Mamdani sindaco, l’Arsenal si è preso pure New York

 

L’Arsenal si è preso pure New York

Non è l’alba dell’America, perché le Americhe sono tante, milioni di milioni. Non è neppure il risveglio di New York perché New York non si era mai assopita, quasi mai New York la sera va a dormire con tutte le facce, tutti i colori, tutti i fusi orari che contiene. Con o senza Donald Trump, sotto la sua torre e sotto tutte le altre, comprese quelle che sono state buttate giù e di nuovo costruite. Ma Zohran Mamdani alla guida della città è l’arrivo di un fioraio in un labirinto di cemento, una testa che porta un’idea, le parole e la luce nel buio del caos.

Altri diranno cosa significa politicamente. Infatti lo stanno dicendo. I media di destra mettono in guardia dal socialismo e loro – questo – chiamano caos. Il New York Post ha raffigurato il sindaco in tuta rossa, mentre regge una falce e un martello. Il futuro della città sembra scontato: criminalità e calamità all’orizzonte. Seduta nel suo studio a Midtown Manhattan, Rachel Campos-Duffy, conduttrice di Fox & Friends, ha detto che l’America non vuole diventare come L’Avana o Caracas. Joseph Bernstein sul New York Times ha scritto che “per una parte della sinistra cinica nei confronti del sistema politico americano, liberarsi significa abbandonarsi alla speranza”. Kathrin Benhold ha raccontato le radici globali del sindaco come “il motivo dell’attenzione internazionale smisurata” e Dionne Searcey ne descrive il destino da “icona, minaccia e prova del sogno americano” che gli tocca ricoprire dentro questo panorama. 

Dall’Italia. Federico Rampini sul Corriere della sera dipinge le elezioni come un segnale della resistenza democratica americana, con una nuova generazione che porta cambiamento ma deve confrontarsi con la concretezza e i compromessi del potere, mostrando che il dopo-Trump sarà guidato più dalla praticità che dall’ideologia estrema. “Trump perde consensi non perché è un dittatore ma perché aveva promesso miracoli sul fronte economico e non li realizza. Con i soldi arrivano alleanze, compromessi, pragmatismo. I giovani forse saranno delusi, ma la strada per costruire il dopo-Trump non sarà l’estremismo“.

Altro che – replica Gabriele Romagnoli su Repubblica – se non sono concrete le idee di Mamdani: affitti bloccati, assistenza infantile e autobus gratuiti, drogherie municipalizzate. Romagnoli parla del sogno e del rischio del potere, di come un’idea semplice possa contagiare una città, e di come ogni rivoluzione, una volta vinta, debba misurarsi con la realtà. Una storia epica e poetica, ovviamente collettiva. Una città in cui il carro dei vincitori è pieno di tassisti, bottegai, giovani precari, immigrati, “socialisti senza un testo sacro. Democratici senza un passato. Ribelli costituzionali che volevano fare (e forse hanno fatto) la rivoluzione armati di una scheda”.

Rivoluzione e socialismo. Due parole perdute che si sono riprese la scena. Michele Serra, ancora su Repubblica ha scritto che “la vera speranza, il vero sintomo di un rovesciamento di tendenza, sarebbe che la questione ricchi/poveri (ovvero: la questione politica per eccellenza) tornasse a essere centrale. Non una delle promesse elettorali di Mamdani — le mantenga o meno — ignorava la disparità di reddito, e l’urgenza di rilanciare il Welfare facendolo pagare ai miliardari. Se il socialismo è questo, ha un radioso futuro davanti al sé”.

A Simona Siri su La Stampa pare un esperimento di “populismo municipale”, fatto di case popolari, salari minimi da 30 dollari l’ora, tasse ai ricchi e supermercati calmierati. Un programma che per alcuni è “la fine del capitalismo”, per altri — “proprietari di negozi yemeniti, nonne messicane, tassisti senegalesi e infermiere uzbeke” — è giustizia sociale. Mamdani è allora l’incarnazione vivente del sogno newyorkese. «Una città di immigrati, costruita dagli immigrati, alimentata dagli immigrati e, da stasera, guidata da un immigrato», ha detto dopo la vittoria. Siri si domanda come possa un politico semi-sconosciuto diventare il volto più giovane e popolare della metropoli più complessa del mondo, alla fine di una corsa e una campagna “gioiosa e inarrestabile”, una campagna in cui Mamdani ha saputo essere ovunque: nei mercati, nei locali notturni, nelle moschee e su TikTok, dove è diventato virale palleggiando con Emily Ratajkowski. Quando è andato al Madison Square Garden, ha scelto i posti in alto: «Quelli più economici». Due settimane prima, il rivale Cuomo era stato a bordocampo, tra i vip da diecimila dollari.

Su Zohran Mamdani ha scritto un libro Luciana Grosso – che su Sky Tg24 Insider spiega in cinque punti le cose che possiamo imparare da questa elezione: 1] non è vero che quella dell’affluenza è una battaglia persa; 2] Le battaglie culturali interessano ai partiti più che alle persone: 3] C’è un tempo per tutto. Anche per il ricambio generazionale; 4] La credibilità conta più dell’esperienza: 5] Prendere atto che la paura di spaventare il centro è fuori luogo. 

Monica Maggioni, sempre su La Stampa, dice che Donald aizzerà i suoi contro i nuovi progressisti. A proposito: e Trump? In pubblico ha criticato l’elezione, pare che in privato lo descriva come un uomo astuto e un grande parlatore. 

IL MAMDANI SPORTIVO

C’è dell’altro che sta un po’ passando sotto silenzio. La vittoria di Mamdani è la vittoria della barba. New York non aveva un sindaco barbuto dal 1913. La barba, dice Andy Newman, lo “identifica come un millennial che si è preso il compito di dare una scossa al sistema”. La GenZ invece ha puntato sulla poltrona da First Lady e se l’è presa con Rama Duwaji, mentre il cinema ha messo le mani sulla carica di First Mum con Mira Nair. 

Ma soprattutto – diamine – è un’altra vittoria dell’Arsenal sul Manchester United e sul Liverpool. Non solo alla guida della Premier League, non solo alla guida della Champions League, ma adesso alla testa della Grande Mela League. È la rivincita della città di Londra, che aveva visto cadere il suo municipio tra le mani di Sadiq Khan, muslim pure lui, progressista pure lui, outsider pure lui, ma tifoso di Dalglish e di Rush – maledizione – un appassionato di cricket, boxe e calcio, e prima di tutto del Liverpool. 

«Dio ti benedica, Ruben Amorim», è la frase attribuita a Mamdani nel giorno in cui il Manchester United mise i suoi bastoni tra le ruote del Liverpool. Un ritratto in chiave calcistica del sindaco di NY c’era qualche giorno fa su The Athletic. Dove Louis Crafton annotava che non è da tutti i candidati a sindaco di New York trasformare questioni calcistiche in parte della propria campagna elettorale. La domenica sera Mamdani partecipava al torneo di quartiere denominato dalla sua campagna Cost of Living Classic, tra tifosi che sfoggiavano sciarpe blu, bianche e arancioni marchiate con il logo del candidato.

A settembre scorso ha lanciato la petizione Game Over Greed, chiedendo alla FIFA di fermare la politica di prezzi incontrollati per i Mondiali 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico e di destinare il 15% dei biglietti a residenti locali a prezzo ridotto. Crafton scrive che la prima tranche di biglietti FIFA variava da 60 dollari per le partite dei gironi fino a 6.730 per la finale al MetLife Stadium nel New Jersey. Un prezzo soggetto a oscillazioni in base alla domanda: nove partite avevano subito un aumento già nel primo giorno di vendita.

L’interesse di Mamdani è da politico e da tifoso. Come dice Crafton, “Mamdani segue i momenti delle partite dell’Arsenal in macchina mentre va agli eventi, e inserisce nei discorsi riferimenti ai suoi giocatori preferiti come Bukayo Saka e William Saliba”. Si è  innamorato dell’Arsenal di Arsène Wenger quando aveva sette anni: «Avevo gli Invincibili come calamite sul frigorifero. Adoravo David Seaman, Sylvain Wiltord. È stata una parte enorme della mia vita e della mia identità», racconta. 

La questione dei biglietti è diventata politica: otto partite del Mondiale si giocheranno al MetLife Stadium, e Mamdani ha colto l’opportunità di legare il tema della vivibilità della città alla sua piattaforma contro il costo della vita. «Queste politiche della FIFA minacciano di escludere le persone che rendono speciale questo gioco. Non si tratta solo di case, trasporti o assistenza all’infanzia, ma anche dei momenti di gioia per i newyorkesi». Mamdani riconosce la difficoltà di influenzare la FIFA. «Ho parlato con diversi newyorkesi che hanno provato a comprare biglietti; non era solo questione di prezzi proibitivi, ma del caos del sistema», dice. Critica i prezzi da rivendita come «assurdi» e contesta la logica della FIFA: «Non si può costruire un futuro stabile per il calcio negando ai tifosi della classe lavoratrice la possibilità di guardare le partite».

Quando gli si chiede se sia compito dei politici occuparsi di sport, non esita: «Lo sport è così commercializzato che i tifosi sono visti come merce. È compito dei leader intervenire quando il profitto è l’unico motore». E ricorda che chiedere alla FIFA di limitare la rivendita dei biglietti è solo un ritorno a pratiche già adottate in passato.

Mamdani sogna una città dove i newyorkesi possano godersi gli spettacoli. Concerti e partite devono rimanere accessibili. Crafton fa notare che nessun altro sindaco di città ospitanti ha fatto altrettanto. Per Mamdani, invece, è un dovere politico: «Molti cittadini mi hanno contattato, alcuni con visioni politiche diverse, per dire che è giusto domandarsi se stiamo escludendo i newyorkesi da eventi culturali».

La vittoria elettorale non lo ferma: Trump lo ha chiamato comunista, Mamdani sa che dovrà affrontare possibili tagli federali. La sua risposta: «Questa è una città che accoglie il mondo, dobbiamo rendere chiaro questo messaggio a tutti». Quanto al calcio giocato, confessa l’odio per la VAR: «Mi piacciono la tecnologia sulla linea di porta, ma la VAR fuori». Lo sapeva già Billy Wilder. Nessuno è perfetto. 

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