Il caso Neville dopo il caso Lineker
L’Inghilterra conservatrice ha trovato un altro nemico che parla in tv. È saltato Gary Lineker, ma adesso c’è Gary Neville su cui concentrarsi. La sua colpa è voler essere il contrario di quel che gli sarà stato rimproverato chissà quante volte in passato. Dei calciatori si dice che sono immersi nella loro bolla e nulla sanno o dicono di quel che accade fuori. La colpa di Neville è invece adesso quella di essersi interessato al mondo, di non averlo relegato un rumore di sottofondo, e soprattutto di averne parlato.
Oliver Brown è la più conservatrice tra le firme del conservatore Telegraph e racconta l’ex bandiera del Manchester United come l’uomo che non riesce più a distinguere tra una riflessione e un annuncio, tra un pensiero privato e un video pubblico.
Tutto parte dall’attacco alla sinagoga di Manchester e dal video di Neville, nel quale passeggia di prima mattina e lancia un messaggio di pacificazione. “Dobbiamo guardarci dentro”, dice, e il Telegraph già gli dà del predicatore. Brown lo accusa di usare il termine neutralità “per attribuire tutta la tossicità agli uomini bianchi e arrabbiati di mezza età”.
Una definizione che il Telegraph chiama autogol, anziché considerarla un esame di coscienza. Neville, nota il giornalista, è lui stesso un uomo bianco di mezza età, arrabbiato quanto basta, uno che ha trasformato quella rabbia in un mestiere assai redditizio. Come spesso accade, i soldi sono una colpa. Averne in abbondanza non autorizza a essere insoddisfatti di qualcosa. Nemmeno di come sta girando il mondo.
È facile per il Telegraph collegare Neville a Lineker, considerato un altro ex calciatore che si è convertito a moralista pubblico. Entrambi, scrive Brown, vivono dentro “bolle autocelebrative” [eccole] in cui ogni opinione trova applausi assicurati. Brown si dice convinto che il video di Neville ha raccolto più derisione che consensi. Il colpo più velenoso arriva con l’accusa di ipocrisia patriottica: “È doppiamente bizzarro che Neville invochi il suo patriottismo con la solita formula, dicendo di aver giocato 85 volte per il suo Paese’”, scrive. Quelle partite, aggiunge, furono vinte per i gol, non per devozione alla Regina. Eppure Neville, parla come se il suo passato da difensore gli concedesse il diritto di stabilire cosa sia o non sia amore per la patria.
La politica è un terreno scivoloso. Il Telegraph ricorda come Neville sia stato “divorato vivo” da Ian Hislop in un episodio di Have I Got News for You, per aver condannato le violazioni dei diritti umani in Qatar mentre accettava di commentare i Mondiali sulla rete di Stato qatariota. Le sue contraddizioni, riassume Brown, oscillano da “non sono socialista, credo nell’imprenditorialità” al sostegno per Jeremy Corbyn, tanto da spingere The Spectator a chiedersi ironicamente: “Gary Neville è in realtà un conservatore?”.
La conclusione vuole essere feroce: Neville, scrive Brown, è l’emblema di una generazione di ricchi moralisti convinti che il loro talento sportivo garantisca automaticamente la superiorità morale. “Il problema non sono gli uomini bianchi di mezza età arrabbiati — chiude — ma i multimilionari chiamati Gary, convinti che il loro passato da calciatori dia loro il monopolio della virtù”. Se Neville avesse parlato come piace a Brown, non sarebbe un filosofo, un terapeuta del popolo, un guru. Nei giorni scorsi ci sono stati 890 arresti a Londra durante la più grande manifestazione di sempre contro la messa al bando di Palestine Action, considerata nel Regno una organizzazione terroristica.