L’editoriale del Guardian che chiama Infantino vassallo di Trump

“Il Forrest Gump del presidente”

Gianni Infantino ogni tanto dice che «è molto chiaro che la politica deve stare fuori dal calcio e il calcio fuori dalla politica». Evidentemente non vale per lui. Marina Hyde sul Guardian osserva che di nuovo lunedì scorso il presidente della FIFA è tornato nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, annuendo mentre Trump spiegava che potrebbe spostare le partite del Mondiale 2026 da una città all’altra se dovesse percepire problemi di sicurezza o qualche altra forma di non-conformità. Tradotto: se la città è amministrata da un sindaco democratico, o peggio da un comunista. “Incredibile che il presidente della FIFA sia disposto a organizzare tornei in qualunque autocratura violenta, ma davanti alle telecamere della Casa Bianca senta il bisogno di tracciare la linea della scarsa sicurezza a Boston”, scrive Hyde.

Il solo sguardo su Infantino, oggi, sembra riattivare decenni di pezzi sulle follie della FIFA. Come siamo finiti dentro “un orrore ancora più grande” dei suoi predecessori? Quando Sepp Blatter venne travolto da un coro di scandali, sembrava impossibile immaginare chi potesse superarlo, dice il Guardian. E invece eccoci qui: quest’anno il presidente della FIFA è diventato “il Forrest Gump dell’amministrazione Trump”, presente ovunque. A maggio era al vertice per la pace in Medio Oriente; arrivò così tardi al congresso FIFA che la UEFA inscenò una protesta, accusandolo di anteporre interessi politici privati a quelli del calcio. A ottobre era ai colloqui per Gaza in Egitto. Poi ha inventato un improbabile premio per la pace da inaugurare al sorteggio del Mondiale, forse — suggerisce Hyde — per farlo vincere proprio a Trump. Lunedì rideva compiaciuto mentre il presidente parlava addirittura di ordinare uno strike sul Messico, che oltretutto è uno dei co-organizzatori del torneo.

Il segno premonitore era arrivato a gennaio, quando Infantino era alla cerimonia d’insediamento di Trump, “ridacchiando mentre il presidente annunciava che avrebbe cambiato il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America”. All’epoca sembrava un ragazzino che aveva vinto un concorso. Oggi, nota Hyde, somiglia a “uno dei volatili del Mago di Oz agli ordini del proprio stregone”. Un tempo erano i governi ospitanti a doversi piegare alle direttive sovranazionali della FIFA — basti ricordare i tribunali speciali allestiti in Sudafrica nel 2010 — ma ora è la FIFA stessa a essere diventata uno strumento nelle mani di chiunque l’adotti. “Come ogni parassita, dipende dall’organismo ospite” scrive con durezza il Guardian.

Nessun leader ha mai tolto una partita di calcio a una città ospitante nei 95 anni di storia del Mondiale. Forse, suggerisce Hyde, questa eccezione basterebbe a confermare l’impressione globale di un’America sempre più “unicamente arretrata”. Il Guardian scrive che si fa fatica a immaginare il sindaco di Seattle meno accettabile dei leader degli ultimi due paesi ospitanti, il Qatar e la Russia. Eppure dal fronte Trump arrivano entusiasmi correlati: Andrew Giuliani, capo della taskforce della Casa Bianca per il Mondiale, ha spiegato che l’edizione 2026 esiste grazie alla visione del presidente ed è destinata a diventare “uno dei più grandi eventi culturali della storia mondiale”. Infantino ha scelto altri superlativi parlando de “il Mondiale più grande e più inclusivo di sempre”. E come nota Hyde, non c’è campanello d’allarme più chiaro della parola “inclusivo” sulla bocca di un uomo di marketing. “Se la sentite in quello che è a tutti gli effetti uno spot, potete stare certi che qualcuno sta per essere fregato” ha scritto. Probabilmente i tifosi. Non solo per i prezzi dei biglietti, ma per partite da trasferire a centinaia, magari migliaia di chilometri di distanza, per un capriccio politico.

E mentre Infantino se ne compiace, il suo vero risultato è aver presieduto la FIFA all’epoca in cui la parola sportswashing è passata da tecnicismo critico a termine che i tifosi riconoscono, “perché la vedono ovunque” dice ancora il Guardian. Per quanto riguarda il premio per la pace, meglio non pensare che sarà annuale: l’ultima volta che Infantino ha inventato un riconoscimento — i Best Awards della FIFA — li ha celebrati due volte in nove mesi. Perciò c’è una serie possibilità che Trump possa vincerlo prima dell’inizio del Mondiale, ed è “tutto merito dell’uomo meno politico del mondo dello sport — o certamente dell’uomo meno sportivo della politica mondiale”. 

1 commento su “L’editoriale del Guardian che chiama Infantino vassallo di Trump”

  1. Umberto Gardini Rispondi

    Infantino e’ un lampante esempio di garcon pipi che raccoglie fino all’ultima goccia con la sua lingua biforcuta .

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