Lo Slalom del 29 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 4 giorni a  Milan vs Roma

 

     

►  Gli ANTICIPI del turno di serie A si sono conclusi con la vittoria del Napoli a Lecce e con il settimo pareggio dell’Atalanta in nove partite: 1-1 con il Milan. È l’unica squadra ancora imbattuta, ma a -8 dalla testa della classifica. Anche per Allegri è il terzo pareggio in quattro partite. Oggi la Roma con il Parma per riagganciare il Napoli, la Juventus con l’Udinese prima di gettarsi tra le braccia di Spalletti. 

◇  Colpo di scena. Carlitos Alcaraz ha perso al primo turno del Master 1000 di Paris-Nanterre con Cameron Norrie e tutto un fremito ha scosso la dorsale appenninica fin su alle Alpi, perché Jannik Sinner può tornare numero uno del mondo vincendo il titolo. È stato sorteggiato il girone del Masters femminile e Jasmine Paolini è finita con Sabalenka, Gauff e Pegula. Bolelli e Vavassori si sono qualificati per il Masters di doppio. Musetti è in corsa e oggi gioca il derby dei Lorenzi con Sonego a Parigi.

◇  Due sconfitte nelle due partite delle italiane in Eurolega: la Virtus Bologna è caduta in casa dello Zalgiris Kaunas [86-65], l’Olimpia Milano ha perso a Barcellona [74-72]

  

Chi credevi che fossi? Una mummia ritornata in vita?

Freddie Boath in La Mummia – Il Ritorno

    

Gioca a tennis ma sembra una mummia

A cosa servono tutte quelle bende

Ci sono giorni in cui i campi da tennis sembrano il posto dove sono andate a risvegliarsi certe mummie millenarie. Nel film del 1932 Boris Karloff, con il volto secco e corrucciato, si desta da un sonno di 3.700 anni trascinando le sue bende sul pavimento. È l’immagine scelta da Florent Ouhmedi per L’Équipe. È l’effetto che fanno i tennisti e le tenniste da un po’ . Basta guardare i ginocchi di Gaël Monfils, com’erano i polsi e le caviglie delle sorelle Williams o le spalle di Marketa Vondrousova e Novak Djokovic oggi, per convincersi che lo spettacolo non è poi così distante dalla messinscena di Hollywood. 

A che servono tutte queste bende? – si domanda il giornale francese. Il tape, spiega Jérôme Bianchi, fisioterapista del Centro nazionale di allenamento e della squadra di Coppa Davis francese, ha una funzione preventiva e stabilizzatrice: «La cosa più importante per un tennista è andare in campo. Roger Federer si è fatto fasciare le caviglie per tutta la carriera. Senza le bende, una distorsione avrebbe portato a tre settimane di stop; con il bendaggio torni in campo qualche giorno dopo». Mary Pierce, a sua volta, ne fece un’abitudine lungo tutta la carriera, utilizzando il tape per tornare in campo persino dopo pause mediche prolungate: «Il tape alla coscia mi ha aiutata senza dubbio, ha permesso di sostenere il muscolo. Mi ha liberato la mente e ho potuto correre normalmente», raccontò la francese dopo una semifinale dell’US Open 2005.

Non c’è una regola fissa: polsi, caviglie, ginocchia e spalle sono le zone più ricoperte, mentre il tipo di strappo varia a seconda della patologia e della funzione richiesta. Christophe Ceccaldi, responsabile del servizio fisioterapico al Roland-Garros, sottolinea come esistano soluzioni diverse per un muscolo o per un’articolazione, e ricorda anche l’avvento dei nastri kinesiologici: «Hanno un’azione esteroceptrice. Agiscono sulla parte superficiale dei nervi, mettono in allerta i tessuti e favoriscono l’utilizzo di un muscolo o di un tendine»

Questi nastri elastici sono arrivati negli anni 2010, sollevano la pelle, decomprimono il muscolo e accompagnano i movimenti dei giocatori, da Djokovic a Sinner, permettendo un gesto differente senza limitare eccessivamente l’articolazione. 

Ma il tape non è solo funzionale: è anche rituale. Corentin Moutet, ad esempio, applica da sé il nastro al polso come gesto preparatorio, per concentrarsi e sentirsi pronto all’incontro. «È quasi un rito pre-partita, un modo per entrare nella gara, concentrarsi e proiettarsi» spiega Ceccaldi a L’Equipe. Per altri, come Mary Pierce, ha anche un effetto placebo: «Ascolta Jérôme, continuiamo a fare il tape anche se non sento nulla. Mi ha fatto bene a New York, voglio essere nelle migliori condizioni mentali e psicologiche» disse una volta

Al contrario, Arthur Fils mal sopporta il bendaggio: una sensazione di compressione al quinto metatarso lo costrinse a rinunciare a un match dell’Australian Open. Per molti, dunque, il tape è prevenzione, sostegno psicologico, sollievo dal dolore diventando quella che L’Equipe definisce  una cucitura visibile che permette al corpo del giocatore di resistere a mille tormenti. Anche se volte, come osserva Ouhmedi, il tennis sembra davvero richiamare una maledizione egiziana, tra fisico e rituale, tra cura e superstizione.

 

 

La moda dei calci piazzati: Ia Premier sembra la NFL

Che bellezza, che meraviglia, il calcio diretto è tornato. Il calcio è semplice, non lo sapevate? Viva i lanci lunghi, niente tiki-taka, niente tippy-tappy – come direbbe Sam Allardyce. Basta con la costruzione dal basso, finalmente si gioca di nuovo con i corner, le rimesse laterali, i cross in area e qualsiasi altra cosa che ci ricordi il calcio inglese di Michele Plastino. Più spettacolo, più divertimento, più gol.

E invece – ehm – no. Non proprio. Di questo ritorno al passato nella Premier, siamo più entusiasti noi dall’Italia che gli inglesi. Una volta si domandano che calcio avremo quando saranno state abbattute le statue di Guardiola [se ne parlava qui], un’altra precisano che il lancio lungo di oggi non è il rinvio lungo di una volta. Solo la gittata è uguale. Diversa è la maniera di lanciare [se ne parlava qui]

Adesso – colpo di scena – la sconfessione del riflusso arriva dal giornale più reazionario d’Inghilterra. Jason Burt sul Telegraph osserva la Premier League e nota come questa esaltazione del calcio diretto sia in realtà una regressione: Quest’anno – scrive – c’è stata una celebrazione preoccupante del calcio diretto – come se fosse una cosa positiva – e una gioiosa dichiarazione che è così che il gioco dovrebbe essere giocato. Gli spalti non applaudono più la qualità del gioco, ma il lancio lungo, il blocco sugli avversari durante i corner, e le telecamere spesso vanno a inquadrare i preparatori delle squadre sulle palle inattive anziché gli allenatori veri e propri.

La squadra migliore del campionato a palla ferma, l’Arsenal, ha segnato 16 gol: nove da palla inattiva, due su rigore, solo cinque da azione. Un paradosso: Quattordici squadre hanno segnato più gol su azione rispetto all’Arsenal,. Qualcosa non torna. Gabriel Magalhães è diventato per Jamie Carragher il giocatore più influente del campionato, non per una faccenda di dribbling o colpi di classe, ma per la sua efficacia sui calci piazzati.

La statistica è impressionante: 241 gol segnati finora, 2,68 a partita, meno di qualsiasi stagione dal 2017-18; più lanci lunghi, più corner, meno tempo effettivo di gioco, appena 55 minuti e 12 secondi di media. Il gioco in Inghilterra si è spezzato. È tutto uno stop-and-start, dice il Telegraph, sempre più NFL che calcio. I calci piazzati interrompono il flusso della partita. Non vogliamo più un calcio veloce e fluido? domanda Burt, indicando la nuova tendenza con un eccesso opposto a quello del tiki-taka esasperato, al possesso fine a se stesso, alle ali che rincorrono i terzini anziché attaccarli, al giro palla la forma di ferro di cavallo, il gira-gira-gira che non cerca la giocata ma solo evita il rischio. Un calcio ridotto a numeri, lettere, metriche inutili.

E ora? E ora poiché tutti copiano tutti, se l’Arsenal brilla sui corner le altre devono imitarla. Il Brentford gioca con i lanci lunghi? Tutti fanno lo stesso. Burt denuncia allora una perdita di coraggio: l’individualità degli allenatori si scioglie nel conformismo. Bournemouth e Sunderland sono in alto e segnano molto grazie ai calci piazzati, questo è vero, ma non basta a spiegare i risultati. Secondo Burt, il calcio moderno deve invece guardare all’esempio del PSG campione d’Europa. Sono veloci, a volte diretti, e quando i loro esterni ricevono palla corrono verso i difensori. Lavorano duro, allungano il gioco e – comunque – passano ancora attraverso il centrocampo. Non una versione pompata dello Stoke City di Tony Pulis. Il calcio spettacolo – dice il Telegraph – non si misura con la lunghezza di un rilancio, con i corner o le rimesse laterali. Serve equilibrio, fluidità, coraggio. E soprattutto, serve vedere la palla muoversi, e non solo oscillare tra uomini piazzati per schemi preconfezionati.

Gli inglesi sono sul serio preoccupati. Secondo Stats Perform, nelle prime settimane di questa stagione in Premier League si sono verificati più del doppio delle rimesse laterali lunghe rispetto alla scorsa stagione, con una media di 3,44 a partita rispetto a 1,52 nel 2024-25. Le rimesse lunghe richiedono tempo nella preparazione, spesso capita che siano l’occasione per perderne, per rifiatare. Nelle prime 40 partite della stagione inglese si è registrato un calo significativo del tempo di gioco. La Premier è scesa a 54 minuti e 21 secondi a partita, ovvero 133 secondi in meno rispetto alla scorsa stagione. Così è venuta la tentazione di dar la colpa alle rimesse lunghe. 

L’International Football Association Board – scrive il Guardian – ha discusso la possibilità di limitare il tempo che un giocatore può dedicare a una rimessa laterale, nel tentativo di aumentare il tempo in cui la palla rimane in gioco. Tra le altre modifiche al regolamento prese in considerazione dai comitati consultivi dell’Ifab c’è la possibilità di estendere il protocollo VAR per consentire di intervenire sul secondo cartellino giallo.

 

Ci sono le Olimpiadi e il prezzo degli skipass aumenta

Il conto alla rovescia per gli ultimi 100 giorni verso le Olimpiadi di Milano-Cortina sono cominciati con un bel pezzo sul Guardian che parla dei prezzi completamente ingiustificati per gli skipass in Italia di quest’inverno. Sono così alti che minacciano di trasformare lo sci in un privilegio esclusivo dei ricchi. È l’allarme lanciato dall’associazione italiana dei consumatori, Gabriele Melluso. Dalle Alpi alle Dolomiti, fino alle piste dell’Abruzzo, i costi sono cresciuti fino al 40% rispetto al 2021. 

Un pass Dolomiti Superski – che permette di sciare su tutte e dodici le località delle Dolomiti – costerà 86 euro al giorno, mentre a Roccaraso, tra gli Appennini abruzzesi, il prezzo giornaliero salirà a 60 euro dopo la famosa campagna che raccontò le avventure di Rita De Crescenzo, influencer TikTok. Gli  skipass stagionali costano dai 755 euro a persona a Roccaraso fino a un massimo di 1.800 euro in Valle d’Aosta. Affitto dell’attrezzatura, hotel e ristoranti non sono da meno: tutto più caro.

Secondo Melluso, gli aumenti dei prezzi, imputati dagli operatori a energia, manutenzione e domanda di attrezzatura di qualità superiore, sono «completamente ingiustificati e inaccettabili, sia perché l’inflazione in Italia è sotto controllo, sia perché le tariffe energetiche, che avevano aumentato i costi nel 2022, sono tornate normali». 

Il risultato? I meno abbienti hanno dovuto rinunciare alla tradizionale settimana bianca, e l’Italia ha registrato nella stagione 2024-2025 un calo di 1 milione di turisti sulle piste rispetto all’anno precedente. Così imparate a lamentarvi dei malvisti, la formula con cui Marco Ciriello su Domani raccontò l’arrivo da Napoli dei ragazzi del Bangladesh. 

Nonostante i rincari, sottolinea Giuffrida sul Guardian, l’Italia resta comunque più economica per sciare rispetto a Svizzera, Francia e Austria. 

  ▥   Flavio Vanetti per il Corriere della sera ha intervistato Sofia Goggia chiedendole se Cortina è il suo posto del cuore. «Probabilmente sì, ma in realtà lo colloco tra Cortina, posto di grandi gioie, e la mia Bergamo. Non penso minimamente a quella caduta. Prima e dopo Pechino ci sono state tante gare, alcune con infortuni. Ma ogni seguito è sempre stato, come mi piace sottolineare, all’insegna dell’amore». Goggia dice pure che le piacerebbe essere una delle quattro portabandiera, ma che il suo team non ha avuto contatti con la giunta CONI.

▥   Lo conferma indirettamente il presidente Luciano Buonfiglio in una intervista con Francesco Saverio Intorcia e Matteo Pinci per Repubblica. Dice che non si sono parlati perché «sevi stare sempre attento con gli atleti, ogni cosa potrebbe aumentare la pressione. E i Giochi in Italia ne mettono già tanta». Con Brignone invece sì. «L’ho sentita due volte al telefono. Mi ha detto che tra pochi giorni dovrebbe cominciare a rimettere gli sci e si vedrà. È un modello non solo per lo sport, è un modello per la vita». A 100 giorni dai Giochi, Buonfiglio pensa che «sarà come alla Scala. Se ti capita di entrare a teatro alla vigilia della prima, pensi: sarà un disastro. Poi si apre il sipario e funziona tutto alla perfezione». Nella città in cui è nato Buonfiglio, in casi del genere si commenta: fosse Angelo ‘a vocca toja. Che la tua bocca possa portare l’annunciazione di una verità.

 

 

Il primato di Edimburgo: perfino in Scozia ci può scappare la sorpresa

La cosa più sorprendente dell’ultima vittoria dell’Heart of Midlothian contro il Celtic non è tanto il risultato in sé, quanto lo stupore di chi — evidentemente — non segue da vicino ciò che accade a nord del confine. Così scrive Barry Glendenning nella newsletter Football del Guardian, dopo il 3-1 adi Tynecastle che lascia gli Hearts in cima alla classifica con otto punti di vantaggio sul Celtic. Un risultato di proporzioni sismiche, dice, ma nessuno che abbia seguito le due squadre negli ultimi mesi può dirsi davvero sorpreso. 

Dopo quarant’anni di duopolio Glasgow-style, quarant’anni in cui Celtic e Rangers si sono spartiti la Scozia come due monarchi annoiati, il calcio del paese si trova davanti a un’eresia, un titolo che potrebbe cambiare mano. Siamo solo all’inizio, ma a nove giornate dal via la squadra dei tifosi illustri Stephen Hendry, Sir Chris Hoy e Ken Stott — sembrano pronti a colpire mentre il ferro dell’Old Firm è gelido. Il campionato ha trovato un disturbatore inaspettato, un usurpatore che ride in faccia ai maligni e ai superbi. Della tradizione, francamente, se ne infischia.

Mentre l’attenzione dei tabloid si concentra sulla stagione da incendio totaleche i Rangers stanno vivendo a Ibrox, la decadenza del Celtic si è potuta consumare quasi in silenzio. Dieci punti lasciati per strada in nove partite: troppo anche per Brendan Rodgers, che ha sviluppato lo sguardo vuoto di chi non smette di controllare il calendario per vedere quanti giorni mancano alla scadenza del contratto

A Edimburgo, silenziosamente, un’altra realtà si è attrezzata per il colpo grosso. Gli Hearts, con un budget che Glendenning definisce non tanto una frazione di quello del Celtic quanto un capello di confronto, hanno trovato la loro fortuna nell’ingresso di Tony Bloom, il proprietario del Brighton e scommettitore professionista dal fiuto prodigioso. Dieci milioni investiti in estate e l’accesso esclusivo al suo strumento segreto, Jamestown Analytics, un algoritmo capace di scovare talenti nascosti dalla seconda divisione norvegese al campionato slovacco, per il prezzo di una berlina di famiglia di fascia media.

Domenica, a Tynecastle, Bloom era in tribuna con la sciarpa al collo, festeggiando ogni gol con la compostezza di chi sapeva perfettamente cosa stava per succedere — e probabilmente aveva scommesso di conseguenza.

«Non credo sia una vittoria-simbolo» ha detto il barbuto allenatore Derek McInnes dopo l’ottava vittoria in nove gare. «Forse lo è per chi guarda da fuori, per chi deve cambiare opinione. Ma noi siamo felici di ciò che i ragazzi stanno dando. Tecnicamente siamo in un buon momento, fisicamente anche. Speriamo ce duri il più possibile. Naturalmente, non è una posizione a cui questo club è abituato».

No, Derek, proprio non lo è. Ma la verità — luminosa, matematica, persino poetica — è che per la prima volta da decenni il calcio scozzese ha qualcosa che somiglia a una corsa per il titolo. L’eresia è che potrebbe vincere qualcun altro.

 

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Il caos al Celtic per le dimissioni di Rodgers

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A forza di guardare quanto mancava alla fine, Brendan Rodgers si è convinto che fosse il caso di scriverla lui, quella parola. Le dimensioni della frattura dentro il Celtic sono diventate chiare solo con le sue dimissioni. Come scrive Ewan Murray sul Guardian, il principale azionista del club – notoriamente restio ai riflettori – Dermot Desmond ha reagito con una furia sorprendente, accusando Rodgers di un comportamento egoista e auto-riferito. Con un colpo di scena degno delle antiche rivalità scozzesi, due decenni dopo la sua partenza Martin O’Neill tornerà a guidare la squadra, per ora da traghettatore.

Rodgers ha lasciato l’incarico lunedì sera, poco prima delle dieci. O’Neill, affiancato da Shaun Maloney, debutterà oggi contro il Falkirk a Celtic Park, poi affronterà i Rangers nella semifinale di Coppa di Lega. Non è escluso che resti più a lungo: Ange Postecoglou è il primo nome tra i favoriti, ma chi conosce l’ambiente giura che un ritorno dell’australiano a Glasgow sia improbabile. Sarebbe decisamente buffo e singolare. A maggio vinceva l’Europa League col Tottenham, fra settembre e ottobre è stato per 7 partite sulla panchina del Nottingham Forest.

La polvere delle dimissioni di Rodgers  non si è ancora posata. I vertici del club sospettano che quel malumore abbia alimentato le proteste dei tifosi,  un egoista, un mezzo criminal, po-po-po po-po-po.

Un quarto d’ora dopo il comunicato ufficiale, Desmond ha diffuso la sua risposta, dura come la roccia del parco di Loch Lomondo. «Voglio riconoscere il contributo di Brendan nei suoi due mandati, durante i quali ha contribuito ai successi che fanno parte della storia moderna del club», ha detto l’imprenditore irlandese. «Tuttavia, devo anche esprimere la mia profonda delusione per come si sono svolti gli ultimi mesi».

Quando il Celtic lo aveva richiamato due anni fa, l’intenzione era chiara: affidargli una nuova era di stabilità e vittorie. Ma, secondo Desmond, «la sua condotta e la sua comunicazione non hanno ripagato la fiducia che avevamo riposto in lui». In giugno, racconta, il club aveva persino proposto un rinnovo di contratto per dimostrare sostegno e continuità. Rodgers ha chiesto tempo per pensarci. In conferenza stampa lasciò intendere che quella proposta non fosse mai arrivata. «Era semplicemente falso», ha tagliato corto Desmond. Rodgers non aveva alcuna intenzione di restare oltre l’estate: il suo contratto scadeva nel 2026, ma la frattura sembrava insanabile. Desmond ha respinto ogni accusa di immobilismo nelle trattative, ricordando che «ogni acquisto e ogni cessione sono stati fatti con la piena approvazione di Brendan».

Per l’azionista, il tecnico aveva la famosa carta bianca su ogni questione sportiva. Ma «le sue parole e azioni degli ultimi mesi sono state divisive. Hanno contribuito a creare un’atmosfera tossica, alimentando l’ostilità verso la dirigenza e persino verso le famiglie dei dirigenti, che non meritavano abusi di questo tipo». E meno male che perdono una volta ogni quarant’anni. 

USA-Cina, la diplomazia della NBA 

Filtri stravaganti, coreografie folli: le bizzarrie di Chet Holmgren, Tyrese Haliburton e Jared McCain ideate dalle agenzie di marketing. Sono riprese così le relazioni tra la NBA e la Cina, con un pugno di partite di precampionato giocate a Macao fra 10 e 12 ottobre, dopo una pausa di sei anni.

Jordan Pouille, corrispondente da Pechino per Le Monde, racconta come questo ritorno non sia solo sport, ma politica e diplomazia travestite da alley-oop. Il segnale inviato è chiaro: in un contesto di guerra commerciale e tecnologica tra Washington e Pechino, il ritorno della NBA è un gesto di normalizzazione. 

Donald Trump e Xi Jinping sono tornati a parlarsi, ma il ricordo del 2019 è ancora vivo: un tweet di Daryl Morey a sostegno dei manifestanti di Hong Kong aveva scatenato una tempesta diplomatica ed economica, cancellando partite e sospendendo accordi milionari. «La NBA non ha confini», commenta Rui, giovane gestore hip-hop del NBA Hoop Park di Pechino, tra skatepark e canestri futuristi, «la NBA, come lo sport in generale, non ha confini e supera ogni barriera».

La lega americana non ha mai abbandonato il mercato cinese: con la mediazione di Joseph Tsai, presidente di Alibaba e proprietario dei Brooklyn Nets, e della famiglia Adelson, strettamente legata a Trump, la NBA ha orchestrato un ritorno graduale. Pechino ci guadagna: la ripresa delle partite sostiene il consumo interno e rafforza l’immagine di apertura del Paese. Lo conferma il clamore suscitato dalla visita estiva di Victor Wembanyama in un tempio shaolin nel Henan, ampiamente riportata dai media locali.

Con un numero di appassionati fra i 300 e i 450 milioni, il basket in Cina supera anche il calcio. Nel 2024, secondo S&P Global, il 52% dei cinesi aveva seguito una partita NBA, contro il 23% negli Stati Uniti e il 10% in Europa. Già nel 1979 i Washington Bullets avevano giocato contro squadre locali e con una selezione di Ningbo, nel tentativo di normalizzare le relazioni diplomatiche iniziate da Deng Xiaoping.

Il racconto di Jordan Pouille passa attraverso le storie dei pionieri: David Stern cedette nel 1985 i diritti di trasmissione alla CCTV. «Era l’epoca benedetta di Michael Jordan e Magic Johnson. Molti cinesi smettevano di lavorare per vederli in TV», spiega Chris Petersen-Clausen, documentarista a Shanghai. Wang Zhizhi e poi Yao Ming portarono il sogno americano oltre la Muraglia, spesso cedendo una parte dei loro stipendi alle autorità cinesi. Nel 2025, Yang Hansen, ventenne e unico cinese in NBA dal 2019, ha visto la sua prima partita celebrata dalle pagine di China Daily.

A Wangfujing, il NBA Store più grande al mondo fuori dagli Stati Uniti, LeBron James ha il suo santuario: statue, fotografie a grandezza naturale, maglie e sneakers da collezione. Gli studenti cinesi, prima di esplorare le università di Tsinghua o Pechino, fanno tappa lì. «A volte la NBA in Cina sembra solo un altro marchio di abbigliamento di moda», sospira Petersen-Clausen. L’ultima partita di Hangzhou ha visto i biglietti da 228 euro sparire in quattro secondi, un «grande intrattenimento sportivo che sa riunire il mare blu e il mare rosso», come annunciava l’organizzatore. Un ponte fra le tensioni dei due colossi mondiali.

 

Barbatrucco   Dai rigorini ai rigoronzi

Milinkovic-Savic sullo 0-0 ha respinto un rigore a Camarda, e Paolo Condò sul Corriere della sera lo chiama uno di quei penalty concessi perché dopo tre minuti di esame autoptico la quinta telecamera in ordine di apparizione ha isolato il frame di un pallone che tocca una mano leggermente fuori dalla figura. Quel che si dice un «chiaro ed evidente errore», come da enunciato della norma? Ma per favore.

Per giunta, per rinsaldare la fiducia popolare nel neo-calcio, la risonanza magnetica di Lissone è arrivata dopo tre giorni di rumore sul contatto tra Mkhitaryan e Di Lorenzo, con una irrituale escursione sulle virtù morali del terzino. 

Marco Ciriello sul Mattino si dedica a Frank Zambo Anguissa, autore del gol della vittoria napoletana a Lecce. Scrive: Anguissa è potere fisico ma anche indolenza per questo Conte lo assedia da bordocampo, perché sa che si assenta. macina palloni e gioco, allungando il suo corpaccione sulla partita. Il difetto è quello: la visione distaccata, ogni tanto, va tirato per la maglia e rimesso dentro il gioco, ma quando carbura diventa imperioso. Se serve da boa, c’è. Se serve da schermitore, c’è. Diventa persino una piazzola di sosta per le palle scomode sulle fasce, perché non si risparmia, a volte con grandi falcate a volte con una indolenza che lo vede restare dietro a coprire, fermandosi un turno. Prendere o lasciare. Prendere, prendere, almeno due Anguissa servirebbero.

La Bella Addormentata    Gimenez senza gol

Nel pareggio del Milan a Bergamo, la Gazzetta approfondisce la situazione di Gimenez, il centravanti che non segna mai, dieci ore di gioco senza reti mentre Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto che l’estate da ribelle di Lookman a Bergamo è finita ieri. Juric ha disegnato per l’occasione una versione nuova della Dea, senza centravanti, con Lookman unica punta e De Ketelaere aggiunto al palleggio di centrocampo, dominante così grazie alla netta superiorità numerica. Fa quasi tenerezza che l’Atalanta abbia segnato grazie a una palla perduta da Modric (succede anche a lui!) colpisce che Leao sia rimasto negli spogliatoi dopo un primo tempo inconsistente. Anche nei periodi felici, e questo lo è, il suo peso nei match rimane un tiro di dadi. Arianna Ravelli per la Gazzetta dice che tutto il Milan sembra sospeso, come se cercasse ancora la propria voce dentro una stagione che corre veloce: a volte manca un po’ di precisione, altre un po’ di cattiveria, sempre di forza d’urto in zona gol

 Paperinik    L’evoluzione di Spalletti: da Paperino a Paperinik

Lucianone ha già smesso di essere quella specie di scemo del villaggio che veniva dipinto da c.t. della Nazionale, quando rintronava i calciatori con le sue idee e le sue peripezie linguistiche. È l’aria di Vinovo. Mac Tonetto stamattina dice a La Stampa che questo integralista mezzo matto fino a due mesi fa in realtà sa adattarsi alle caratteristiche dei giocatori: non è uno di quei tecnici bloccati da un solo sistema di gioco. E soprattutto – eccola, arriva – la scena più impressionante fra tutte: Ti entra nella testa. Come gli zonbie nei film horror. 

Antonio Barillà su La Stampa scrive stamattina che calcio relazionale non è uno slogan, ma una convinzione, e se in azzurro non ha funzionato è perché la Nazionale non consente quotidianità e martellamento, utili anche per far gruppo. Invece Lucio ha girato il mondo, ha fatto la storia a Napoli e vinto in Russia con lo Zenit, ai titoli aggiunge imprese straordinarie in provincia, come la prima storica Champions dell’Udinese. È diventato un personaggio, ma non ha mai dimenticato le radici, umane e calcistiche.  

Tuttavia su Repubblica Emanuele Gamba avverte: Spalletti non avrà un compito facile, anche perché una parte dei giocatori faceva il tifo non per lui bensì per Palladino, ma si diceva dei calli: Lucio conosce gli spogliatoi come pochi altri e sa come gestire le eventuali correnti contrarie. Più complicato sarà il lavoro meramente tecnico con una rosa non certamente costruita su misura per lui ma forse per nessun tipo di allenatore, viste le lacune e le incongruenze che ha. Più di ogni altra cosa gli mancherà un regista come quelli che ha sempre messo al centro della sua architettura (Pizarro, Lobotka, il Brozovic convertito alla geometria): Locatelli ha caratteristiche diverse, oltre alla memoria di certe frizioni avute ai tempi in cui Spalletti guidava l’Italia ed escluse il capitano juventino da Euro 2024.

 

 

 

La scelta di Abed Yassin

Abed Yassin ha 21 anni. Gioca come portiere nel Bnei Sakhnin, il club arabo più noto della Premier League israeliana. Ha scelto di giocare per la nazionale palestinese. Una decisione che illumina la complessità di questo conflitto di cui non si viene a capo, antico e doloroso. Bnei Sakhnin, nel nord di Israele, a 40 chilometri dal confine libanese, è una città a maggioranza arabo-musulmana, con circa 36.000 abitanti, e il suo club rappresenta un «concetto molto speciale», come lo descrive Khalid Kassum Dokhi, direttore generale del club, vincitore della Coppa d’Israele nel 2004. «È una squadra di pace, abbiamo arabi, ebrei e cristiani», racconta, sorseggiando un caffè alla cardamomo nelle viscere dello stadio Doha, costruito con il contributo del Qatar, mentre parla con Alban Traquet, inviato de L’Equipe. 

Abed è nato a Shefa Amr, a est di Haifa. Ha passaporto israeliano. Ma il regolamento FIFA gli permetteva di fare la scelta che ha fatto, la Federazione israeliana non ha sollevato obiezioni, nonostante qualche polemica locale. La delicatezza della vicenda ha amplificato il suo significato simbolico. Sharon Mimer, l’allenatore: «Non ha detto nulla a nessuno, ed è stato un grave errore». Khalid Dokhi rincara: «Il club non ne sapeva nulla, è stata una decisione personale. E poi la selezione palestinese non ci ha inviato alcun invito. Non è etico». La Federazione palestinese (PFA) offre una lettura diversa. «Prima della sua convocazione, la PFA ha mantenuto un dialogo professionale e rispettoso con il Bnei Sakhnin e i rapporti sono sempre stati amichevoli. La PFA sostiene fermamente i propri giocatori e il diritto di rappresentare la loro identità con orgoglio». 

Dopo la sua scelta, i media palestinesi hanno salutato Yassin come un pioniere, ricordando gli altri giocatori arabo-israeliani che hanno compiuto lo stesso passo, come il difensore Ameed Mahajneh, oggi all’Al-Rayyan in Qatar. Il Bnei Sakhnin vive tempi difficili dall’ottobre scorso. Il vecchio speaker del club, un giornalista radiofonico, è stato allontanato per aver detto che Hamas ha trattato gli ostaggi del 7 ottobre in modo umano. I tifosi hanno subito cori razzisti e aggressioni durante trasferte, come a Beer-Sheva, dove il pubblico di casa ha costretto con le sue violenze all’annullamento della partita.

«La nostra situazione è complicata. Se dobbiamo scegliere, rispettiamo Israele e le sue leggi. Ma la Palestina fa anche parte di noi. Non c’è soluzione», sospira Dokhi. Gli arabo-israeliani rappresentano circa il 20% della popolazione e, pur godendo formalmente degli stessi diritti, subiscono discriminazioni nell’accesso alla terra, agli alloggi e ai servizi pubblici. «E per i nostri diritti, vi faccio un esempio estremo: un arabo-israeliano non potrà mai aspirare a diventare primo ministro in questo Paese. Non succederà mai».

 

     

Le conseguenze del gioco all’olandese

Nel mese di ottobre del 1975, il calcio italiano ha l’impressione che stia accadendo qualcosa di nuovo. Bernardini e Bearzot stanno provando a ricostruire la Nazionale dopo i Mondiali andati male in Germania. Predicano la necessità di un’Italia dai piedi buoni. È la formula mediatica. Sandro Ciotti sta portando nei cinema il suo documentario Il profeta del gol sulla vita e le meraviglie di Johan Cruyff. Il Napoli di Vinicio gioca all’olandese e sta in testa alla classifica insieme con la Juve. Un cambiamento che l’allenatore brasiliano vede più ampio e diffuso, se lo intesta, in una intervista dice che in Italia è finito il catenaccio. Lui dice: – orse per non irritare troppo Brera [che non lo ama] – che sono finite le barricate. 

Pochi giorni più tardi, Gualtiero Zanetti sulla Gazzetta dello Sport scrive allora una lunga analisi che impressiona per gli echi del presente che porta dentro. Siamo a mezzo secolo fa e Zanetti osserva come il calcio italiano, pur cambiando pelle, resta pieno di contraddizioni tattiche che il pubblico sente con chiarezza. Secondo noi, le barricate non sono scomparse per intero, indubbiamente si sono rarefatte, annota Zanetti, mettendo in evidenza come il trasferimento del gioco a centrocampo abbia limitato l’imprevedibilità del calcio italiano. Il titolo della Gazzetta dice: Le barricate non sono finite. È finito il contropiede

La nuova manovra lenta, fatta di palleggi continui – dice Zanetti – rischia di sedare l’attenzione dello spettatore, con gli attacchi che si trascinano senza la scossa del contropiede: Molto spesso il gioco, con tutto quel che segue, finisce per addormentarsi.

Il cuore della riflessione riguarda le ali arretrate, quelle che un tempo correvano senza sosta e che vengono trattenute per esigenze difensive, privando l’attacco del necessario slancio: Accade cioè, contrariamente a quanto si voleva, che questa estrema particolare finisce per assumere la posizione di un interno che attende che nella sua zona naturale vada un terzino. Il calcio diventa un esercizio di gestione, non di improvvisa aggressione, e gli uomini di punta vedono il loro raggio d’azione ridotto: lo spazio che prima esaltava l’iniziativa individuale viene ora annacquato dalla prudenza tattica.

Zanetti analizza come la disposizione del tempo dei reparti avesse una conseguenza sulla qualità del gioco: il terzino che avanza, il centrocampista che raccoglie palloni su palloni, l’ala che arretra trasformandosi in mezzala. Tutto funziona in teoria, ma in pratica riduce il rischio difensivo a scapito della spettacolarità.: È vero gioco d’attacco – si legge – solo quando l’ala arretrata, concesso il suo contributo difensivistico a centrocampo, si porta immediatamente nella sua zona tradizionale

Zanetti parla di un calcio italiano che sembra intrappolato in un meccanismo di passaggi controllati e predicibili sebbene non ignori i lati positivi: meno corsa significa anche meno fatica e maggiore controllo della palla, e i giocatori più tecnici possono esprimersi con maggiore lucidità, pur nella lentezza complessiva.

La sfida moderna del calcio italiano, dice, sta nel bilanciare prudenza e iniziativa, copertura e attacco, gestione della palla e efficacia del tiro: Rinunciare sistematicamente ai cross dal fondo da un lato del campo, significa semplicemente ridurre del cinquanta per cento le possibilità di segnare. La formula imperfetta è chiara: l’ala che arretra offre copertura, ma toglie profondità, e il centrocampo diventa un teatro di manovre più che di spunti decisivi.

Nell’ottobre di mezzo secolo fa, Zanetti pensava come Vinicio che il calcio italiano fosse in evoluzione, ma sosteneva che la vera efficacia offensiva passava ancora dalla capacità di liberare le ali e sfruttare il contropiede, garantendo il gioco verticale, evitando che la gestione prudente soffocasse la spettacolarità. Finalone: Che si sia sul punto di cambiare in meglio un modulo di gioco da tempo fermo a schemi superatissimi (in quanto è più facile difendersi che attaccare) inventando per ogni squadra un falso attaccante come Gorin, Rampanti o Caso e via dicendo, ancora non crediamo. A meno che per questo nuovo ruolo non si trovi un altro Corso. Ma, in tal caso, non si sarebbe progrediti nella formula: si sarebhe soltanto inventato un asso, il che è molto differente.

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