Il Tour de France e lo sguardo largo di un suiveur

 

 

   

Il Tour è la corsa più importante perché arriva quando la gente è in vacanza

Eddy Merckx

 

Una vita da suiveur

L’estate non comincia con il solstizio. L’estate comincia con il Tour de France, quando da oltre cent’anni in qualche parte nel mondo c’è qualcuno che mette qualcosa in valigia e parte, parte e va a vedere, va a vedere e racconta, racconta e noi restiamo con la bocca spalancata.

Andare al Tour deve essere come una specie di odissea senza nessuna voglia di Itaca, deve essere come quei romanzi di formazione nei quali l’eroe parte cercando qualcosa e poi prende una strada secondaria, si perde, mai afferra quel che aveva in testa, eppure al traguardo si scopre più ricco, c’era dell’altro che meritava il parcheggio dello sguardo, c’era lo stupore dell’inatteso. 

Andare al Tour de France deve essere come cadere in un precipizio. Così dice Ian Treloar da Escape Collective. Ha attaccato il suo pezzo l’altro giorno scrivendo che siamo sull’orlo di un altro Tour de France. È suggestiva questa ipotesi. I precipizi sogliono esser vicini ai voli troppo alti e repentini. Questo lo dice Tasso. Torquato, non Hinault. È suggestiva perché per tre settimane, spiega Treloar, c’è molto di cui essere entusiasti: la tensione sportiva, i paesaggi, l’eccitazione di evadere dalla routine. 

In mezzo a tutto questo c’è un flusso di hotel da cambiare giorno dopo giorno, e spesso sono alberghi di medio livello – racconta – sono alberghi nei quali il sonno e i pasti saranno di un tipo sempre differente. 

In questo senso – si legge – il ciclista del Tour de France e il suiveur sono due facce della stessa medaglia. Hanno bisogno di dormire. Hanno bisogno di mangiare. Hanno bisogno di un posto dove riposare la testa dopo una giornata passata in bici/a guardare la gente andare in bici/a pensare e scrivere cose. Si può finire a soggiornare in un castello di una bellezza rara oppure con altre due persone in una stanza con una tenda intorno al bagno. Dopo un po’ ogni aroma si confonde, le sigarette dei fumatori accaniti si mescolano a uno stufato di coniglio. 

Questo succede al Tour, dove a un certo punto sei in mezzo a delle coltivazioni di girasoli che sono lunghe un chilometro, passarci di fianco ti impressiona. Quando tutto comincia e comincia l’estate, dal calendario scompare il lunedì, scompaiono pure il martedì e il mercoledì, anzi è come se fosse sempre domenica nelle tappe perché dove arrivi è una festa e per molti di questi paesi il Tour spesso segue strade secondarie. Un po’ per non dar fastidio alle grandi e un po’ per sua vocazione. E quindi attraversi davvero dei paesini che non ci sono neanche sulla carta geografica, per i quali l’unico avvenimento è che ci passa il Tour. Magari ci passa per 5 minuti ed è finito, però loro aspettano tutto l’anno

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E dentro il Tour ci sono sempre molti Tour, non ci trovi solo Ulisse o Wilhelm Meister, il Tour ha la durata per essere una chanson de geste. Dall’inizio alla fine hai gli stessi protagonisti che quasi sempre ricoprono dei ruoli da commedia dell’arte: il bel giovane, il vecchio che non vuol morire, il cattivo, lo sfigato. Se al posto di chanson de geste dici “poema cavalleresco” è ancora più simile.

Dal punto dei girasoli fino alla chanson de geste sono tutte considerazioni di Gianni Mura, sono i suoi pensieri d’una decina d’anni fa quando Rivista Undici gli chiese il senso di scrivere di Tour, di fiori, di formaggi, vini, cimiteri di guerra da attraversare, vecchie canzoni da portarsi dietro. Disse che il Tour è la Francia come la baguette, la voce di Édith Piaf, le Gauloises senza filtro e il pastis. Immaginava che un giorno sarebbe andato al Tour de France a spese sue, scrivendo pezzi per un giornale povero per non sentirsi amputato di una parte del corpo (forse di una parte del cuore)

Da Lille comincia il sesto Tour senza Gianni Mura, ne sono passati quaranta da quando ha vinto l’ultimo francese. Il Tasso. Bernard Hinault, non Torquato. Sette corridori del paese sono saliti sul podio, appena sette, nessuno con il leoncino in mano sul gradino più alto agli Champs-Élysées. Le Monde racconta che questa scarsità di vittorie non sta comunque danneggiando la salute dell’evento. 

Jean Durry è l’autore di un libro che si intitola La Véridique histoire des géants de la route ed è convinto che l’economia della maglia gialla possa fare a meno di un francese che la indossa. È una festa lo stesso. Il Tour de France attira ogni anno tra i 10 e i 15 milioni di spettatori dodici un anno fa, e resta il terzo evento sportivo più seguito in televisione dopo le Olimpiadi e i Mondiali di calcio. Rispetto alle altre due colonne che scandiscono le nostre vite ha il vantaggio di svolgersi ogni anno e ogni anno aggiunge un pezzetto di mondo sulla sua mappa. L’estate scorsa è stata quella di Benjamin Girmay, il primo africano a indossare la maglia verde della classifica a punti. Così i signori della Škoda, gli sponsor della divisa, sono stati felicissimi di sapere che il loro marchio era arrivato fino ad Asmara: Le Monde dice che l’azienda ceka da quando è entrata nel pool dei sostenitori del Tour de France è cresciuta nel fatturato del 4 percento. 

Il Tour ne genera uno compreso tra 150 e i 200 milioni di euro, secondo una stima del 2018 della rivista Challenges. I diritti tv rappresentano il 45% dei ricavi. Per avere l’arrivo di una tappa del Tour servono 200 mila euro perché tutto è vantaggioso al Tour de France e tutti pagano, dice Pierre Lagrue, autore di Le Tour de France: reflet de l’histoire et de la société.

 


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Il Tour di Jacques Sedenteur

Nell’estate del 2020, quando il Tour partì in agosto anziché in luglio per le conseguenze del lockdown in pandemia, Slalom ebbe l’onore di poter ospitare le cronache dal Tour de France di Jacques Sedenteur, leggendario cronista francese di ciclismo da tempo in pensione, felice di poter andare un’ultima volta alla corsa per questo piccolo Frankenstein che non aveva neppure un anno di vita. Partì con la sua autista Geraldine e qui c’è la cronaca di quella che lui chiamò nel suo pezzo di vigilia la mia estate per non morire

Tutto il Tour di Sedenteur


 

Ha messo qualcosa in borsa ed è partito l’immaginifico Alexandre Roos, inviato de L’Équipe per il quale ogni volta è sempre la stessa sensazione, muoversi verso una nuova mattina del Tour de France, verso una palla di fuoco che si alza all’orizzonte e sentir crescere il calore, l’emozione, attratti dal potere magnetico di una stella misteriosa, pronti a lasciarsi trasportare ancora una volta dai suoi incantesimi

Perfino stavolta, perfino oggi che il mostro si mette in cammino dalla magnifica Lille con la certezza che Tadej Pogačar vincerà un quarto Tour de France, anche stavolta scrive Roos siamo ansiosi di immergerci in questo spazio-tempo separato, in questo bozzolo frenetico e ribollente che resiste a molti dei tremori del mondo esterno. Ognuno viene a prendere ciò che vuole dal Tour de France, c’è più di un semplice filo da tirare, più di una sola storia da raccontare.

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Pierre Nora, il grande storico francese morto un mese fa, mise il Tour nei pezzi centrali della memoria del paese insieme a Giovanna d’Arco e al gallo, tutti simboli, sacri o prosaici, di una memoria collettiva

Il Tour de France – dice Roos – ha il potere di attivare in noi una memoria personale, emozioni intime, immagini, suoni, odori, ognuno di noi ha un suo legame con il Tour.  Il Tour è parcheggiare l’auto all’alba ai piedi di un passo, unirsi a una processione silenziosa e monastica per risalire il pendio, cercare il posto migliore per veder passare i corridori e posare a terra la borsa frigo. È il primo panino che si divora con i piedi nella rugiada, le dita annerite dal giornale, ore di attesa condivise con un padre, una madre, un nonno, un cugino, degli amici, senza dirsi niente ma sentendosi vicini. Questo sarà per sempre il Tour de France, il nostro calendario dell’Avvento in piena estate, 21 scatole da aprire, ognuna contenente una sorpresa, un’emozione, un tesoro.

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