Come bisogna chiamare il Major di golf dei britannici

 

La differenza tra The Open e British Open

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C’è una questione linguistica pure attorno al quarto Major di golf della stagione appena cominciato. È anche il più antico. È il Wimbledon del suo sport. Ufficialmente si chiama The Open Championship ma per molti resta il British Open [così lo chiamano Arnold Palmer e jack Nicklaus] mentre per molti inglesi è The Open è basta. L’unico. 

Lo racconta Sauro Legramandi su Golfando mentre a Royal Portrush – Irlanda del Nord – cominciano a menare colpi sulle palline con le mazze. 

“L’organizzatore della storica gara, l’R&A, non ha mai avuto dubbi: dal 1860 lo ha sempre chiamato The Open Championship. All’epoca non esistevano altri open nel mondo. Poi sono arrivati lo U.S. Open, il South African Open, l’Australian Open e via via molti altri. Praticamente ogni Paese ha il suo. Da qui la necessità, soprattutto negli Stati Uniti, di distinguerlo: è nato così il termine British Open, utilizzato da oltre un secolo anche dall’agenzia di stampa Associated Press. Ma l’R&A non ci sta. Negli ultimi anni ha lanciato una campagna di comunicazione per ribadire che l’unico vero Open è quello originale, giocato per la prima volta a Prestwick, in Scozia. E oggi, più che The Open Championship, lo si sente chiamare semplicemente The Open”.

Chi sbaglia viene accusato di essere un gaffeur. Nel 2021, dopo la vittoria a Royal St. George’s, l‘americano Collin Morikawa pronunciò “un discorso perfetto fino all’ultima frase. Non vedo l’ora di tornare ogni anno al British Open per sentire il vostro tifo, disse. L’R&A invece non disse nulla ma trattenne il fiato”. Adam Scott ha ammesso di aggiungere l’aggettivo British davanti a Open quando parla con gli americani. 

Golfando ricostruisce alcune testimonianze da giornali d’epoca e si domanda: “E se un giorno l’Open si giocasse fuori dal Regno Unito? L’R&A sta valutando seriamente la possibilità di portarlo a Portmarnock, vicino Dublino. Ma l’Irlanda non fa parte del Regno Unito. Chiamarlo British sarebbe un controsenso”. 

Mark Darbon, il nuovo Ceo dell’R&A, ha messo le mani avanti e ha spiegato che la patria del torneo è l’intero arcipelago britannico, non solo il Regno Unito. Si vedrà.

il British open va chiamato The Open

I favoriti

Matteo Dore sulla Gazzetta ha scritto che almeno duecento mila tifosi sognano che Rory McIlroy faccia il bis dell’anno dopo il Masters e il bis della Claret Jug dopo quella che ha vinto nel 2014 al Royal Liverpool. L’ultima volta nella sua Irlanda [sua di McIlroy non di Matteo Dore] rovinò tutto con un drive alla prima buca, chiusa in 8 colpi invece di 4. Vinse un altro irlandese, ma del sud, Shane Lowry. Gli avversari di McIlroy nei pronostici di stamattina sono Scottie Scheffler, numero 1 al mondo [ha vinto il Pga Championship] e il campione in carica Xander Schauffele [“quest’anno non ha grandi risultati, ma le qualità non si discutono e una settimana fa ha dato segnali di risveglio in Scozia”]. Ma all’Open manca un bis consecutivo dal 2012.

Il percorso

Il Royal Portrush è uno dei green più prestigiosi, il suo pedigree risale al 1888. Ma come tappa del circuito è relativamente nuovo. Il campionato più antico è del 1951, un secolo dopo l’inizio del torneo, e per altri 68 anni non ce n’è stato un altro. La rivista Golf ha messo in fila le buche più difficili e in cima a tutte sta la numero 11 [475 yard, par 4], perché non era nel progetto originale di Harry Colt. Fu aggiunta con l’approvazione dell’architetto nell’ambito di alcuni cambiamenti introdotti alla fine degli anni ’30, quando la club house fu trasferita dalla città di Portrush, più di mezzo miglio di distanza, alla sua posizione attuale. L’impatto del vento è notevole, “spesso impetuoso e solitamente sferzante. Sebbene il fairway si allarghi curvando a destra, i problemi si nascondono anche a sinistra sotto forma di dune e rough ostico”. 

In effetti i problemi a sinistra sono alcclarati e diffusi in tutto il mondo. 

“Il green è rialzato – si legge su Golf – con un falso fronte che respinge le palle in una valle – altro motivo per cui l’undicesima buca ha registrato più del doppio dei bogey o peggio, rispetto ai birdie del 2019”. 

La buca numero #14 è stata soprannominata Causeway per via di “un percorso precario da seguire per raggiungere un lungo e stretto green a schiena d’asino. Alla sua destra c’è una depressione simile alla Valle del Peccato. A sinistra lo attende uno dei bunker più profondi della proprietà. Un dilettante potrebbe passare la giornata intera a fare avanti e indietro senza successo”. 

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