L’inchiesta di ARD sulla trasparenza della WADA

L’inchiesta di ARD sulla trasparenza della WADA

Da quando l’inchiesta Geheimsache Doping: Die Akte China è andata in onda su ARD ed è stata ripresa dal Times, l’Agenzia mondiale antidoping non ha più ritrovato pace. Quella che doveva essere un’indagine su ventitré nuotatori cinesi risultati positivi a un farmaco proibito nel 2021 è diventata un caso internazionale di trasparenza, di potere e di paura. Così dicono gli autori dell’inchiesta, Hajo Seppelt, Nick Butler e Jorge Mebus: la WADA avrebbe chiesto a diverse agenzie nazionali di fornire informazioni in grado di “identificare possibili informatori legati al dossier cinese”. Un’indagine interna, battezzata Operation Puncture, aperta dal dipartimento Intelligence and Investigations dell’agenzia, con l’obiettivo ufficiale di scoprire chi avesse fatto filtrare i documenti alla stampa. “Una mossa che rivela più interesse per le fughe di notizie che per la verità che contengono”.

Per Minky Worden, direttrice di Human Rights Watch, l’iniziativa è pericolosa: «Tutte le organizzazioni hanno l’obbligo di proteggere i whistleblower. Questo è cruciale quando si parla della Cina, nota per la repressione contro chi parla». La stessa preoccupazione arriva da Transparency International: «Questo caso riflette esattamente il tipo di comportamento che scoraggia altri potenziali informatori dal segnalare abusi», scrive l’organizzazione.

In ARD si sottolinea come la WADA, che dal 2017 gestisce una piattaforma per le segnalazioni anonime chiamata SpeakUp!, stia contraddicendo la propria missione. “È un paradosso evidente: l’ente che dice di voler incoraggiare gli informatori ora li insegue come fossero traditori”. Jens Sejer-Andersen, fondatore dell’organizzazione danese Play the Game, lo ha detto senza giri di parole: «Sembra che la WADA voglia punire chi ha avviato un dibattito del tutto legittimo, dato che molte perplessità sul caso cinese restano tuttora irrisolte». 

Nel dicembre scorso, al caso si dedicò L’Equipe in più puntate, parlando di “disordine globale”, “guerra degli informatori” e perdita di controllo sulla vicenda dei nuotatori cinesi” – in sostanza, in termini novecenteschi: un puttanaio. L’antidoping, così replicò il direttore generale Olivier Niggli, sarebbe stato un altro elemento della guerra fredda tra USA e Cina, e se non fossero stati cinesi di quei nuotatori non si sarebbe parlato [si trova tutto qui]. 

Ora la WADA, interpellata da ARD su finanziamenti e rischi per la sicurezza degli informatori, non ha risposto, ricordando solo che il suo reparto investigativo opera in modo indipendente dalla direzione generale. “Ma l’indipendenza, oggi – dicono gli autori dell’inchiesta – sembra più un alibi che una garanzia”.

Intanto, il rapporto con i whistleblower continua a deteriorarsi. Julija Stepanova e Witali Stepanow, la coppia che nel 2014 contribuì a far emergere il doping di Stato in Russia, ha denunciato di sentirsi abbandonata. La WADA aveva promesso loro protezione, ma undici anni dopo vivono ancora negli Stati Uniti con un permesso precario e la paura di ritorsioni.

“La credibilità dell’agenzia è in bilico come mai prima d’ora” dice ARD. Anche sul piano economico: gli Stati Uniti hanno sospeso il contributo annuo di 3,8 milioni di euro, e in Germania cresce il fronte politico che chiede di bloccare i fondi. Secondo ARD, le indagini sulla fuga di notizie starebbero persino rallentando altre inchieste aperte. Tutto mentre restano aperti pure gli interrogativi sull’episodio che ha originato lo scandalo: i ventitré nuotatori cinesi risultati positivi al trimetazidina, poi scagionati da un’inchiesta interna che parlò di contaminazione alimentare durante un ritiro preolimpico. La WADA accettò quella versione senza condurre verifiche indipendenti, invocando le difficoltà di viaggiare in Cina in tempi di pandemia.

“Accettare spiegazioni senza prove, rinunciare a indagare per paura di turbare una potenza sportiva: è questo il nuovo volto dell’antidoping globale” attacca ARD. Anche il rapporto di un revisore scelto e pagato dalla stessa WADA ha riconosciuto gravi irregolarità nella gestione del caso, ma l’agenzia si è autoassolta. E così, conclude la tv tedesca, dopo anni di scandali, accuse e fughe di notizie, il paradosso resta intatto: “un organismo nato per proteggere la verità che oggi sembra temerla più di ogni altra cosa”.

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