Le partite, scriveva Carlo Masera sulla Gazzetta dello Sport del 31 ottobre 1965, non cominciano davvero col fischio dell’arbitro. “Cominciano quando i calzettoni di Corso, di Sivori e di Hamrin calano sulle scarpe”. Da quel gesto, umile e disordinato, nasceva qualcosa che andava oltre il gioco: una liturgia.
Masera lo chiamava proprio così, “l’aspetto liturgico degli spettacoli sportivi”, e lo accostava ai piccoli riti che danno senso al movimento, alla sospensione che precede l’azione. La bandiera a scacchi alle corse automobilistiche, il minuto di silenzio negli stadi, il tutù delle pattinatrici, la spugna lanciata sul ring. Ogni sport, diceva, custodisce un cerimoniale. E i preti, specialisti in liturgia, “non sono esclusivisti”: anche lo sport può imparare da loro come coinvolgere il pubblico, come trasformare il tifoso da spettatore a partecipe, “come il fedele durante la messa”.
In quegli anni, aggiungeva Masera, la squadra che teneva la cattedra in materia era il Napoli, “coi suoi ciucci e coi suoi gatti neri”. I simboli, i gesti, i piccoli rituali popolari che trasformano una partita in un rito collettivo. Perché quella compartecipazione non è solo folclore, ma “foriera di eccellenti successi”, e ha anche una radice psicologica profonda: la ribellione gentile contro l’uniforme.
Il calzettone alto, spiegava, è un obbligo regolamentare. Serve all’arbitro per distinguere l’autore dei falli e al giocatore per tenere fermi i parastinchi. Ma quando scende, quando si affloscia sulla scarpa, diventa un gesto di libertà. “Un atto di ribellione al principio dell’uniforme”, e per questo immensamente italiano. Come la pacca sul cappello degli alpini, vietata ma amata: senza quella piccola infrazione, scriveva, “nessun alpino avrebbe mai difeso coi denti il suo becco di roccia”.
Masera sapeva che l’Italia si riconosce in quella piega dell’individualismo, nel bisogno di distinguersi anche dentro la disciplina. “A noi italiani piace, finché è possibile, ribellarci all’uniforme», ricordava. Per questo nessuno dovrebbe vietare ai calzettoni di calare, perché «l’intervento avrebbe il sapore di un oltraggio al tifoso”. Ogni appassionato, diceva, vuole ritrovare almeno una particella di sé nel giocatore che guarda: e in quel gesto trasandato, nel tessuto che scivola giù sulla caviglia, riconosce la propria umanità.
Lasciarli calare vuol dire, in fondo, «affrontare la battaglia senza tante storie; è un po’ come il rimboccarsi le maniche prima di attaccare un lavoro che ci sta particolarmente a cuore”. È un atto che entusiasma, che trascina. “Quando calano i calzettoni a Corso, a Sivori e ad Hamrin” scriveva Masera, “i tifosi, come massa e come singoli, si sentono trascinati dagli spalti in campo; non più semplici spettatori, ma protagonisti”. E gli applausi o i fischi, da quel momento, saranno anche per loro.