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I temi del giorno
Ma solo le calciatrici sono professioniste
7. Le cose dovrebbero stare più o meno così. L’estate scorsa ai Giochi di Parigi per la prima volta nella storia le donne hanno pesato sul medagliere italiano più degli uomini: sette ori contro tre. Tre anni prima a Tokyo erano state 7-2 per gli uomini, e sempre in favore degli uomini 7-1 a Rio 2016, 5-3 a Londra 2012, 8-2 ad Atene 2004. Un margine più ridotto s’era visto a Sydney 2000 [7-6] e c’era scappato un pareggio a Pechino 2008 [4-4]. Ma una quarantina d’anni fa a Seul furono 6-0 e nell’edizione record di Los Angeles 1984 furono 13-1.
Il sorpasso c’era già stato sulla neve a Pyeongchang nel 2018 [3-0] e a Pechino 2022 l’oro non è arrivato da nessuna gara maschile. Ma d’estate certe cose si vedono meglio. Così Parigi aveva provato a metterci sotto gli occhi una clamorosa verità. Lo sport in Italia è diventato più femminile che maschile.
La Nazionale di basket dagli Europei ce l’ha appena ricordato con il suo bronzo. Quella degli uomini è fuori dall’élite da vent’anni. La Nazionale di pallavolo ha vinto quell’Olimpiade che in campo maschile manca ed è considerata una ferita, un’ossessione. La Nazionale femminile di calcio inizia fra un paio di giorni gli Europei e nel vuoto cosmico dei maschi [2018-2002] ai Mondiali è andata due volte con il picco di un quarto di finale sei anni fa. Anche la Nazionale di rugby è più su degli uomini nel ranking mondiale [ottavo posto contro decimo] e il Setterosa ha approfittato della sospensione di sei mesi del Settebello per raggiungerlo all’ottavo posto nelle gerarchie internazionali.
Qualcosa sta succedendo. Qualcosa è già successo. Sebbene il professionismo femminile in Italia sia limitato alle sole calciatrici. Si deve alle donne anche il successo nella Coppa Europa di atletica leggera per la seconda edizione consecutiva.
Il sigillo finale è stato di Larissa Iapichino in una gara di salto in lungo dove sette donne hanno saltato dai 6,70 in su. Sette sono stati anche i primi-posti dell’Olanda. Secondo Marco Bonarrigo sul Corriere della sera avrebbe vinto la classifica generale se non avesse messo in fila “una serie di nulli, controprestazioni e infortuni”.
Il punto è un altro. Giulia Zonca su La Stampa fa notare che “gli azzurri non hanno mai vinto per tutto il tempo in cui la gara, frammentata in divisioni come la Nations League calcistica, è rimasta divisa in due classifiche, femminile e maschile, retaggio di un pensiero da archiviare che l’attuale format ha superato nel 2009. In questo tempo tre podi e due trionfi di fila, tutto dal 2021 in poi”.
Iapichino ha saltato 6,92. È dal mese di marzo che non chiude una gara sotto i 6,85. Continua a lasciarsi dietro la fenomenale tedesca Malaika Mihambo, un oro olimpico e due Mondiali, fenomenale pure nel non venire a capo dei suoi disagi nella rincorsa o nello stacco: o fa nullo o lascia 20-25 centimetri sull’asse.
Due giorni prima di Larissa Iapichino, in Coppa Europa aveva vinto Nadia Battocletti: così i primi-posti italiani di Madrid sono stati 2-1 per le donne [tra gli uomini il peso di Fabbri].
Questo concentrato di risultati stride con un’attenzione mediatica inferiore e con la questione della lingua che usiamo per raccontare lo sport.
Se ne occupa stamattina Antonella Bellutti su Domani chiedendosi perché non si dica “marcatura a donna” e perché si debba parlare di marcatura a uomo anche per le partite femminili. Questa convenzione, dice, “questa generalizzazione sa di una distorsione dai contorni fortemente discriminatori: l’agonismo di successo, anche in Italia, è più che mai donna”. Anche se nella pallanuoto il Setterosa in superiorità numerica attacca nelle telecronache “con l’uomo in più”.
Bellutti ricorda la polemica dei giorni scorsi sull’uso del palazzetto dello sport di Modena negato alla squadra femminile di A2 e dice che “come appunto insegna bene il femminismo: ciò che non viene nominato non è. Il momento per lanciare il femminile sovraesteso nello sport italiano sarebbe proprio arrivato. Così come le donne si sono abituate a essere comprese nel maschile universale, sarebbe un passo significativo se anche gli uomini imparassero a riconoscersi e a farsi comprendere nel femminile: un’evoluzione naturale. Chi lo propone ai dirigenti dello sport italiano, dove “dirigenti” non è da intendersi come un plurale sovraesteso ma proprio monogenere maschile?”–