Le pressioni e le passioni intorno alle stelle del football NFL

Generali, idoli, psicologi, egomaniaci: ecco cosa sono i quarterback, le figure più affascinanti dentro quel mito americano che chiamiamo football. Così scrive Seth Wickersham su The Atlantic definendolo il centro di ogni discussione, “la posizione unica e misteriosa che definisce un intero Paese”.
Il quarterback, scrive Wickersham nel suo lungo intervento, “non è solo un ruolo: è un modo d’essere”. È la figura attraverso cui l’America guarda sé stessa. Johnny Unitas era l’ordine, Joe Namath la ribellione, Montana la calma sovrana. Oggi Patrick Mahomes è “innovazione pura — con un taglio di capelli che ha raggiunto la stessa ubiquità della Jennifer Aniston degli anni ’90”. Eppure, nonostante la venerazione, resta un mistero. Nessuno sa davvero come facciano, nemmeno loro. Mahomes stesso, quando gli chiedono quanto pensi al gesto del lancio, scrolla le spalle: «Non molto».
Dalla sua invenzione nel 1880 da parte di Walter Camp, il quarterback è sempre stato “un uomo la cui personalità carismatica è più potente della forza fisica”. È una categoria separata, quasi mitologica. Lo capirono già nel 1906, quando Sam Moore lanciò il primo passaggio in avanti della storia: un silenzio trattenuto, poi un’ovazione come mai si era sentita su un campo di Yale.
Da Bob Waterfield e Jane Russell, coppia dorata di Hollywood e football, a Tom Brady e Gisele Bündchen, la linea è diretta: “La narrazione del quarterback è sempre stata una narrazione della fama americana”. È la fusione perfetta tra sport e spettacolo, tra forza e desiderio. In un’epoca nella quale tutto è misurabile, il quarterback resta insondabile. I test cognitivi non servono: Bryce Young aveva 98 percentile nella scala della misurazione delle capacità ma sembrava spacciato dopo una stagione; C. J. Stroud, col 18 percentile, è diventato una stella.
Il culto è nei camp per adolescenti e nei padri che sognano un figlio sulla copertina di Sports Illustrated. Colin Hurley, ragazzo di Jacksonville, è stato l’emblema del talento precoce accerchiato dagli sponsor già prima della maggiore età. A sedici anni era matricola a LSU, con più soldi e attenzione di quanti un ragazzo possa reggere. Fino all’incidente: la macchina contro un albero alle tre del mattino, il respiro affannoso, la memoria svanita. Si è salvato, e ora è tornato in campo. “Con una gratitudine nuova per il mestiere che ha scelto” annota Wickersham.
Ma anche mentre il football americano domina la televisione — 93 dei 100 programmi più visti nel 2023 — è assediato dai dubbi. I genitori temono le commozioni cerebrali, le leghe giovanili preferiscono la versione flag. Eppure, “i quarterback non sono mai stati così amati, così onnipresenti, così pop”. Sono diventati figure di cultura, più vicine a una rockstar che a un atleta. Il prezzo è la solitudine. Dei sedicimila liceali che lanciano un pallone ogni anno, solo una manciata arriva alla NFL. Tre o quattro per generazione entrano nella leggenda. Tutti passano per la stessa notte di dubbi: come si fa? Posso farcela davvero?
Wickersham racconta che anche Tom Brady, da campione consumato, alla vigilia dell’ultimo Super Bowl non dormì quasi per nulla, tormentato da quelle stesse domande. Perché il quarterback non può permettersi la paura: deve nasconderla da qualche parte, come fanno in tanti — nel bar, nella fede, nel sesso. Joe Burrow, dice Wickersham, si prepara nel silenzio assoluto, con l’hip-hop nelle cuffie, la mente vuota, fino a non sentire più nulla. Certe volte basta un gesto per risvegliare tutto. L’anno scorso, a un evento di ex studenti a BYU, Steve Young ha accettato di giocare una partita fra vecchie glorie. Sessantatré anni, felpa e scarpe leggere. Al secondo lancio, un intercetto. Poi, un drive perfetto fino all’end zone, un passaggio preciso verso un ricevitore di nome Aleva Hifo, la folla che esplode. Gli amici lo sollevano sulle spalle. Più tardi gli mandarono il video a casa, Young guardò le immagini come se fosse stato il coach di sé stesso e lo definì “un promemoria di ciò che ho dentro”. Poi fece di nuovo play. E ancora. E ancora.