
Pier Paolo Pasolini è morto da dieci giorni quando Gianni Brera decide di scriverne. Lo fa nella rubrica dell’Arciposta che tiene sul Guerin Sportivo in risposta a Manlio Galimi, giornalista reggino della Gazzetta del Sud che gli chiede “un epicedio degno della sua classe e della sua faccia tosta”. Il Guerino era andato in edicola la settimana precedente con una copertina dedicata al poeta: Pasolini aveva dato un’intervista pochi giorni prima di morire a Claudio Sabatini, il settimanale di Italo Cucci la pubblicò postuma.
Ancora una settimana, dunque, e arriva l’intervento di Brera. Che in vita aveva maltrattato Pasolini, come del resto Manzoni, Gadda, Eco. Sempre sul Guerino lo aveva definito una volta “un eccentrico e vanitoso damo delle Lettere. Fosse rimasto nel suo piccolo e pregevole oratorio avrebbe evitato di bestemmiare così risapute fregnacce”.
Sul numero 46 che esce il 12 novembre 1975 firma così un intervento crudo, duro, violento, quasi clinico, sospeso tra l’ammirazione intellettuale e il disprezzo moralista, spietato, rivelatore di una paura e un disagio che Brera provava di fronte a una libertà e una diversità che non riuscì a comprendere. Eccolo:
“Caro amico mio, la tua sensibilità non poteva suggerirti altro che questa provocazione a tempo debito. Ebbene, ti diro che la tragica morte di Pasolini era già configurata nella mia coscienza, per cui non mi ha colto nessun doloroso stupore. Sono solo egoisticamente addolorato per la dura perdita che abbiamo tutti sofferto come Nazione, sia pure malandata e messa come sappiamo. Però Pasolini era già morto alla mia anagrafe (ne abbiamo tutti una particolare). E ti dirò da quando: pochi mesi: dovrei controllate su qualche pubblicazione radio-TV il giorno in cui i miei consanguinei ticinesi hanno dedicato un’ora ad Alberto Moravia. Per circa un quarto d’ora, lo scrittore è stato a colloquio con Pasolini. Erano su una veranda che dominava la riva del Tevere, non so precisamente in quale punto. Quando l’operatore dava in primo piano Pasolini, io vedevo nella sua faccia la tragica maschera degli invertiti strangolati accoltellati durante quei trattenimenti erotici che i cronisti di nera sogliono definire squallidi. Forse soltanto gli occhiali ne stornavano un tantino la faccia innaturale e direi, puerilmente perversa. Mi rimane tuttora nella memoria come una sorta di sgomento: gli occhietti vivi e pungenti, la fronte ampia, bozzuta e insieme degenerata per chissà quali sconquassi ereditari; gli zigomi alti e sporgenti, il nasetto breve, la bocca larga da femminota riuscita male, il mento peraltro ossato e quadrato, in imbarazzante contrasto con l’espressione, che era del satiro conscio di sé e della propria dannazione armonica.
“Incasellato nel mio archivio mnemonico, quel personaggio era già condannato al triste suo destino, ed a pensarci, ha ottenuto la fine che forse cercava, quasi irridendo allo scandalo cui lo costringeva la sua ambigua natura. Ad accopparlo in quel modo orrendo è stato un ragazzo di vita, il quale egli stesso aveva scoperto e reso popolare. Era la fine di un poeta maledetto ma con l’Alfa Romeo e il conto in banca.
“Fosse stato davvero povero, e cioè indenne dalla lebbra borghese, forse avrebbe anche bevuto, e la sua ribellione alla vita, dico a questa forma di vita italiota, avrebbe attinto alti valori poetici e umani. Purtroppo, il suo solo aspetto romantico era la damnazione omosessuale: ma usava rinfacciarla al mondo come una sfida perversa: e aggiungeva poi tragici berci per dire: voi non siete certo migliori: vi conosco: sono stato espresso anch’io dal vostro stesso mondo merdoso e corrotto.
“Da ultimo aveva pure intuito che gli stessi poveri andavano degenerando: prima ne aveva esaltata la incolpevole ferocia da fame; in certo modo, aveva l’aria di rimpiangere una innocenza che i poveri non avevano più: erano stati integrati nella campagna di origine: portati a Roma, si sono malamente guastati. Poco poco, mi ricordava i borghesi dell’ottocento che si lagnavano del troppo cresciuto prezzo delle mignotte ormai da tempo inurbate e quindi scaltrite. Pasolini incolpava il consumismo: era una comoda variazione del tema.
“Qui, parlando di poveri, mi viene in mente mio padre e mi pento di aver definito come mio padre gli sciagurati marchettari e ladri delle borgate romane. A dir vero, quelli sono miserabili, i poveri sono forse la parte migliore del paese: parlo di quelli che non vendono le figlie per non perdere uno status economico che non hanno mai avuto e quindi non possono perdere; parlo di quelli che lavorano bestemmiando però anche con l’orgoglio di far bene; gli operai normali, gli artigiani «quasi artisti» nelle propensioni, però solleciti nel pagare i conti del portinaio e del droghiere: insomma, i giusti.
“Pasolini-omosessuale è scomparso alla fine di una vita tristissima. Pasolini scrittore, poeta, cineasta, rimane come persona intelligente e molto vicina al genio. Peccato fosse così inguaribilmente borghese nell’anima: fosse stato davvero un poeta maledetto, oggi celebreremmo in lui il nostro Baudelaire, un degno Caravaggio della poesia moderna. Ciao, Manlio, a presto”.
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L’omicidio del poeta che correva dietro a un pallone
Poche settimane prima di morire, Pier Paolo Pasolini scrive a Gian Carlo Ferretti. Annuncia di aver quasi finito Salò, di voler iniziare Porno-Teo-Kolossal, e di preparare una nuova rubrica per il Corriere della Sera. L’avrebbe chiamata «Che dire». È un titolo che oggi, cinquant’anni dopo la sua morte, suona come una domanda rimasta a galleggiare nell’aria.