I figli e i figliastri delle esclusioni nello sport
In un mondo che brucia, lo sport globale sembra camminare su un filo sospeso sopra un abisso. Kevin B. Blackistone sul Washington Post lo racconta chiaramente citando le parole di Aleksander Ceferin, presidente UEFA: “Penso che sia giunto il momento di smettere di fingere di essere un’organizzazione sportiva che vive su un altro pianeta”. Ha risposto così alla domanda se Israele potesse continuare a partecipare alle competizioni europee. Dieci mesi di incursioni a Gaza, decine di migliaia di civili palestinesi morti, eppure nessuna sanzione. Intanto l’Indonesia nega i visti agli atleti israeliani, il team Israel-Premier Tech cancella il nome dello stato dalle divise. La storia dello sport, nota Blackistone, è sempre stata segnata da scelte contraddittorie. Alle Olimpiadi di Parigi 2024, almeno trenta paesi erano in guerra, ma sono state escluse solo Russia e Bielorussia per l’invasione dell’Ucraina. Myanmar, Somalia, Siria, Etiopia, Yemen hanno partecipato comunque, malgrado una mappa di morti e distruzioni.
Lo sport, sottolinea Blackistone, si muove tra simboli e ipocrisie. Germania, Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia furono bandite dai Giochi di Anversa nel 1920 per il ruolo avuto nella prima guerra mondiale; Giappone e Germania furono escluse dai Giochi di Londra del 1948; Sudafrica e Rhodesia boicottate per l’apartheid. “Non ci può essere sport normale in una società che non lo è”. Ma altre nazioni, dagli Stati Uniti alla Cina, hanno continuato a competere senza sanzioni, malgrado guerre e interventi militari. La coerenza etica, scrive allora Blackistone, è un lusso raro, e “lo sport, che dovrebbe costruire ponti, cammina su un filo — e quasi sempre cade”.
Anche il mondo accademico conferma la tensione. Daniel Grano e Michael Butterworth ricordano che “i valori che elevano lo sport a modello di democrazia liberale spesso limitano la contestazione delle ideologie razziali, di genere, religiose e nazionali che esso stesso costruisce”. Un richiamo secco all’incoerenza, alla discrepanza tra ideali olimpici e realtà politiche, tra regole scritte ed eccezioni praticate. “Eppure alcuni di noi continuano a pretendere che gli organizzatori dello sport globale obbediscano alla loro etica, invece di aderire all’ipocrisia cementata nella storia”.