Il monologo di Pogacar
Tadej Pogacar non sa più quante maglie mettere. Eppure Anto’, fa caldo. Toglie la maglia arcobaleno e mette quella gialla. Toglie quella gialla e mette quella a pois. Se Jonathan Milan non sta attento, finisce che lo sloveno gli sfila pure quella verde. Nella cronoscalata di Peyragudes ha dato un altro mezzo minutino a Jonas Vingegaard e adesso il margine di vantaggio in classifica super i 4 minuti. Quando Alfredo Binda andava molto più forte degli avversari, al Giro d’Italia non lo invitavano, altrimenti era già tutto previsto. Ora che Tadej Pogacar fa l’Alfredo Bianda, la giuria del Tour de France ha ritoccato la norma sul tempo massimo d’arrivo, portandolo al 40% in più. Se fosse rimasto al 33% ieri sei corridori sarebbero usciti di classifica e tornati a casa, tra loro Biniam Girmay e Tim Merlier: non sono due scappati di casa.
Remco Evenepoel è affondato pure nell’esercizio a lui più congeniale, non c’è più niente da fare. L’immaginifico Alexandre Roos scrive su l’Équipe che a questo punto “non c’è differenza tra una tappa su strada o una cronometro, Tadej Pogačar è ugualmente solo al mondo, visivamente e in classifica, una palla di fuoco che brucia le ali di chi cerca di volargli troppo vicino”.
Lo sloveno ha scelto una bici tradizionale per ridurre all’essenziale il peso e limare il carico fino all’ultimo grammo: la vernice era scrostata, niente borraccia né portaborraccia, nemmeno il nastro sul manubrio. “Una figura eterea, leggera, anche quando ha attaccato l’ultima rampa verticale di Peyragudes, ondeggiando le spalle con un ritmo frenetico, ma ancora allineato e fresco. Anche nella prima parte pianeggiante del percorso – spiega Roos – dove si è dimostrato ultra-aggressivo in curva, è andato più veloce del suo rivale. Il danese ha optato per la sua bici da cronometro, con le estensioni, il suo casco aerodinamico, una protuberanza dall’estetica discutibile. Ma era il suo volto a far paura, carnagione livida, lineamenti cadaverici, occhi da zombie, segno che il leader della Visma stava scavando a fondo dentro di sé per cercare di reagire dopo la debacle del giorno prima, per provare ad avvicinarsi all’orbita della Maglia Gialla”.
Ecco perché è così soddisfatto di aver perso solo mezzo minuto, mentre Florian Lipowitz si candida per un posto sul podio. Oggi ultima tappa del trittico pirenaico, i velocisti dovranno faticare su Tourmalet, Aspin, Peyresourde e Superbagnères, il traguardo dove il Tour de France non arriva dal 1989, quando fu primo Robert Millar.
▛ KM 89 Tourmalet
19 km al 7,4% di pendenza. A Sainte Marie de Campan c’è tuttora una targa che ricorda quanto accadde nel 1913, leader della corsa prima che fosse inventata la maglia gialla. Il primo in classifica indossava all’epoca un bracciale verde. Christophe rompe la forcella sul Tourmalet, si fa 14 km a piedi, entra nella bottega di un fabbro – lo era pure lui – e in quattro ore se ne costruisce un’altra. Al fabbro il regolamento vietava di intervenire. C’è un ispettore che vigila e a un certo punto chiede: «Posso andare a mangiare un boccone?». Christophe si irrigidisce: «No, il carceriere resta col carcerato» gli dice. «Se vuole, lì c’è del carbone». A quei tempi la strada era una mulattiera pensata perché fosse percossa da zoccoli, non segnata dalle ruote. Luigi Lucotti nel 1921 scende dal Tourmalet e dice che non avrebbe mai più corso in vita sua. Henri Desgrange lo descrive “bianco come Pierrot” perché “il suo volto era cadaverico”.
▛ KM 119 Aspin
5 km al 7.6%. “Sull’Aspin si racconta di un’aggressione a Bartali di alcuni tifosi francesi, ma non mi fido, voi italiani – parola di Jacques Sedenteur – siete chauvinisti senza aver avuto mai Chauvin. Narrate ancora la leggenda di una Citroen nera che avrebbe cercato di spronarlo e buttarlo in un burrone di una discesa che nessuno, neanche Bartali, ha mai saputo individuare. Ma è vero che le strade erano sterrate e rapaci, dinamitarde, minacciose”.
▛ KM 150 Peyresourde
7,1 km a 7,8%. Alfonso Gatto aveva definito il Peyresourde una montagna rattoppata di verde. Salvador Dalì trovava che qui ci fosse il centro del mondo, per l’esattezza nella stazione ferroviaria di Perpignan.