# 1 giorno a Spagna-Inghilterra finale degli Europei
► TRE MEDAGLIE di bronzo per la scherma italiana ai Mondiali di Tblisi, ma senza ancora aver disputato una finale: Luca Curatoli nella sciabola, Martina Favaretto e Anna Cristino. Dopo l’oro di giovedì per Hong Kong, ieri ne ha vinto uno la Georgia. È tornata campionessa l’americana Lie Kiefer.
◇ I bollettini medici che arrivano dall’ospedale di Essen dicono che Lorenzo Bonicelli non è in pericolo di vita. È in coma indotto dopo l’intervento chirurgico al collo per la caduta durante l’esercizio agli anelli alle Universiadi. L’Italia ha ritirato la squadra. Lia Capizzi sul Corriere della sera racconta che durante un breve risveglio ha risposto alle sollecitazioni agli arti superiori. Jury Chechi parla in un’intervista di come le nuove regole esigono sempre maggiori difficoltà e sono un rischio.
◇ Il Corriere della sera racconta la storia di Vincenzo Alberto Annese, “il mister italiano che allena candidandosi via mail” dal Tibet all’Afghanistan. Ne ha scritto Carlo Vulpio. “Nato a Molfetta, dove da sempre la popolazione maschile è quasi totalmente composta da marittimi, non si è imbarcato su un mercantile. Si è invece laureato a Foggia in Scienze motorie, si è specializzato a Verona ed è diventato allenatore a Coverciano. E oggi è di fatto il molfettese che più ha girato il mondo senza aver mai preso il mare. Annese ha navigato solo su Internet. E quando si è imbarcato è stato su voli a lungo raggio. Le ricerche in rete Scovava in Rete quelle società rimaste senza l’allenatore o il vice e mandava il proprio curriculum. Non ha mai avuto un procuratore, e non lo ha nemmeno oggi. Le società che lo hanno chiamato lo hanno fatto rispondendo direttamente alle sue mail. Lui poi ha fatto in modo di cogliere l’opportunità e ha conosciuto altra gente, che gli ha aperto altre porte”.
Felicità: ci si arriva a nuoto. Ci si spoglia, si leva l′ancora
Basutelle, La vita va
È un’Italia da due medaglie d’oro
Se le liste di ingresso fossero una scienza esatta, l’Italia del nuoto tornerebbe da Singapore con due medaglie d’oro, tre medaglie di bronzo, un paio di quarti-posti e tredici finali. Se le liste d’ingresso ai Mondiali fossero scienza esatta, nei prossimi otto giorni avremmo Thomas Ceccon campione nei 100 dorso e Benedetta Pilato prima nei 50 rana, con Nicolò Martinenghi terzo nei 100 rana, Simone Cerasuolo nei 50 e la staffetta maschile nella 4×100 stile libero. Martinenghi vale il quarto posto nei 50 e Simona Quadarella negli 800 stile. Hanno il quinto crono d’ingresso Alberto Razzetti nei 400 misti e la 4×100 stile libero mista, il sesto ancora Quadarella nei 1.500, la novità Sara Curtis nei 100 stile e Anita Bottazzo nei 50 rana – lo stile dove il nuoto azzurro eccelle. Aspettiamo una finale da Bottazzo anche nei 1oo, da Razzetti nei 100 farfalla, da De Tullio negli 800 e De Plano nei 50 stile. Aver perso Gregorio Paltrinieri per un dito fratturato priva la spedizione di un potenziale argento nei 1.500 e di almeno una finale negli 800.
Due ori eguaglierebbero i primi-posti di Doha 2024, uno in più di Fukuoka 2023, ma molti di meno rispetto a Budapest 2022 [cinque] e Gwangju 2019 [quattro], uno meno di Budapest 2017 [tre].
Ma le entry list sono fatte per essere riscritte, soprattutto in questa edizione, il quarto Mondiale nel giro di quattro anni, un calendario scombiccherato dal covid e mai più riaggiustato. Swim Swam ammette che “non sappiamo esattamente cosa aspettarci. I calendari compressi, i ritiri annunciati e le nuove ambizioni renderanno ogni finale un’incognita. Ma è proprio questo il bello dei Mondiali: si arriva senza certezze e si esce con storie da ricordare”.
Le batterie di stanotte
4.02 | Batterie 200 metri misti femminili con Sara Franceschi e Anita Gastaldi. Summer McIntosh si presenta subito ai Mondiali. Sarà in acqua alle 4.15 in quarta batteria, di fianco all’israeliana Anastasia Gorbenko, un jolly da podio nel gioco dei pronostici di Corsia 4. La rivale più vicina alla canadese, ma staccata di circa 2 secondi, è Alex Walsh, “in cerca di rivalsa dopo la squalifica olimpica”. Summer ha nuotato il primo crono sotto i 2:06 nella storia [2:05.70 ai Trials canadesi], con un dorso da 30.80. L’unica incognita è la vicinanza con la finale dei 400 stile, in programma il primo giorno a mezz’ora di distanza dalle semifinali dei 200 misti.
Il nuovo dominio spagnolo nel nuoto artistico
Oh, la Spagna nel frattempo sta celebrando il proprio nuoto artistico e l’eccellenza raggiunta, “un punto dove non era mai arrivata” si legge su El Pais per le nove medaglie complessive conquistate, le sei di Iris Tió, tre delle quali d’oro, e per la prima medaglia di Dennis González, l’uomo che nel paese ha rotto una barriera come da noi è accaduto con Minisini. “Un’avanguardia rivoluzionaria” ha scritto Diego Torres raccontando la storia del giorno in cui “la timida, riservata e unica Iris Tió incontrò Andrea Fuentes, una punk, dando il via a una fusione di atomi”.
| gesti L’ultimo pallone toccato da Perrone
L’altra grande figura del mondiale di Spagna è Felipe Perrone, la leggenda della pallanuoto spagnola che ha potuto dare il suo addio dopo una medaglia d’oro, 15-13 contro l’Ungheria in finale e le lacrime più o meno di tutti. A circa un minuto dalla fine la palla è arrivata a Perrone, e “Perrone sapeva che qualsiasi palla avesse afferrato da quel momento in avanti poteva essere l’ultima”.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Francia il ricordo dei Giochi di Parigi un anno dopo – In Inghilterra e in Spagna l’attesa per la finale degli Europei femminili di calcio – In Italia il calciomercato
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I temi del giorno
L’Inter si raduna e il Corriere della sera prega: “Salvate il soldato Pio”. Pio sta per Pio Esposito, che reclama spazio dopo quest’estate e che nove-su-dieci non lo troverà. L’ultimo numero 9 che i nerazzurri si sono costruiti in casa è stato Mario Balotelli, ricorda Paolo Tomaselli. “Il centravanti giovane e italiano in una delle nostre grandi è una specie ormai estinta. Esposito potrebbe essere l’eccezione”. In verità rischia di essere più titolare Lucca a Napoli che Esposito a Milano.
A proposito di Milano, oggi Allegri porta i suoi a Hong Kong in amichevole con il Liverpool, mentre Repubblica scrive che il club prepara un rilancio da 18 milioni per Vlahovic e il Napoli ci riprova per Ndoye.
Il Como che sta costruendo Mirwan Suwarso
➣ State cercando di portare un nuovo punto di vista al calcio italiano?
«Il primo a farlo è stato De Laurentiis con il Napoli. Non abbiamo una città così grande, quindi dobbiamo cercare una strada diversa. Qui il brand è il lago di Como e ci concentriamo su quello. Bisogna seguire i modelli di business di Napoli, Atalanta e Bologna. Il Cagliari sta iniziando a farlo».
➣ Qualcuno dice: “facile vincere con i soldi”…
«Stiamo costruendo una squadra e un business per il futuro. Ogni buon progetto necessita di investimenti. Non è una questione di vincere o perdere, non stiamo giocando al Fantacalcio».
➣ Il Como ha un’infinità di tifosi speciali: sugli spalti si sono alternati Keira Knightley, Michael Fassbender, Adrien Brody, Hugh Grant… Una passerella di Hollywood.
«Quando eravamo in Serie B non veniva nessuno. Non siamo noi a invitarli, loro vengono a Como in vacanza e ci chiedono di vedere le partite. Abbiamo creato il nostro torneo estivo per attrarre qui persone. Non possiamo andare negli Stati Uniti perché verremmo surclassati dalle altre realtà. La nostra superstar è il lago di Como».
➣ Il suo sogno per il Como?
«Rendere gratuiti la curva e poi magari i distinti, perché il calcio appartiene alla gente». – intervista di thomas usan, La Stampa
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Dai campi
Pogacar quest’anno si è annoiato. E anche noi
All’improvviso tutto il ciclismo dell’El Dorado pare sfiorito, tutti i fuochi d’artificio che ci siamo raccontati in questi due anni, tutte le fughe a ottanta-novanta-cento km dal traguardo sembrano più piccine e senza fremiti. Non è stato un Tour indimenticabile – diciamo così – e quando manca un giorno all’arrivo di Parigi stamattina viene da chiedersi se sia per colpa di Pogacar, di Vingegaard o di tutt’e due. Il Tour poteva restare tramortito sotto il cannibalismo annunciato dello sloveno o sotto l’inadeguatezza del danese al duello, quel che non poteva permettersi di vivere era una cosa a metà, il Pogacar di ieri per esempio, apparso “più annoiato che contento. Come puoi entusiasmarti per il Tour se la Maglia Gialla ti sembra annoiata?”.
Lo ha scritto stamattina l’immaginifico Alexandre Roos su L’Èquipe, cioè il giornale di proprietà del gruppo che il Tour lo organizza. Non è la prima volta che Roos si sottrae alle sviolinate, capitano degli ingenui e delle Alici nei paesi delle meraviglie, capofila del partito di chi ancora immagina il giornalismo sportivo estraneo agli interessi economici dell’azienda a cui appartiene. L’immaginifico e onesto Roos non fa il banditore sulla pubblica piazza e alla fine di una giornata dal tempo cupo, con “la pioggia che batteva forte sui tetti metallici di La Plagne, il freddo che attanagliava questi corpi esili già seccati da tre settimane di sforzi”, si domanda come ci si possa entusiasmare per una corsa del genere, una corsa in cui “il broncio della maglia gialla, le sue lamentele, il suo malumore hanno offuscato e sconvolto l’atmosfera del Tour; come possiamo entusiasmarci se la Maglia Gialla stessa dà l’impressione di vivere un’esperienza dolorosa?”.
Forse – azzarda Roos – è il format della corsa a tappe di tre settimane che mal s’adatta alla natura di Pogacar, costretto a correre con il freno a mano tirato in alcuni giorni, contro il suo istinto, soprattutto in un’edizione nella quale ha perso presto il suo più fedele compagno di scalate in montagna. È lo stesso malessere espresso da Mathieu Van der Poel, e questa somiglianza – dice – Roos – “ci convince ancora di più che l’olandese è il suo sosia, colui che si avvicina di più al ghiottone sloveno, il suo alter ego, il suo fratello d’armi, sono due corridori da classiche, con la stessa filosofia, un pettorale una vittoria, mentre Jonas Vingegaard è il cugino alla lontana che troviamo in vacanza a luglio e che ci piace prendere a schiaffi”.
Ecco. Forse il Tour è stato noioso, ma le analisi di Roos non lo sono mai. Alle soglie di un bilancio finale, l’inviato de L’Equipe dice che alla base della malinconia di Pogácar c’è il suo livello di follia, “un ragazzo troppo dotato che in classe non si diverte” con una metafora scolastica. Eppure, anche dentro questa cornice, qualcosa del quadro di ieri non torna. “Sebbene fosse necessario correre in economia in certi giorni – ha scritto Roos – non capiamo perché la Maglia Gialla non si sia concessa un piccolo regalo a La Plagne, ancora una nocciolina nell’ultimo giorno di montagna, e non ci raccontiamo che avesse paura di essere attaccato”.
Lo stesso Vingegaard non ha fatto nulla per vincere. Si è incollato alla ruota posteriore del rivale e va bene così. Arensman è parso per la seconda volta in salita “un grande uomo di fronte ai giganti” dice il giornale francese altrove, certamente un uomo fresco di fronte a un leader stanco e affaticato.
Oggi partono le donne. Guadagnano 10 volte di meno
Il primo francese che vince il Tour de France quarant’anni dopo Bernard Hinault potrebbe essere una francese. Così dice la direttrice Marion Rousse e sta pensando a Pauline Ferrand-Prévot, la ciclista che ha vinto in primavera la Parigi-Roubaix tornando alle corse su strada a distanza di qualche anno, dopo essersi dedicata anima e gambe alla mountain bike [oro olimpico] e al ciclocross [campionessa del mondo]. In realtà tra lei e Hinault ci sono state Jeannie Longo e Catherine Marsal, ma la contabilità ufficiale oggi tende a cancellare i km percorsi e la fatica, le montagne scalate e le braccia alzate perché il Tour ha una nuova vita dal 2022 sotto l’ombrello di ASO, la stessa organizzazione degli uomini, e tutto quel che è stato prima pare abusivo.
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La Macchina del tempo
Le ciel bleu sur nous peut s’effondrer
Succedeva un anno fa, parbleu. È già passato un anno da quando Céline Dion saliva sulla Tour Eiffel e tornava a cantare dopo quattro d’assenza l’inno di Édith Piaf per Marcel Cerdan, dicendo che je me fous du monde entier e che non gliene fregava proprio niente dei problemi, quella sera non importava niente di niente a nessuno. Quando attaccò con Le ciel bleu sur nous peut s’effondrer, alla terra che peut bien s’écrouler stavamo già piangendo, perché pareva davvero possibile che la terra fosse sul punto di collassare: ma dopo averci cullato sul Titanic, Céline Dion era la migliore compagnia per attraversare qualunque tempesta su qualunque zattera alle 23.15 di un venerdì di fine luglio.
Il braciere olimpico era stato appena illuminato da Marie-José Pérec e Teddy Riner quando la signora canadese della canzone apparve sul tetto del ristorante al primo piano, “spettrale nel suo abito bianco a collo alto ricamato di perle scintillanti, sotto gli anelli olimpici, anch’essi illuminati di bianco per l’occasione” ricorda L’Équipe in un pezzo stamattina.
Quando Scott Price si mise al piano, il diluvio che aveva tormentato Parigi e la cerimonia si placò, “come se gli elementi naturali avessero deciso di unirsi a noi per questo maestoso finale, l’aria di un piccolo miracolo”.
L’idea era stata di Thomas Jolly, il direttore artistico delle cerimonie di Parigi, o forse bisognerebbe usare già il passato remoto, bisognerebbe cominciare a dire fu. Se i libri di storia sulla nostra attualità si dovessero scrivere stamattina, potremmo dire che quella cerimonia fu l’ultimo atto pubblico in cui si poté gridare a voce alta la pretesa di una società di eguali, prima che finanche l’America diventasse irriconoscibile autorizzando i primi, i secondi, i terzi e giù giù lungo la scala anche i penultimi della terra a mettere di nuovo gli ultimi sotto il proprio tacco e le proprie suole. Jolly avrebbe scoperto nel tempo che la stessa Edith Piaf aveva già cantato al primo piano della Torre Eiffel, il 25 settembre del 1962, in un evento organizzato dalla 20th Century Fox per l’anteprima del film Il giorno più lungo. Ma quella sera lo ignorava, fu una citazione involontaria, voleva solo invitare coloro che si amano a stare vicini, uniti, insieme.
Il giornale francese stamattina ricostruisce i retroscena di quella meravigliosa esibizione, da come Price dispose un nuovo arrangiamento che fosse rispettoso sia di Piaf sia di Dion, fino alla vigilia della cantante, il soggiorno al Royal Monceau, la prova degli abiti da Dior, il pizza party, il sopralluogo del giorno prima e la prova generale alle 2 del mattino. Dinanzi alle previsione meteo, il manager della cantante chiese di farla esibire al Trocadéro anziché lassù. Artisti e sportivi sono circondati da persone più realiste dei re e delle regine. Dion disse che non se parlava, je me fous du monde entier figuriamoci della pioggia, figuriamoci del cielo blu o non blu.
Il maestro delle cerimonie Thierry Reboul racconta che quella sera, mentre eravamo incantati dalla cerimonia con cui Jolly dava scandalo tra i puristi e i benpensanti smascherati, al quarantesimo minuto dell’esibizione qualcuno nell’auricolare gli disse che era necessario un intervento medico sulla Torre Eiffel. Panico. Perché sulla Torre Eiffel c’era solo Céline Dion con Price. «Cerco di non far vedere niente, ma sono devastato. Una catastrofe assoluta. Probabilmente sonio passati due minuti prima che mi dicessero falso allarme, ma quei due minuti sono durati vent’anni».
Dopo le Olimpiadi, Céline Dion si è esibita in pubblico solo un’altra volta, nel novembre 2024, in chiusura dello spettacolo dello stilista libanese Elie Saab in Arabia Saudita. Il suo ritorno rimane incerto. Price dice che non è chiaro se mai riuscirà di nuovo a tenere un concerto intero. Céline Dion cantò chiedendo di non essere pagata, e no: non era in play-back.
“Una domanda – dice L’Èquipe – rimane oggi da porsi: la cerimonia sarebbe stata così unanimemente acclamata senza questo gran finale?”. Tony Estanguet, il gran capo del comitato organizzatore, aveva presentato la sua creatura con una frase che bisognerebbe tatuarsi sulla pelle e cominciare a viverla, minuto dopo minuto, passo dopo passo. «Non ne posso più di tutto questo pessimismo».
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Grazie Parigi, capace di trasgredire come a noi non accade più
Quando Céline Dion ha finito, quando ha soffiato l’ultima nota dell’Hymne A L’Amour di Edith Piaf davanti a una mongolfiera che si era sollevata portando il sacro fuoco di Olimpia nel cielo sopra la Senna, quando ha sfiorato la perfezione dopo due anni di silenzi e di concerti cancellati per la sua condizione neurologica incurabile che le causa spasmi muscolari, anche alle corde vocali – ecco, quando sotto il temporale ha soffiato l’ultima nota del pezzo per il suo amore pugile perduto, allora è arrivato il momento dei singhiozzi, pensando a chi ha amato la Francia e non ha potuto vederla in una notte così.
Parigi, quanto sei bella quando ti prendi in giro da sola, quando metti in scena un fisarmonicista sul Pont d’Austerlitz e una donna che balla con un vestito fatto di croissant, quando una dozzina di Marie Antoinette senza testa ballano alle finestre de La Conciergerie, dove l’ultima regina del paese è stata imprigionata prima di andare incontro alla ghigliottina. Quanto sei bella quando lasci intravedere la simbologia dietro la scelta di una mongolfiera, forse per ridere di voi e di noi, di noi che vi pensiamo come dei palloni gonfiati.
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