Dove sono finiti gli svedesi nel tennis

    

Il viaggio da Borg al nulla

In semifinale sulla terra di Bastad ci sono un olandese e due argentini e mezzo [il mezzo è l’italiano Darderi]. Il più classico dei tornei di Svezia è finito senza svedesi. Non ce n’erano nemmeno nei quarti e solo uno era riuscito a passare il primo turno per giocare gli ottavi.

L’ultimo tennista di casa che ha vinto a Bastad è lo stesso che per l’ultima volta ha giocato i quarti di finale, Robin Soderling, anno 2011. Jannik Sinner andava alle scuole elementari.

Soderling è pure l’ultimo che abbia messo una bandierina del paese negli albi d’oro del circuito ATP, mentre per un Grande Slam bisogna tornare ancora più indietro – anno 2002 – a quel gennaio in cui Thomas Johannson corse a rete a Melbourne sulla smorzata del russo Safin, aprì il dritto, appoggiò la palla nell’angolo alla sinistra del suo avversario, e poi alzò lo sguardo per vedere dove andava a morire il pallonetto di quello. Oltre la riga. Aveva vinto.

Non si inginocchiò, non lanciò la racchetta, non baciò il cemento di Melbourne. Strinse banalmente i pugni e sorrise. Un gesto normale. Senza farsi sfiorare dalla sensazione che sarebbe rimasto un momento storico. Chissà per quanto. Nel gennaio 2002 la Svezia stava vincendo il suo ultimo Slam e non lo sapeva.

Embed from Getty Images

OGGI

Nella terra di Borg i campioni sono spariti da oltre vent’anni. Non manca solo chi sia capace di rivincere al Roland-Garros o a Wimbledon, manca un titolo in un qualunque altro torneo, manca un giocatori fra i migliori-200 al mondo e ce n’è solo uno fra i primi 450. È come se il Brasile un giorno non avesse più attaccanti. 

L’età dell’oro è stata raccontata qualche anno fa in un libro di Mats Holm e Ulf Roosvald, Game Set Match, la ricostruzione con interviste delle vite di Borg, Edberg e Wilander e la consapevolezza che “lo spirito di emulazione s’è abbassato. Il tennis era per tutti, compravi una racchetta e giocavi: i coach erano ovunque, oggi devi pagarteli. Essere 300 al mondo costa e molti campi sono stati regalati al calcio a cinque”.

Questo era una decina d’anni fa. Adesso il calcio a cinque li ha consegnati al padel.

Il tennis era stato in Svezia uno sport dell’élite fino al luglio ’62, quando la tv trasmise un doppio di Coppa Davis, Lundqvist-Schmidt contro Pietrangeli e Sirola: 9-7 al quinto per loro. La Svezia impazzì. Lo Stato costruì palestre nelle scuole e furono montati muri da palleggio alle spalliere. Finché il signor Rune Borg, un commesso di Södertälje, vinse una racchetta a un torneo di ping pong e la regalò a suo figlio Björn.

Percy Rosberg, il primo maestro oggi ultra-novantenne, una volta ha raccontato di aver insegnato a Borg soprattutto a essere libero, lasciandogli il rovescio a due mani. La federazione a quel tempo radunava i migliori talenti fra i 12 e i 18 anni proprio a Båstad. Stavano insieme, si confrontavano. Dopo – è la tesi di Rosberg – tutto si è perso perché ognuno si è rinchiuso nel suo piccolo club.

Eppure si tratta proprio di uno degli elementi celebrati nell’ascesa del tennis italiano, la delocalizzazione, il decentramento, la fine dell’età di Tirrenia. Vai a capire. Il caso si diverte a spettinarci le spiegazioni.

È cambiata la Svezia, certamente. Nel periodo in cui Borg si manifestava, il partito socialdemocratico era per il 44esimo anno di fila alla guida del Paese. Olof Palme aveva introdotto l’assegno di maternità, gli stipendi crescevano del 30%, Stoccolma scavalcava gli USA nel reddito pro-capite. Insieme all’abolizione dei voti alle elementari, nelle scuole entrava il tennis come un’attività ufficiale. Negli ultimi vent’anni la Svezia ha perso una alla volta tutti i challenger che organizzava, mentre l’Italia ne ha aggiunti uno dietro l’altro.

L’ultima Svezia olimpica è stata d’oro con Sarah Sjostrom nel nuoto, con Armand Duplantis nel salto con l’asta, ma sono eccellenze senza seguito e senza scuola. L’ultima campionessa in piscina con un altro cognome è stata Jeannie Johansson: era il 2015. I servizi micidiali che mancano nel tennis sono arrivati ai Giochi di Parigi dal beach volley, con l’oro di Jonathan Hellvig e David Ahman, probabilmente per emulazione dei norvegesi che avevano vinto a Tokyo tre anni prima.  

Deve esserci un profondo senso di sconforto nel tennis svedese se Bjorn Borg racconta al Times di aver detto tempo fa a suo figlio Leo «forse posso mostrarti un paio di cose» ed essersi sentito rispondere «papà, tu di tennis non capisci niente».

Va bene che si deve uccidere il padre ma ogni tanto basterebbe anche solo ferirlo. E poi le donne: com’è che la Svezia non ne ha mai avuta una? Mistero. 

Embed from Getty Images


Leggi anche  ▬▬▬▬▬▬▬

Che c’entra il figlio di Borg con la penicillina

Dei mille e più modi di essere figli e uccidere il padre, i fratelli Karamazov ebbero esperienza del meno metaforico di tutti. Le cose vanno da sempre così. Metti al mondo un bambino e lo condanni ad avere per sempre a che fare con te. Il pianista e compositore Franz Mozart si logorò tutta la vita nella consapevolezza di non poter raggiungere mai papà Wolfgang, del quale gli avevano pure dato il nome aggiungendolo al suo. Come se non bastasse, lo mandarono a scuola da Salieri. Francesco Bondone, figlio impavido di Giotto, fu pittore. Jacopo Alighieri si diede a commentare la Commedia e il fratello Pietro azzardò rime. Durante la sua drammatica esistenza, Christian Brando provò a scartare di lato e fu taglialegna, pescivendolo, muratore, macellaio, ma non ce la fece, recitò lui pure, per essere almeno un poco Marlon, in piccoli ruoli o da comparsa. Frank Sinatra non ebbe neppure la gioia di un nome tutto suo, fu per il mondo junior, e che poteva fare: duettò in giro per il mondo col papà.

Segue qui

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.