Come Bruguera ha cambiato il tennis spagnolo
Storia del campione che fu nel suo paese la radice del primo n° 1 (Moya), della prima Davis e di Rafa Nadal. Compie 50 anni
Non si può sparare con un cannone stando su una canoa
Nick Bollettieri
La mattina del 12 settembre 1988 sembra un lunedì storico perché dopo 7 anni smettono di alternarsi al numero uno del tennis mondiale i due americani di nascita Connors e McEnroe con l’americano acquisito Ivan Lendl. Sta tornando in testa alla classifica uno svedese come Borg, si chiama Mats Wilander e presto arriverà in cima Stefan Edberg. Sapremo solo col tempo che di storico in realtà sta succedendo molto altro, su un campo di terra rossa a Barcellona, dove un argentino numero 73, Horacio De La Peña, sta iniziando al tennis degli adulti e del circuito maggiore un 17enne locale, senza poter immaginare che quel ragazzino seicentesimo e passa al mondo cambierà la strada al tennis spagnolo.
Sergi Bruguera, così si chiama, raccoglie solo 7 game in quel match di primo turno, ma è arrivato per tracciare una strada, per essere il primo spagnolo a vincere uno Slam un ventennio dopo Gimeno e Orantes, e per far nascere una scuola, uno stile, una tendenza. Una scia di puntini da unire e che conduce fino al primo giocatore del paese capace di arrivare al numero 1, Carlos Moya per due settimane nel 1999, fino alla prima Coppa Davis del 2000 e fino a Rafa Nadal. Se tutto questo è successo, la Spagna lo deve a Bruguera.
Bisognerebbe meglio dire: ai Bruguera. Lo deve a Sergi che ci mette il braccio, mette un dritto anomalo che tormenta le anche, mette il rovescio a due mani e una straordinaria attitudine al passante. Lo deve a suo padre Lluís che aggiunge di suo la testa, le idee, la teoria, mette in piedi una struttura di pensiero con la quale si impone come l’architetto di una cattedrale laica, el Sagrado Tenis Español, che di incompiuto non avrà nulla.
Lluís Bruguera è stato un giocatore normalissimo, a livelli più bassi che medi, con la partecipazione a 10 tornei nell’età Open e una sola vittoria, sempre a Barcellona, nel 1971 contro l’australiano Phil Dent. Ha giocato una volta le qualificazioni per il Roland Garros (1972) e non ha passato il secondo turno. Con una laurea in Economia, quando il suo bimbo non ha ancora finito le scuole elementari, è stato nominato per pochi mesi capitano non giocatore della Nazionale in Coppa Davis e più tardi direttore tecnico della federazione. Ha aperto una Academy sua in Catalogna, in discreta rivalità con Pato Álvarez. È là che ragiona sui meccanismi di questo gioco folle e meraviglioso. È là che suo figlio ne diventa l’applicazione in campo.
La scuola tecnica francese propende per una didattica basata sulla divisione del campo in 16 aree, dette zone di bersaglio. A questo approccio che insegna il tennis puntando a delimitare le infinite possibilità di gioco, Bruguera contrappone la convinzione che nell’allievo tutto ciò si traduca in ansia e confusione. Il maestro catalano è invece giunto alla formulazione di un proprio metodo attraverso l’analisi statistica delle partite, realizzando che la percentuale maggiore di punti vinti è data dagli errori dell’avversario.
➔ Vince chi sbaglia meno.
La migliore esposizione del Metodo Bruguera è stata data da Gianluca Carbone in un articolo scritto 11 anni fa per Il Tennis Italiano e ripreso nel volume Il gioco della consapevolezza.
“L’obiettivo dell’allenamento – leggiamo – è stereotipare delle azioni di gioco, rendendo automatici dei colpi in zone limitate del campo che permettono una difesa (nel caso in cui ci trovi di fronte a un avversario con un gioco più veloce) e la costruzione di colpi che giocati in massima sicurezza provocano il suo errore. Il tutto in una condizione di attivazione psicologica con il minimo dispendio di energie e tensione nervosa”.
Il primo esercizio proposto fino ai 13-14 prevede il passaggio con la mano al giovane allievo, in modo che la palla gli rimbalzi davanti senza che sia necessaria una lettura della traiettoria, della velocità, della rotazione. È un lavoro finalizzato all’accelerazione del moto della racchetta fino a renderlo automatico, con la conseguente crescita dell’autostima. La seconda fase del Metodo Bruguera prevede lo stesso schema in palleggio con il coach disposto al centro del campo, a un metro circa dalla linea di battuta. Chiederà allo studen-tennis che miri al suo petto, facendogli giocare traiettorie sempre abbondanti sulla rete. “Il giocatore – ha spiegato Carbone nel suo articolo per Il Tennis Italiano – deve diventare consapevole di quello che fa. Il gioco è troppo veloce per poter pensare, guardare l’avversario, decidere dove tirare, calcolare le zone e i movimenti da fare. Come potrei rispondere a una battuta che viaggia a 220 km orari se non sfruttassi la percezione di me stesso e l’intelligenza intuitiva?”. Dove per intelligenza intuitiva, aggiungerà Carbone, si fa riferimento ai concetti di quel proverbio cinese che dice: Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.
Bruguera padre insegna a Bruguera figlio che la tattica di gioco vincente è far giocare l’avversario in modo da trovarsi nelle situazioni di gioco predilette. La tattica deve essere di difesa aggressiva se l’altro ha un ritmo più alto, oppure deve consistere nell’attacco da fondocampo per non farsi attaccare. L’idea che regge tutta l’impalcatura è: giocare dove mi sono allenato a non sbagliare. La sua declinazione già più raffinata è: giocare sul rovescio dell’avversario, alto in top-spin, mezzo metro prima della riga di fondo. Dove cioè le statistiche hanno spiegato a Bruguera padre che esiste solo il 20% delle scelte possibili da restituire sul diritto dell’avversario.
“La massima efficacia del lavoro con l’allievo – analizza Carbone – si ottiene secondo Bruguera introducendo meno concetti possibili, non obbligandolo a pensare troppo, ma facendogli apprendere tutto attraverso le emozioni”. Solo quando il numero di errori sarà diventato considerevolmente basso, l’ultima fase dell’addestramento e della costruzione di un campione prevederà la variazione dei colpi e il loro avvicinamento alle righe. Quando Bruguera mette a punto le sue Tavole della Legge, si convince che a quel modo un qualsiasi giocatore di medio livello può arrivare tra i primi 50 al mondo, a patto di raggiungere “intelligenza intuitiva, preparazione fisica, equilibrio psicologico e una buona dose tecnico-tattica”.
Un padre e un figlio | «La comparsa di un giocatore di alto livello trascina gli altri. In Spagna Sergi ha condizionato tutto il resto. Il suo era un gioco basato sul peso della palla, l’accelerazione del braccio e il movimento dei piedi. Non è un rapporto facile, un padre-allenatore e il figlio. Tutti devono sapere stare al loro posto. Sono stato io a dover imparare e adattarmi alle diverse situazioni, anche con l’aiuto di uno psicologo. I ragazzi attraversano età piuttosto difficili in cui c’è un’opposizione alla figura paterna e Sergi, come ogni adolescente, lo ha fatto, ma credo che alla fine siamo andati abbastanza d’accordo».
Lluís Bruguera
Un attimo prima dell’esplosione definitiva di Sergi Bruguera, con il titolo al Roland Garros 1993 seguito dal bis dell’anno dopo, la Nazionale italiana di Coppa Davis con Caratti, Camporese e Nargiso batte per 4-1 la Spagna di Emilio Sánchez e del doppista Sergio Casal. Da quel maggio in avanti sono arrivati 25 titoli di Slam con 5 giocatori differenti (20 sono di Nadal), un Masters (Corretja), sei volte la Coppa Davis, sei giocatori differenti tra i primi cinque al mondo a fine anno, 176 tornei vinti sulla amata terra rossa escludendo quelli di Nadal e 36 giocatori diversi arrivati almeno una volta in finale.
Il primo titolo a Parigi arriva da testa di serie numero 10, eliminando l’idolo di casa Leconte, l’altro francese Champion, lo svedese Larsson, il brasiliano Meligeni, il numero 1 Sampras ai quarti, l’ucraino Medvedev in semifinale, e battendo al quinto set in finale il numero 2 Courier, peraltro allenato da uno spagnolo, Higueras.
Roberto Perrone sul Corriere della sera scrisse: “Sergi Bruguera è un ragazzo prodigio, ma molte differenze ci sono tra lui e Martina Hingis. A Martina hanno dato un nome che è un programma quando è nata e una racchetta in mano a 2 anni; a Sergi la racchetta non gliela volevano dare. Luis teneva diffidenza e avrebbe preferito il basket o il calcio. È stato Sergi a tirare i pantaloncini di suo padre ai bordi del campo dove il genitore lo relegava mentre istruiva altri giocatori. Aveva cominciato con una vita raminga tra le pizzerie del Cairo per seguire alcuni terraioli spagnoli come Arrese, Luna e Aguilera. Sergi è catalano e dietro quella sua aria da studentello timido si nasconde un’anima testarda. Se all’inizio i rapporti con suo padre titubante non sono stati buoni, dopo è stato anche peggio. Accusavano Sergi di essere flojo, di non aver forza fisica. La sua carriera è una grande smentita”.
L’Unità lo chiamò peone e Daniele Azzolini scrisse: “Bruguera è uno strano tipo di punching-ball, di quelli che se non li prendi bene rimbalzano velocissimi e ti si stampano sul muso. E fanno male. Sergi, nonostante i 22 anni, è uno di quei ragazzi che viaggiano sotto scorta paterna, nel senso che hanno avuto in sorte un padre tifoso del proprio figlio al punto da trasformarsi in coach, in ciambellano e in mamma. Un genitore che, oltre a fare un’ottima paella se la cava bene anche con le strategie tennistiche”.
Sono cambiate le racchette, soprattutto quelle. Quando io ho battuto Proisy erano di legno. I colpi non sono cambiati, ma la palla non andava così forte. Con le racchette attuali, un buon dritto è già metà partita. E se non ci credi, chiedilo a Bruguera
Andrés Gimeno a El País
Si ripete l’anno dopo, da testa di serie numero 6, eliminando il ceko Damm, il norvegese Ruud, l’haitiano Agenor, l’australiano Rafter, di nuovo l’ucraino Medvedev nei quarti, di nuovo Courier ma in semifinale e in finale il basco Berasategui, nella prima finale di Slam tutta spagnola della storia. Soprattutto: interamente arrotina. Un termine usato in termine dispregiativo, sebbene Bruguera disponesse poi di colpi di qualità come il rovescio lungo-linea.
Gianni Clerici su Repubblica se ne attribuì il conio, scrivendo che era “addirittura finito in una laurea parasportiva”. Raccontò che “la nuova accezione di quell’umile attività di affila lame mi era uscita dai tasti in un lontano giugno del 1994, nell’assistere ai ribaditi, asfissianti palleggi tra Bruguera e Berasategui, una di quelle partite che invitano ad abbandonare il nostro gioco, e delle quali si dovrà certo dar conto nella valle di Giosafat. Il termine Arrotino, in realtà, non riproduceva il gesto di chi manovra in tondo la maniglia collegata alla pietra abrasiva, ma tentava di suggerire al lettore l’immagine gestuale di quegli atroci colpi superliftati, di quelle asfissianti traiettorie paraboliche, dell’involuzione che stava trasformando il più bel gioco del mondo in una catastrofe per pallettari iberici. Il termine venne tradotto anche in Francia, ma svanì rapidamente, anche per la severità di una nobile istituzione quale l’Accademie Francaise, che difende strenuamente la purezza della lingua, contro ogni sporco tentativo di infiltrazione lessicale”.
Nel libro-intervista a Rino Tommasi dal titolo Quando c’era il tennis, ebook del Corriere della sera, Adriano Aiello ha scritto: “Quello che non ho superato indenne è stata la dittatura della noia dell’era Sergi Bruguera, le sue due vittorie, specie quella contro l’inguardabile Berasategui (l’uomo che colpiva il dritto con l’impugnatura del rovescio): un incontro così orripilante da spingere anche un malato di tennis a mollare per qualche anno”.
Alla discriminata schiatta degli arrotini serviva incontrare la creatività, le linee strette e mancine di Nadal, per trasformare un tennis robotico e deprecato in una gemmazione micidiale. Quando qualche anno fa Nadal annunciò il cambio di racchetta per ottenere più rotazioni dalle sue traiettorie, Ilvio Vidovich si chiese su Ubitennis chi tra lui e Bruguera fosse più arrotino (l’intervento completo è qui).
Scrisse: “Le palline di Bruguera arrivavano mediamente a 3.300 rpm (revolutions per minute – giri/min) ed è indubbiamente curioso come il prototipo della scuola spagnola e colui ne rappresenta la massima evoluzione siano legati – a distanza di più di vent’anni – da questa particolare analogia nell’esecuzione del diritto arrotato, colpo “simbolo” della scuola spagnola. Da evidenziare che le rotazioni impresse da Bruguera non raggiungevano i picchi di Nadal: la massima rotazione raggiunta da una pallina colpita da Nadal è stata di 4.900 rpm, l’attuale coach di Richard Gasquet è arrivato a 3.750 rpm. Ma in considerazione del fatto che la tecnologia costruttiva delle racchette (e delle corde: si pensi ai cambiamenti portati a livello agonistico dall’arrivo del monofilamento Luxillon alla fine degli anni ’90) si è notevolmente evoluta nei ventidue anni che intercorrono dalla prima vittoria di Bruguera a Parigi (6-3 al quinto contro il campione in carica Jim Courier) all’esordio di Nadal a Montecarlo con la nuova racchetta, alcuni esperti sostengono che con le racchette (e le corde) di oggi Bruguera riuscirebbe ad imprimere alla pallina rotazioni superiori a quelle di Rafa”.
Nel suo libro Nadal l’extraterrestre, Vincenzo Martucci definisce Bruguera un frullatore.
Manel Serras su El País scrisse all’epoca che “nemmeno ai tempi leggendari di Manuel Santana, Manuel Orantes e Andrés Gimeno c’erano stati momenti di tale euforia. Quello che sta succedendo non era mai successo. Per essere un paese che non ha mai superato i 100 mila tesserati, si tratta di un fenomeno agghiacciante”.
Sono anni nei quali Bruguera fa nel tennis quel che Indurain fa nel ciclismo, primo spagnolo della storia a vincere il Giro (e Sergi cerca un televisore al Roland Garros per guardare le tappe), primo a vincere il Tour un ventennio dopo Ocaña – oppure quel che fa il Barcellona di Cruyff nel calcio, portandolo alla prima Coppa dei Campioni della sua storia.
Gioca in quella squadra che sta reinventando il calcio Miguel Ángel Nadal, difensore, fratello di un ristoratore, Sebastian, il cui bambino di 6-7 anni sta andando a picchiare per ore una pallina dietro l’altra al Tennis Club di Manacor, giocando a diventare un giorno come Bruguera.
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A cura di Angelo Carotenuto.
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