Carne avvezza a soffrire, dolore non sente
Ignazio Silone
Qualcuno lo fermi prima che vada in Arabia
E alla settima volta Jannik si ritirò. In principio furono le vesciche: Vienna 2020. Dall’altra parte della rete c’era Rublev. Due anni dopo a Miami accadde nei quarti di finale con uno dei Cerundolo. Di nuovo Rublev usufruì al Roland-Garros di un dolore a un ginocchio, mentre a Sofia i guai erano scesi giù alla caviglia [Holger Rune]. Nel giugno di due anni fa si fece sentire un adduttore [quarti di finale, Bublik] e in finale a Cincinnati nell’agosto scorso era un virus. Stavolta sono stati i crampi, il più comune e condiviso dei contrattempi fisici, certe volte vengono perfino di notte stando fermi. Eppure sono i crampi a mandare in giro per il mondo l’immagine del vincitore di Wimbledon chino sulla racchetta, come fosse un bastone ma esile, diciamo: un bastoncino di Shanghai.
Marco Calabresi sul Corriere della sera ha scritto che “ci ricorderemo di questa immagine quando tra meno di tre mesi arriverà il momento di raccogliere le foto iconiche dell’anno. Jannik Sinner che cerca di reggersi in piedi usando come bastone l’attrezzo che lo ha già consegnato alla leggenda a neanche 25 anni. La racchetta poggiata a terra, tutto il peso del corpo su quel groviglio di corde, con le gambe che non si reggono più da sole. Il virus che lo aveva debilitato a Cincinnati stavolta si manifesta sotto forma di crampi, ma non quelli che passano sdraiandosi e distendendo le gambe: la richiesta quasi disperata dell’intervento del fisioterapista, che però più di tanto non può fare perché il regolamento non prevede il medical timeout per questo tipo di problemi, il ritiro, quel minuto di sofferenza inaudita che fa il giro del mondo in un attimo”
Il Corriere considera che “l’uomo duro come le montagne che lo hanno cresciuto, si è riscoperto vulnerabile” e che questa famosa macchina perfetta che riempie le nostre italiche chiacchiere, eh però, “a intervalli regolari della carriera è tornata a incepparsi”.
Massimo Calandri su Repubblica aggiunge che “forse avrebbe dovuto fermarsi dopo il successo a Pechino, fare come Alcaraz, che ha preferito tornarsene a casa e staccare per un po’. Invece. Sinner sapeva che questo secondo appuntamento cinese sarebbe stato pericoloso. Trenta gradi di temperatura, il 90% di umidità”.
Ieri si sono dovuti fermare anche il ceco Machac [“barcollando come uno zombie” dice Calandri], il belga Goffin dopo tre giochi con Diallo e Fritz che si è scoperto esausto nel finale del match con Mpetshi Perricard. Nel time-out medico contro Humbert, il giovane Holger [Rune] ha gridato: «Volete che un giocatore muoia in campo? Perché l’Atp non ha una regola sul calore?».
Ce l’hanno a Melbourne, dove oltre una certa soglia di temperatura chiudono il tetto come in caso di pioggia, fedeli a quella branca della filosofia ecologica [o forse si tratta di filosofia linguistica] che oggi considera maltempo anche una giornata di sole estremo, se nell’aria non si respira.
Stefano Semeraro su La Stampa fa notare che “l’incapacità di contrastare la disidratazione per un atleta di altissimo livello, che può contare su uno staff di valore assoluto, resta un punto di domanda. Paradossalmente, Sinner, che già con Altmaier non era sembrato al meglio, ha finito per uscire proprio nel match in cui era sembrato più convincente al servizio (75 per cento di servizio e di punti ottenuti con la prima) e nei tentativi di variare il gioco. Jannik peraltro avrà modo di sperimentare a volontà a Riad, nella superesibizione del 16-18 ottobre, dove ritroverà Carlitos”.
Ah, ecco. Allora ci va. No, perché a vederlo piegato come un vecchietto su quel bastone, ieri sera veniva sicuramente da escluderlo, considerato che i crampi saranno pure banali ma se li sottovaluti ti strappi. Poi con la Davis e con il Masters come la mettiamo? C’è qualcuno in federazione che abbia voce in capitolo per far notare che è rischioso andare a giocare questo – come si chiama – Six Kings Slam?
Federica Cocchi sulla Gazzetta dice che dopo l’esibizione araba, Sinner ha in programma l’Atp 500 di Vienna “dove non gioca da due anni e a cui è molto legato. Si tratterà di scegliere come amministrare le settimane che lo separano da Torino. magari saltando l’Austria e scegliendo Parigi. Testa o cuore?”.
| testimoni Paolo Bertolucci
«Brontolano, protestano ma poi si iscrivono ai tornei. E fanno anche le esibizioni. E si prendono i montepremi. Non mollano nulla. Il calendario è fitto, si gioca cinquanta settimane all’anno, ma i tennisti possono non partecipare a tutti i tornei, non sono obbligati. Basta dire: questa settimana no, mi riposo.
Facciano pure come vogliono, giochino, incassino, nessuno li critica, ma poi non protestino». – intervista di silvia scotti, Repubblica