Che cosa c’è dietro i titoli mondiali Under

E sono due. Le diciassettenni nordcoreane hanno vinto i Mondiali per la seconda volta di fila, trionfi a cui si aggiungono i tre Mondiali Under-20 conquistati entro il 2024. Un dominio assoluto e allora la domanda sospesa, la domanda che si si pone Jonathan Harding su Deutsche Welle è come faccia un paese che “non ha alcun rapporto con il mondo contemporaneo” a crescere calciatrici così brave.
Harding parte dalla cornice geopolitica. Lo sport, in Corea del Nord, è una vetrina. «È uno dei pochi modi per dimostrare sovranità, esistenza e identità davanti alla comunità internazionale», spiega il professor Jung Woo Lee. Lì dentro, ogni vittoria diventa una bandiera sventolata, fuori e dentro i confini. «Lo usano per glorificare i leader e mostrare quanto sia grande il Paese».
Ma la radice del successo è anche un calcolo freddo. Il gap tra il calcio giovanile femminile e quello senior è profondo, e a Pyongyang lo sanno: è più facile vincere presto che costruire un percorso. Non si tratta di sviluppo, ma di target. «In Europa si insiste sul divertimento; in Corea del Nord anche a 13 o 14 anni entri in regimi di allenamento altamente disciplinati e professionalizzati», racconta Lee. Il risultato: adolescenti temprate, squadre precoci, tornei dominati. In Marocco, tre gol subiti in tutto, quattro vittorie con almeno tre reti. Le Under-20, un anno prima, avevano replicato la formula: tanti gol contro l’Argentina e poi tre 1-0 chirurgici fino al titolo.
C’è anche un metodo, quasi scientifico. La Pyongyang International Football School seleziona, alleva, modella. Le ragazze studiano, si allenano, apprendono un calcio rigido e ripetitivo, ma efficace. Le Under-20 che a Bogotà nel 2024 hanno sollevato la coppa sono la prova che questo approccio strategico funziona.
E poi c’è l’altra parte della storia: il regime. Harding lo mette al centro con un passaggio che pesa come piombo. «Sotto Kim Jong Un si insiste nel paragonare i sistemi capitalistici e comunisti, presentando quest’ultimo come superiore», dice Lee. L’atleta socialista vince perché resiste oltre il limite, perché la volontà può più della medicina. È propaganda, ma anche psicologia competitiva.
Dietro tutto questo, c’è un incentivo enorme: il cambio di vita. Chi non vive a Pyongyang sa che l’esistenza nelle zone rurali è dura. Per molte di queste ragazze, un successo sportivo può significare un appartamento, un certificato di residenza nella capitale. «È come vincere la lotteria», dice Lee. È una svolta definitiva: elettricità, cibo, cure. Un altro mondo.
Yu Jong-hyang è stata la capocannoniera ; Choe Il-son, protagonista sia nell’Under-17 sia nell’Under-20. La tentazione istintiva, scrive Harding, sarebbe chiedersi dove giocheranno: negli USA, in Inghilterra? Ma è un pensiero ingenuo. Tra sanzioni, restrizioni e precedenti imbarazzanti — salari destinati al governo, non alle atlete — ogni trasferimento diventa un rompicapo diplomatico. «Non impossibile, ma non facile», sintetizza Lee. Alla fine resta il paradosso: un sistema chiuso, opaco, duro, che nel calcio giovanile femminile produce l’élite mondiale.