Kai Trump, la nipotina del presidente che il golf usa per il marketing

 

 

L’esordio della ragazzina nel LPGA

Milioni di follower a diciott’anni, milioni di occhi puntati addosso mentre racconta sui social la sua vita da golfista dilettante, l’amore per il gioco e le buche fatte insieme al nonno. Ma questa settimana tutto cambia: niente più filtri, niente tagli e montaggi, niente musica in sottofondo. Questa settimana c’è solo lei su un campo LPGA e una domanda che gira da mesi. Quanto è davvero forte Kai Trump? – “una delle golfiste più famose del pianeta” per via di quel suo “nonno così ingombrante” ha scritto Andrew Beaton sul Wall Street Journal. 

L’esordio arriva grazie a un invito degli sponsor: l’Annika al Pelican Golf Club di Belleair, Florida, un torneo ospitato da Annika Sorenstam, dieci major in bacheca e uno dei campi più ricchi di talento del tour. È l’occasione per capire se la ragazza che andrà a giocare al college a Miami l’anno prossimo possa reggere il livello delle professioniste. Per ora il curriculum dice altro. Non è tra le migliori jr d’America: l’AJGA la piazza al 461º posto, altri ranking la metton o ancora più giù. «Essere scratch e competere con le pro è un salto molto, molto grande», spiega Meg Adkins di The Fried Egg. 

Al suo torneo più prestigioso, a Sage Valley nel mese di marzo, Kai Trump è arrivata ultima. A ventidue colpi dalla penultima. Beaton non la giudica: contestualizza. Gli inviti speciali non sono una novità, spesso premiano personaggi che possono accendere l’attenzione. Tony Romo, ex quarterback NFL, ha giocato quattro volte sul PGA Tour senza mai superare il taglio. Kai è più vicina a quella categoria che a una potenziale vincitrice. Ma il Wsj dice che l’attenzione è una valuta. E lei ne genera tanta. Tantissima.

«Andrò lì, mi divertirò e vedremo come va», dice lei, serena, consapevole che il suo valore sia attaccare la spina dell’amplificatore al golf femminile. I dirigenti del torneo lo sanno meglio di lei. Justin Sheehan, COO del Pelican, lo dice senza giri di parole: «La sua presenza sui social può solo aiutare il golf femminile. Per crescere, servono più occhi». Dopo il boom mediatico portato da Caitlin Clark nel pro-am dell’anno scorso, l’arrivo di Kai è un investimento naturale.

Il suo percorso parte da lontano. A due anni aveva già un ferro in mano, crescere con un nonno proprietario di alcuni dei campi più prestigiosi del mondo ha i suoi vantaggi. Oggi va al Benjamin School di Palm Beach, dove in corridoio potrebbe incrociare Charlie Woods. Tiger – legato sentimentalmente a Vanessa Trump, madre di Kai – le ha lasciato un consiglio semplice: «Vai e divertiti». Al Pelican giocherà una prova vera: un giro di pratica con una due volte campionessa major come Nelly Korda, poi il torneo. Qualche segnale incoraggiante esiste: tipo il terzo posto nello scorso luglio in un evento giovanile in Florida, o un recente giro con Sheehan che lo ha lasciato stupito. «Colpisce il drive davvero bene. Ha le qualità per giocare al livello più alto», dice. A meno che non fosse una carineria per il nonno, il mondo è pieno di gente così. 

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Se e dove un giorno arriverà, è impossibile saperlo. La forza di Kai Trump sta nei sette milioni di follower, una delle voci più potenti dello sport femminile. Il suo golf vive in un video di un’ora mentre gioca con Grandpa al Trump International di Washington, in quelle clip che la mostrano ridere, sbagliare, riprovare. E poi c’è lui, il nonno, che la vede crescere swing dopo swing. «È una golfista fantastica», dice il presidente. «Un giorno batterà suo nonno». Ecco. 

Hugh Kellenberger su The Athletic è più esplicitamente critico. Dice che “c’è un’insensatezza incorporata in tutto l’ambaradan”. La domanda centrale è semplice e inquieta: se un torneo che porta il nome della più grande golfista di sempre ha bisogno di questo per creare attenzione, non significa che l’LPGA ha un problema enorme?

Kai Trump non ha colpe: sogna quel che sogna. Sörenstam l’ha invitata, lei ha accettato. Sörenstam difende la scelta con un «diamole una possibilità, no?», ma ignora che Kai parte già con quel vantaggio enorme. The Athletic dice che la LPGA ha solo messo in piedi un’abile operazione di marketing mascherata da opportunità. Kellenberger insiste sul fatto che tutti sanno cosa sta succedendo: la politica si muschia con lo sport senza nessuna resistenza apparente dello sport. Il problema è che il golf femminile ha sempre rivendicato la meritocrazia come fondamento, e questa scelta la incrina. Il contesto spiega molto: mentre il movimento femminile di basket e calcio cresce a ritmi vertiginosi, il golf rimane indietro, frenata da un pessimo contratto tv e da un marketing inefficace. The Annika dovrebbe essere una delle punte di diamante della stagione — nome leggendario, location da élite, montepremi alto, nessuna grande concorrenza televisiva. E invece si affida a una teenager per ottenere del buzz di breve durata, senza alcuna ricaduta sul futuro del tour. The Athletic dice allora che questo episodio racconta molto poco su Kai Trump ma parecchio sulla crisi d’identità dell’LPGA.

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