La spiritualità del Ghisallo

 

 

Autunno, stagione sleale

Gesualdo Bufalino

  

Il santuario della Madonna protettrice dei ciclisti

Quando ti affacci a guardare il mondo dal Ghisallo, allora “l’occhio sventaglia su un panorama che sembra fatto di tutti i cieli, di tutti i laghi, di tutti i monti”. Non è stato Valerio Scanu a dirlo ma Mario Fossati, perché il Ghisallo sta al Lombardia come il Poggio sta alla Sanremo. Non tanto perché la corsa si possa decidere lassù: stavolta arriva dopo appena una quarantina di km su 210; quanto per la sua centralità simbolica. Nelle sue cronache su Repubblica, Fossati ha raccontato spesso che Binda non sarebbe tornato dalla Francia in Italia se non avesse letto del Giro di Lombardia, “la sua terra, e di un traguardo di cinquecento lire in cima al Ghisallo, la montagna della sua fanciullezza, che avresti detto escoriata più che percorsa da una rozza strada”.

Una quarantina d’anni fa, quando “Sanremo e Lombardia erano l’alfa e l’omega di un alfabeto prestigioso”, non ancora polimorfo per “imitare il mondo degli sport di moda e girare quel mondo”, quando “io so che noi cittadini del ciclismo ci salvavamo perché ci ritenevamo poveri ed eravamo modesti (come gli alpinisti e i pugili)” – una quarantina d’anni fa accadde che alla vigilia di un Lombardia sul Ghisallo andò a schiantarsi un aereo. “Ieri un sole smunto addolciva il suo tracciato. L’altra notte il cielo buio s’era incurvato sul cono verde del Ghisallo: e la gente del lago aveva veduto la notte nera e piovosa attraversata da una palla di fuoco” scrisse Fossati. La corsa evitò la montagna, la strada era bloccata dalle squadre di soccorso “che sarchiano una fiancata alla ricerca dei resti”. Fossati parlò di “ruvido contrasto fra una corsa variopinta di uomini e vetture colorate e le maschere dei dolenti”. 

Non deciderà la corsa, ma il Ghisallo possiede una mistica che il Poggio non ha. È cominciato tutto quando nel 1938 il pio Bartali vinse il Tour de France e anziché ringraziare il Duce ringraziò la Madonna. Undici anni più tardi, Pio XII riconobbe con una bolla papale il fatto che la Madonna del Ghisallo fosse la patrona universale dei ciclisti, non solo di Bartali. È la Madonna raffigurata in un affresco del XVI secolo dentro il santuario che se ne sta sulla salita del Ghisallo, a 800 metri di altezza dal mare “in un angolo di pace” scrisse Stefania Miccolis su L’Unità. 

Prima, però, molto tempo prima era stato Costante Girardengo il primo a vedere la chiesetta pedalando. Lo racconta Giovanni Battistuzzi sul suo Giro di Ruota. Il primo che “si è fermato un attimo appoggiandosi al muricciolo: ha bevuto e ripreso” come scrisse Emilio Colombo sulla Gazzetta. “Quel gesto, quella bevuta alla fontanella che usciva dal muricciolo sotto il campanile del santuario – dice Battistuzzi – lo aveva già fatto in tanti. Tutti quelli che sino a lassù si erano avventurati. In molti, però erano saliti al Santuario dalla parte di Bellagio, non di Canzo, come Costante Girardengo e tutti gli altri corridori di quel Giro di Lombardia. Insomma da quello che poi sarebbe diventato Il Ghisallo, quello vero. Da Bellagio i primi ciclisti iniziarono a salire sui pedali già negli ultimi anni dell’Ottocento. Nel 1899 il parroco del paesino sulla punta del Triangolo lariano, per chiedere alla Madonna del latte di far terminare la moria di bachi da seta e la siccità che stava portando alla fame i suoi compaesani, organizzò un pellegrinaggio di preghiera in bicicletta sino al Santuario della Madonna del Ghisallo. La Madonna del latte ascoltò i bellagini. La pioggia tornò a scendere dal cielo e l’epidemia di bachi da seta terminò” [per intero si legge qui]

Il santuario nel tempo si è riempito di cimeli e voti, di biciclette e maglie. Quando sono diventati troppi, allora nei paraggi è stato aperto il Museo del ciclismo, nato nel 2006 con contributi regionali e voluto da Fiorenzo Magni detto il terzo uomo. È stato costruito cercando di rispettare il paesaggio, il volume è stato parzialmente ricavato nella roccia, con 1500 metri quadri di esposizione, una parte dedicata alla biblioteca, libri e riviste storiche, un archivio multimediale. 

 

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Oh, ma avete visto qualche francese in giro?. Che fine hanno fatto, dove sono. Era pieno di francesi fino a poco fa. Eravamo circondati. Ce n’erano di antipatici come Raymond Domenech. Volevano mettere la chiesa al centro del villaggio come Rudi Garcia. Volevano perfino cambiare il fuorigioco come Arsène Wenger. E adesso? Erano seduti tutti in panchina e adesso saranno sulle panchine.

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Il matrimonio di Ercole Baldini

Fu nel 1959, poco dopo le otto e mezzo del mattino, che nel piccolo santuario andò a sposarsi Ercole Baldini con la signorina Wanda Beccari. Una cerimonia semplice, pochi invitati. Le cronache del tempo riferiscono che Baldini aveva trascorso la notte prima in un vicino albergo ed era comparso davanti alla chiesa verso le 8. Intorno al campione, scrisse La Stampa, “facevan cerchio i parenti, la mamma, il papà, i quattro fratelli, solida gente di campagna che portava con disinvoltura l’abito nuovo adatto alla circostanza”. 

Baldini era in grigio scuro. Un grigio, secondo il sarto, di una tonalità ancora sconosciuta, per l’occasione chiamata «del Ghisallo».  La sposa Wanda, “pallidissima in volto, un po’ per l’emozione, un po’ per il freddo”, si fece largo tra la folla a bordo di un’auto. Vestiva di bianco, “un abito semplice ed elegante di faille, completato da un’acconciatura di fiori di arancio”. Il padre ruppe l’attimo di imbarazzo, prese la figlia sottobraccio ed entrò nella chiesetta dei ciclisti. Baldini aveva deciso di sposarsi là perché l’anno prima, alla vigilia dei Mondiali che poi avrebbe vinto, aveva fatto un voto.

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Mentre diceva sì, dai muri pendevano le biciclette di Coppi, Bartali e Magni, una bacheca incorniciata dai gagliardetti di cento società, una maglia rosa, una maglia gialla, una maglia da campione olimpionico. Don Ermelindo Vigano fece un discorsetto e “l’attesa parve lunga solo a chi aspettava fuori, nel gelido soffio del tardo autunno”. Testimoni: il signor Tini, zio di Ercole; il signor Minozzi, zio di Wanda; il signor Gaetano Borghi, fratello del titolare della Ignis; il signor Berdondini, un romagnolo emigrato a Parigi, dove era diventato il padrone di uno dei più celebri ristoranti di Francia. Aveva fretta quel giorno. Aveva chiuso per due giorni il suo restaurant e aveva l’aereo che doveva riportarlo a casa. 

Ercole aveva conosciuto la Wanda grazie al ciclismo. Quando correva tra i dilettanti. Un giorno, la signorina Carmen Beccari, figlia del proprietario di un salumificio di Carpi e grande appassionato della bicicletta, segnalò al padre un atleta che secondo lei aveva le qualità del campione. Il padre accolse il ragazzo nella squadra e dietro le corse del Baldini cominciò a farsi vedere anche la figlia minore. Ciao, come ti chiami, che fai, usciamo, ci sposiamo. Le solite cose. 

Mario Cervi sul Corriere della sera raccontò che “un’ora buona prima dell’inizio del rito s’era appostato, davanti alla chiesuola, un ometto sulla cinquantina, sparuto, remissivo, ma tenace, che indossava un maglione e un berrettuccio da corridore, e si teneva stretta una bicicletta da corsa. Nessuno riuscì a smuoverlo di lì, e quando passò Baldini, il mite uomo che forse non è mai riuscito neppure ad essere uno dei “portatori d’acqua” delle corse ciclistiche, lo fissò con sconfinata ammirazione, ma senza invidia: e gli bastò che gli obbiettivi dei fotoreporters lo cogliessero accanto al campione”. 

Un’altra Italia, con gli altoparlanti posti sul campanile del tempio che intonarono musiche sacre. Bartali, Coppi, Magni, Anquetil e Bobet avevano telegrafato e anche il papa aveva mandato un telegramma di auguri. Il Corriere della sera notò soltanto che “l’intermezzo gastronomico sarebbe stato indubbiamente di ben altro impegno se il matrimonio si fosse svolto in Romagna”. 

Quando Wanda Beccaria morì nel 2009, Ercole organizzò i funerali il 9 novembre alla Madonna del Ghisallo, nello stesso santuario dove il 9 novembre di cinquant’anni prima si erano sposati.

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