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La Macchina del tempo
Cosa accadde il 13 novembre 2015

Dieci anni fa, prima di colpire, i kamikaze si erano sistemati in una casa a Bobigny, in Seine-Saint-Denis, a meno di dieci chilometri dallo stadio. Trascorsero l’ultima notte accanto ai membri dei commando destinati ai caffè parigini. Erano in tre e sapevano che il giorno dopo sarebbero morti. Avevano cinture esplosive, erano stati incaricati di colpire dentro e attorno allo stadio, si fecero saltare alle 21:17 alla porta D, alle 21:20 alla porta H e alle 21:53 in rue de la Cokerie, a cento metri dallo stadio, dove due di loro, senza biglietto, non erano riusciti a entrare. Al di fuori dei soldati di Daesh, 132 persone persero la vita in quegli attacchi che colpirono Parigi e la sua periferia.
«Avremmo potuto vivere una tragedia ancora più mostruosa», raccontò François Hollande, presidente della Repubblica. L’esatto svolgersi dei fatti resta un mistero: i terroristi avrebbero potuto far esplodere la bomba all’ingresso del pubblico, ma non lo fecero. Una pista dell’inchiesta suggerì un errore di orario: forse confusero l’ora inglese con quella francese, arrivando in ritardo mentre il pubblico aveva già lasciato i tornelli. Due kamikaze tentarono comunque di entrare nello stadio, senza successo. «Se avessero aspettato la fine della partita, ci sarebbero state decine di morti. Ma probabilmente avevano l’ordine di scatenare l’attacco a Parigi a un’ora precisa. Hanno rispettato la consegna alla lettera» è stata la versione di Hollande.
Attraverso le testimonianze del presidente presente allo stadio, dei giocatori francesi e tedeschi e di altri attori della serata, L’Équipe con Sébastien Tarrago ricostruisce cosa accadde.
È il minuto 17. Olivier Giroud racconta: «Sul campo sobbalzo. Un riflesso. Ho avuto paura». Blaise Matuidi aggiunge: «La seconda esplosione, me la ricordo come se fosse ieri. Avevo il pallone, lo passo a Evra, e boom. Il rumore non aveva nulla a che vedere con il calcio». Sulla panchina francese Benoît Costil osserva: «All’inizio ci dicono: “È una bomba agricola”. Non ci credo nemmeno per un secondo». Anche Kevin Trapp, arrivato quell’estate al PSG, ricorda: «Ero seduto in panchina e all’improvviso sento un’esplosione a destra. Pensavamo fossero i tifosi, ma subito abbiamo ricordato quanto era successo al nostro hotel».
La delegazione tedesca, sistemata nel XVI arrondissement vicino al Parc des Princes, aveva vissuto una mattinata agitata: un’allerta bomba aveva cancellato un evento all’hotel. «All’inizio non la prendemmo troppo sul serio», racconta Trapp. Ma quando arrivò la polizia con i cani, capirono che era più grave del previsto.
Alle 21:20 la seconda esplosione arriva vicino alla panchina della Germania. «Ho 25 anni, mai avrei immaginato che una cosa simile potesse accadere», confessa il portiere tedesco. Hollande, già consapevole della gravità, ricorda: «Il clima nel paese era molto pesante. Alla prima detonazione ho avuto dubbi; alla seconda, non più». Nel van regia di TF1, Jérôme Saporito osserva il presidente lasciare la tribuna: «Non va in bagno, tutti quelli intorno a lui si muovono». Hollande scopre due morti fuori dallo stadio e accede alle telecamere di sorveglianza: «Scopro cosa stava succedendo a Parigi. C’erano già decine di morti sulle terrazze». Matuidi riflette: «Se ci avessero detto qualcosa, non avremmo potuto continuare». La priorità diventa contenere il panico: «Bisogna fare in modo che i giocatori non siano informati», spiega Hollande. Tutte le porte d’accesso vengono chiuse; Mohamed Sanhadji, responsabile della sicurezza dei Bleus, spegne i televisori lungo il corridoio verso gli spogliatoi.
Gli attacchi iniziano negli arrondissement X e XI, a metà tempo iniziano a filtrare informazioni tra le tribune. Philippe Tournon, ex addetto stampa della nazionale, osserva: «Vedo molte persone in borghese o in uniforme al telefono, ma non mi preoccupo». Matuidi ricorda: «Siamo stati messi in una bolla. Se ci avessero parlato degli eventi, non avremmo potuto continuare».
TF1 decide di non trasmettere nulla in diretta. Jerome Saporito racconta: «A metà partita, un membro della sicurezza ci dice: “Qualcosa è successo ai tornelli”. Mando un cameraman a riprendere immagini, ma nessuno sa davvero cosa stia accadendo». Hollande ritorna al suo posto per non sollevare sospetti: «Ho chiesto a tutti attorno di restare seduti. Il pubblico aveva sentito le due detonazioni».
La partita procede tranquilla, la maggior parte degli spettatori ignora il massacro a Parigi. Al minuto 75 Saporito riceve conferma dei morti in città. Quando André-Pierre Gignac segna il secondo gol francese su assist di Matuidi, TF1 legge un comunicato solenne: «A seguito di eventi mortali nel centro di Parigi, ci sarà un’edizione speciale dopo la partita. Non ci saranno interviste ai giocatori». «La logica della nostra decisione», spiega Saporito, «era che non sapevamo ancora nulla con certezza».
Dopo la partita, i giocatori entrano negli spogliatoi e scoprono la realtà: «Vedo immagini di Parigi. Un locale è stato attaccato. Ci sono morti», dice Matuidi. Didier Deschamps conferma agli uomini la tragedia in corso, seguiti dai federali Noël Le Graët e Thierry Braillard. Giroud: «Siamo tutti incollati davanti alle informazioni. Silenzio totale. È il caos». Costil: «Abbiamo saputo che qualcuno aveva cercato di farsi esplodere nello stadio». Tra i più colpiti, Lassana Diarra scopre che una cugina è tra le vittime, Antoine Griezmann apprende che la sorella Maud è ostaggio al Bataclan. Per novanta minuti resta immobile a terra mentre i terroristi aprono il fuoco, ci saranno 90 morti e decine di feriti gravi. «Non potevamo fare nulla», ricorda Matuidi. Quando le forze dell’ordine intervengono, Maud riesce a fuggire. Antoine apprende in tempo reale che sua sorella è salva.
La solidarietà tra francesi e tedeschi si fa concreta: Trapp ricorda mattoni e materassi deposti per terra, la delegazione tedesca rimane tutta la notte allo stadio. Didier Deschamps e Joachim Löw coordinano la permanenza con Clairefontaine, finché un volo consente il ritorno in Germania all’alba del 14 novembre. «Non avevo mai visto Parigi così vuota, senza vita», racconta Trapp. A Clairefontaine, i giocatori si interrogano ancora: «Ci chiediamo se qualcuno ci stia aspettando», dice Giroud. Mohamed Sanhadji assicura la sicurezza, e tutti partono verso le 4 del mattino.
Martedì 17 novembre, la Francia deve affrontare l’Inghilterra a Wembley. Matuidi: «Non avevamo voglia di giocare, ma ci hanno fatto capire che era importante». La Nazionale francese si alza a cantare La Marsigliese, un momento indimenticabile anche grazie al pubblico inglese. «Bisognava giocare quella partita. Eravamo l’immagine della Francia, dovevamo restare forti e fieri», ricorda Giroud. Dieci anni dopo, il ricordo è vivo. Trapp: «Mi ricordo tutto come se fosse ieri». Hollande: «Ogni volta che torno allo Stade de France, non posso fare a meno di pensare a cosa sarebbe potuto accadere». Matuidi: «Solo parlarne mi fa venire i brividi». Maud Griezmann ricorda: «Volevo che Antoine non associasse mai il calcio a quel giorno. Il 13 novembre è il giorno che vorrei che dimenticasse, lui e tutti gli altri membri della mia famiglia».
Il testimone L’uomo che fermò un terrorista all’ingresso
La guardia giurata che impedì a uno dei terroristi di entrare allo Stade de France, Salim Toorabally, racconta al giornale quella sera dal suo punto di vista e il trauma che ancora oggi lo perseguita.
Era arrivato in Francia nel 1990 dalle Mauritius, sarebbe diventato uno degli eroi del 13 novembre per aver fermato Bilal Hadfi, il terzo che fece detonare i suoi esplosivi.
Toorabally oggi 52enne, convive da allora con l’immagine di quel giovane negli occhi. «Quella sera – dice – lavoravo allo Stade de France per la prima volta nella mia vita. Avevo già un altro lavoro – ero un addetto alla sicurezza antincendio – e mi fu chiesto di andare allo stadio per una missione. Ho accettato perché pensavo che sarebbe stato divertente. Mi piace lo sport, in particolare il calcio. Ero davvero felice. Mi hanno assegnato al Gate L. C’era una bella atmosfera e dopo un po’, un ragazzo si è avvicinato. Voleva disperatamente entrare. Ma gli ho rifiutato l’ingresso perché non aveva il biglietto. Ha provato di nuovo a passare i tornelli con un altro spettatore, ma gli ho bloccato la strada con le braccia. È stato allora che abbiamo iniziato a parlare. Cercava di convincermi. Ha detto che doveva tornare a casa. Ovviamente, non sapevo che fosse un attentatore suicida. Era calmo, sembrava disorientato. Fu questo a mettermi in allerta. Così segnalai la persona ai miei colleghi agli altri cancelli dello stadio, in modo che non tentasse di entrare da un’altra parte. Ci provò, ma la segnalazione ci permise di farlo tornare indietro immediatamente. Dopo sentii le prime due esplosioni e mi sono spaventato davvero. Prima di andare al lavoro, mia figlia, che all’epoca aveva 15 anni, mi aveva detto – Papà, fai attenzione perché la squadra tedesca è stata evacuata dall’hotel a causa di un allarme bomba. Al momento delle esplosioni, pensai a lei. Il suono era strano. La terra aveva tremato. E c’era quell’odore di bruciato che sento ancora oggi. Dopo la seconda esplosione, lasciai la mia postazione per ripararmi all’interno dello stadio con alcuni colleghi. Arrivò una persona che era stata colpita a una gamba dai proiettili. Ho prestato il primo soccorso in attesa dell’arrivo della protezione civile. Dieci anni dopo, il trauma è ancora lì. Ci sono alti e bassi, ci sono giorni in cui mi sento bene, altri più difficili. Ricostruirsi non è facile. A volte provo dolori al petto dovuti alla paura. Ho l’immagine di quel ragazzo, così giovane, davanti a me. I dolori sono cominciati pochi giorni dopo gli attacchi, quando mi sono trovato di fronte alle foto del terrorista alla stazione di polizia di Bobigny. Mi sono state mostrate immagini in cui la testa di questo giovane era separata dal corpo. L’ho riconosciuto immediatamente. Dopo l’attacco, ho lavorato per sette anni alla TF1 nei vigili del fuoco. Non so se fosse perché lavoravo nei media, ma pensavo spesso all’attacco. Poi ho cambiato, ho trovato un posto da guardia giurata da Chanel, ma era la stessa cosa. Due anni fa ho tentato di ammazzarmi. Provo quella paura troppo spesso. Ho lasciato il lavoro».
Salim Toorabally oggi fa il tassista.