu continuava a essere quello di prima: ma poi usciva e veniva circondato, e io le voci sempre più insistenti su malavita e calcioscommesse non le volevo nemmeno sentire. Perché molto semplicemente mi terrorizzavano. Il problema è allenare quelli che si credono grandi e non lo sono, non certo un grandissimo come lui».
Ma il corpo di Diego non è l’oggetto di questa storia. Il corpo di Diego è il soggetto. Porta, non viene portato. Regge, non viene retto.
Claudio Cerasa, direttore del Foglio, stamattina riflette sul fatto che lo sport – il regno dei corpi – “lo sport è forse l’ultima frontiera del mondo all’interno della quale il moralismo veicolato dal politicamente corretto non ha impedito di fare quello che in altri mondi è invece proibito anche solo pensare: giudicare il talento a prescindere dalla storia di chi esprime quel talento. A Maradona si perdona quello che non si riesce a perdonare a Woody Allen, a Kevin Spacey, a Roman Polanski, a Michael Jackson, a Placido Domingo, a Louis C.K., persino a Charlie Chaplin, per non parlare di Cristoforo Colombo e di Cecil Rhodes, e lo si fa forti di una consapevolezza rotonda. Nella vita esiste una delimitazione precisa tra ciò che si è e ciò che si fa. E quando ciò che si fa è lì che brilla infinitamente di più rispetto a ciò che si è, non c’è santificazione che possa conoscere ostacoli. Perché il talento viene prima del vizio. Perché la virtù viene prima del peccato. Perché l’essere bravi viene prima dell’essere colpevoli”.
Il corpo di Diego aveva una doppia cittadinanza dell’anima, come l’ha chiamata l’antropologo Marino Niola su Repubblica, perciò “le due patrie lo piangono insieme. Le lacrime di Partenope si riflettono in quelle della città del tango. Il dio è morto ed è nato il mito. Le spoglie mortali di Diego Armando Maradona stanno liberando la sua icona immortale”.
E lo dice come al solito con parole precise, che escono come affilate dalla mola di un arrotino, lo scrittore Martín Caparrós, esule dall’Argentina a Parigi e Madrid durante il regime militare, oggi firma di El País e New York Times. In un suo intervento tradotto in italiano per la Stampa, dice che Maradona “era l’Argentina. Per molto tempo ci sono stati milioni e milioni di cinesi, russi, indiani, africani che non avevano mai sentito parlare di gauchos e tanghi, Evita o Gardel o Guevara ma avevano visto Maradona e i suoi palloni – e questo era tutto quel che sapevano di quel paese sperduto. A volte mi irritava il fatto che fosse un calciatore: che quello che si conosceva dell’Argentina fosse un calciatore. O peggio: che l’unica cosa che univa gli argentini fosse un calciatore. Poi mi sono consolato pensando che in realtà era un artista – dell’arte più popolare, e minore. Giocava come mai nessuno: letteralmente nessuno. Il dribbling – la finta – è convincere qualcuno che farai una cosa e farne invece un’altra: è la storia della sua vita. Non è facile essere un Paese: né facile né leggero. E non era facile essere Maradona. Non era facile e Maradona l’ha pagata cara. Era molto difficile essere Maradona quando ancora lo era; divenne insopportabile quando smise di esserlo”.