Infantino, il calcio e la tensione della Casa Bianca
Non c’è l’atmosfera. Ecco. La formula è questa. Anche quando gli stadi sono pieni – e non sono quasi mai pieni – a questi Mondiali dei club “manca l’atmosfera, e quella non può essere creata in modo artificiale” scrive Sebastian Stafford-Bllord su The Athletic a proposito di queste prime partita. Ci sono partite “senza cori, senza vita, senza nessuno degli stimoli sensoriali tipici in un incontro fra due squadre di calcio. Questa sterilità è il grande problema del mondiale per club. Senza dubbio, ci sono persone che hanno delle ragioni per detestarlo. Ma ci sono anche persone che vorrebbero funzionasse, che lo guardano in buona fede, e quelle persone fanno fatica a capire cosa significhi realmente il torneo o perché dovrebbero sentirsi coinvolte. È ormai banale paragonarlo all’esperienza di una partita pre-campionato, ma gli applausi sporadici e i posti vuoti suscitano quella sensazione familiare. Ci sono delle riflessioni da fare e una domanda filosofica da porsi: cos’è un torneo di calcio? Da dove trae il suo cuore e quali qualità deve possedere affinché le persone se ne interessino? Se la Coppa del Mondo per Club voleva essere attraente, era necessario che il pubblico calcistico fosse coinvolto in questo viaggio. Significava rendere l’accesso il più facile possibile, garantendo che l’atmosfera all’interno di questi stadi fosse il più autentica possibile. Nell’immaginario di chiunque abbia mai considerato il calcio intercontinentale su questa scala, il vero punto di forza sarebbe stato il duello culturale rappresentato”.
Tipo: l’Europa contro il Sudamerica. La prosopopea dell’Europa contro il vecchio orgoglio sudamericano, come lo ha chiamato El Pais facendo notare che la città di Rio è la sola presente con tre squadre al torneo, e che le brasiliane non sono venute per fare una vacanza. Forse quando arriverà l’eliminazione diretta potremo avere un po’ di questi temi sulla scena, potremo misurare la distanza che corre tra i ricchissimi club europei e quelli che tra l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay sono stati depredati quando “la legge Bosman del 1995 ha aperto le frontiere e danneggiato il Sudamerica” [ancora su El Pais].
Ma per adesso la discussione è un’altra. Perché siamo qui? Che cosa ci facciamo il 18 giugno in America a vedere l’Inter che pareggia 1-1 contro il Monterrey, con Franz Acerbauer che si fa sfuggire Sergio Ramos – lui che avrebbe certamente fermato Haaland a Oslo.
Eh, che ci facciamo. Rivista Undici dice che la FIFA ha scelto gli USA come nuova casa per il calcio, “ha scelto l’America di Trump, un’America che brucia” Alessandro Cappelli scrive: “Oggi negli Stati Uniti il calcio è uno sport giocato, seguito, studiato, proprio come da anni accade per il basket, il baseball e il football americano. Club, campionati e aziende stanno lavorando insieme per sfruttare al meglio quella che sembra l’alba di una Golden Age del calcio americano. Ospitare i tornei più importanti del pianeta è una grande occasione. Ma come nelle migliori serie tv, c’è un villain che vuole mettere le mani sul bottino. È qui che spuntano il ciuffo laccato e il fondotinta arancione di Donald Trump. La corsa all’oro si svolgerà quasi interamente durante il suo mandato – nella speranza che non trovi un modo per sovvertire la Costituzione e aggrapparsi al potere fino al 2031, anno dei Mondiali femminili. Quindi ci sarà una lunga operazione di magnificenza dell’amministrazione più pazza del mondo”.
È una faccenda così politica a cui secondo il Guardian va data una risposta politica. Heba Gowayed e Nicholas Occhiuto fanno notare che i Mondiali dei club si stanno svolgendo in un paese nel quale ai cittadini di 12 paesi è vietato l’ingresso e “gli agenti mascherati chiedono documenti alle persone in base al colore della loro pelle”. Che si fa?
Secondo quest’editoriale del Guardian bisogna boicottare i Mondiali del prossimo anno. Non è proprio la più originale delle soluzioni ma è sempre un buon titolo e un buona argomento di discussione.
Andavano boicottati i Mondiali in Qatar nel 2022, quelli in Russia nel 2018, bisognava protestare contro quelli della disparità economica in Brasile nel 2014. Siamo già pronti a boicottare pure quelli in Arabia del 2034. Non se n’è mai fatto niente.
Tutto questo non significa che le ragioni per indignarsi e per non voltarsi dall’altra parte non esistano. Il Guardian le mette in fila, citando le posizioni delle organizzazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani e la grande amicizia che Infantino esibisce con i governi più controversi sulla faccia della Terra. “L’autoritarismo – si legge – è potente quanto la nostra acquiescenza. Le persone all’interno degli USA stanno iniziando a mobilitarsi. La Coppa del Mondo per Club è iniziata nello stesso fine settimana in cui milioni di persone sono scese in piazza per partecipare ai raduni No Kings. Fanno seguito alle potenti proteste popolari di Los Angeles per contrastare i rapimenti della ICE. Abbiamo bisogno che il mondo sia al nostro fianco – è l’appello di Gowayed e Occhiuto – nessun paese dovrebbe mandare la propria squadra a giocare quando i cittadini di 12 nazioni sono banditi. Nessuno è al sicuro quando gli agenti girano per il paese e i suoi stadi mascherati. Se ciò a cui stiamo assistendo è un preludio alla Coppa del Mondo, allora non è mai stato più chiaro che un boicottaggio sia necessario”.
Ne parla anche Orfeo Suárez su El Mundo dalla Spagna, ricordando la risposta data dal presidente Trump a Gianni Infantino nello studio Ovale a marzo, quando la FIFA chiese agli USA come contavano di preparare i Mondiali da co-ospitare con Messico e Canada, due nazioni contro le quali era stata appena aperta una guerra commerciale. «La tensione – rispose Trump – è una buona cosa».