Lo Slalom del 12 giugno | Cosa leggere, sapere e vedere

 

   

Si gioca a golf per rovinare una bella passeggiata

attribuita a Mark Twain

 

     

►  REMCO EVENEPOEL ha vinto la cronometro al Giro del Delfinato e ha preso la maglia gialla. Ha corso alla media di 50,2 km/h, unico al traguardo sotto i 21 minuti. Male Pogacar: quarto a 49 secondi. Evenepoel guida adesso la classifica generale con 21 secondi su Vingegaard. Venerdì, sabato e domenica tre arrivi in salita.

◇  La Nazionale Under-21 ha cominciato gli Europei battendo per 1-0 la Romagna. Ha segnato Baldanzi [Roma]. 

◇   C’è stata una tragedia al Rally di Polonia. Durante i test è morto a 21 anni Matteo Doretto, un ragazzo di Pordenone, 21 anni, era stato campione italiano junior nel 2024. La sua Peugeot è finita contro un albero, fuori strada a Elganowo. Il co-pilota Samuele Pellegrino è ricoverato in ospedale, in buone condizioni.

◇  Gli Indiana Pacers hanno vinto per 116-107 Gara-3 della serie per l’anello NBA ed è stata un’altra partita folle

 

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I proletari del golf agli US Open

Ben Griffin è proprio un bel tipo. È cresciuto nella Carolina del Nord, da dilettante ci sapeva fare, ogni tanto da ragazzo incrociava sui campi pure Scottie Scheffler, oggi il numero uno del mondo. Quando giocava per la sua università, Ben aveva una delle migliori medie mai registrate. Così lo incoraggiarono a provarci, a seguire la strada del professionismo. È stato in tour in Canada, in Sud America, nel luglio del 2018 ha vinto una tappa del PGA Tour in Canada, ma parte questo la magia si era dissolta. Lo dicevano i troppi tagli che metteva insieme nei tornei e lo diceva soprattutto quel che sentiva dentro. Nell’aprile del 2021 decise che ne aveva abbastanza. Era esausto e frustrato, desideroso di cominciare qualcos’altro. Entrò nell’ufficio di suo padre per sostituire un dipendente che si era dimesso, una società di gestione immobiliare, e scelse di restarci. Sua madre gli suggerì di provare a lavorare come addetto ai prestiti, era lo stesso compito suo, così mi dai una mano. 

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L’Effetto Marmaglia intorno a Sinner

Oh, ma allora non era solo una percezione di quei brontoloni perditempo che stanno su Slalom. Allora davvero Jannik Sinner ci sta sfuggendo di mano. Lui non c’entra, poverino, non ha nessuna colpa. Non fa nulla, neppure inconsapevolmente, per alimentare il fuoco. Ma il fuoco che cova sotto le sue partite, sta incomincia a scottare. Lo chiameremo Effetto Marmaglia. Innanzitutto perché è una parola che viene dal francese, marmaille, con la sua onomatopea che indica un mormorio, un borbottio, e poi perché la Francia c’entra per via del Roland-Garros. Dicesi marmaglia – per il dizionario Treccani – una quantità di gente rumorosa e turbolenta, tale da suscitare fastidio. Preciso. Ci siamo. Loro.

Sono quei tifosi di Sinner che sarebbero sorpresi alla scoperta che c’è stato del tennis anche prima di lui. Sanno, dicono, si fanno sentire. La faccenda non è più sotto controllo. Francesco Zani su Rivista Undici ha scritto  che domenica sera avrebbe voluto vedere per iscritto sulla terra rossa del Philippe Chatrier il verso più celebre dell’Antigone di Sofocle: «Non sono nata per condividere l’odio ma l’amore», perché non c’è frase migliore per provare a difendersi da tutto quello che è successo subito dopo e sta succedendo ancora nei commentari virtuali dei social network e in quelli reali dei bar e delle spiagge italiane

Il povero Zani ha visto sul suo telefono i commenti di chi insultava Alcaraz accusandolo di essere arrogante, di chi diceva che tre match point così non si sprecano neanche al glorioso torneo del Turista a Milano Marittima, di chi affermava che le partite sono troppo lunghe e gli appassionati si allontanano, di chi – addirittura – rimproverava la madre di Sinner per essere troppo emotiva e aver distratto il figlio con i suoi sguardi dal box. Ho pensato che, incredibilmente, il tennis mi piaceva di più quando ne parlavo solo con mio babbo e con gli amici del Circolo e ci emozionavamo per le smorzate poetiche di Potito Starace. È un pensiero stupido e snob – eccepisce da solo – perché è del tutto ovvio che che è più bello adesso. Eppure, ripeto, mi piaceva di più prima. Lo ammetto da amante ferito e tradito, che ha visto violato il suo giardino, calpestate le sue rose, che ha trovato qualcuno che stava facendo la pipì sui gerani

È interessante quando i cultori di una passione di nicchia scoprono la devastazione prodotta dalla popolarità e del parlare a schiovere, in sostanza quando fanno esperienza di ciò che quotidianamente e da sempre vivono gli appassionati di calcio. 

Rivista Undici  scrive appunto che il primo e principale problema della percezione distorta che si ha in Italia del tennis è che una buona fetta di appassionati recenti a questo sport sono tifosi di calcio che ogni tanto declinano le loro frustrazioni su tre o cinque set. L’appartenenza, l’attaccamento a una maglia sono cose fortissime che provo novanta minuti a settimana per dieci mesi l’anno, ma nel tennis non hanno ragione di esistere. E sono solo dannose. Lo dico da ammiratore di Sinner: tra vederlo vincere tre set a zero la finale in un’ora e mezza e l’epifania tennistica avvenuta domenica, io preferisco sempre queste cinque ore. E le preferirò sempre. Perché il tennis è più grande di ogni singolo giocatore

Quando Matteo Berrettini cominciò a mettere insieme i primi risultati di spicco alla fine di quarant’anni di deserto, Federico Ferrero disse al Venerdì di Repubblica che “il telecronista di tennis ha un codice diverso da quello del calcio. Nel tennis può capitare che faccia il tifo per Federer anche uno spettatore connazionale del suo avversario. Durante gli US Open ricevevo mail in diretta che mi rimproveravano di non fare abbastanza il tifo per Berrettini. Da casa si lamentavano che non fossi partecipe e fazioso. Ora, a me piacerebbe poter avere un italiano fisso ai quarti di finale nei tornei dello Slam, ma non credo sia giusto stravolgere il racconto della partita e la sua telecronaca”.

Uno Jannik Sinner così non era ancora in calendario e nessuno immaginava che saremmo arrivati agli insulti verso Elena Pero e Barbara Rossi perché se un avversario fa un gran punto loro dicono che è stato un gran punto. 

L’Effetto Marmaglia si manifestò in modo fragoroso anche nella primavera scorsa, quando molti giornali raccontarono che per l’assenza di Sinner al Foro Italico tante persone stavano mettendo i biglietti in vendita. Senza di lui, ‘sto tennis, che lo guardiamo a fare. 

Era un sintomo di quel morbo che su Slalom è stato chiamato da un po’ di tempo sinnerite. Un veleno individual-nazionalista che ammorba il racconto e la bellezza dello sport – una cecità verso tutto il resto, una indisponibilità a riconoscere che esistono anche gli altri, l’abbraccio acritico di una parte sola. Qualcosa di simile al tifo per una squadra di calcio, ma forse molto di più e forse molto di meno. Un tifo che somiglia a un moto ondoso, motivato dalla necessità di partecipare alla discussione che sta ogni giorno sulla schiena dell’elefante, stare in tredici, infilarsi in qualche modo dentro una discussione, una chiacchiera, un flusso: non sentirsi esclusi. È un sentimento che arriva ciclicamente e che si ripete intorno a questo o quello, quando accade che uno sport venga sciolto e ricondensato in un individuo solo. Chi allarga lo sguardo, si imbatte in una tempesta.

Intervistata da Fanpage Barbara Rossi ha ammesso che con l’ampliamento della platea si è appesantito il clima. Sinner non ha perso perché aveva il pubblico contro. “Il telecronista deve essere equilibrato, altrimenti metti un tifoso che commenta la partita. Questo è il mio modo di vedere”. 

È una cosa che riguarda principalmente il calcio per ragioni psichiatriche. Ogni volta che una nazionale arriva a giocare una finale, le strade si riempiono di macchine che sfiatano i clacson, gente che si sporge per sventolare le bandiere. Perché il calcio attrae così tanti tifosi e genera un tale dispiego di euforia? 

Matt Butler del King’s College di Londra e i suoi colleghi si sono domandati se per caso non esistano meccanismi universali psicologici legati all’evoluzione della specie in grado di spiegare i caroselli e i putipù. La loro ricerca viene citata su Le Monde da Sylvie Chokron, direttrice del centro di neuroscienze e cognizione integrata dell’Università di Parigi. 

Scrive che spesso associamo il piacere all’attivazione di un circuito di ricompensa nel cervello e al rilascio di dopamina, ma a volte dimentichiamo che quest’ormone viene rilasciato anche quando facciamo pronostici. Il fatto che ci possano essere più o meno gol segnati da una squadra e che questi si verifichino davvero durante la partita spiegherebbe sia la motivazione degli spettatori a seguirla sia la tensione emotiva e il rilascio di dopamina a ogni gol segnato. Non è tutto. Fra i tifosi di calcio esisterebbe un’attrazione per l’intero rituale che avviene prima, durante e dopo la partita, ereditato fin dalla primissima infanzia

Gli autori inglesi sostengono che fin da piccolissimo un bambino si identifica con un adulto [un tempo era il genitore, ma adesso anche se questo sta cambiando] e tiferà per la stessa squadra mettendosi nei suoi stessi panni, condizionato a comportarsi in un certo modo. L’esecuzione di questo rituale rilascerebbe delle endorfine riducendo l’ansia e facilitando la coesione di gruppo. Gli effetti sarebbero tali che gli autori non esitano a discutere del fatto che il calcio potrebbe rappresentare una prescrizione sociale e non medica, e quindi potrebbe rappresentare un vero e proprio strumento a disposizione degli psichiatri. 

Con un approccio evolutivo molto simile, Menelaos Apostolou e Maria Athanasiou dell’Università di Nicosia hanno studiato la popolarità di 34 sport, suggerendo che i calciatori sono gli atleti in possesso del maggior numero di attributi in un pacchetto che comprende spirito di squadra, aggressività, velocità, destrezza, resistenza, forza fisica e forza mentale, tutti tratti che hanno dominato l’evoluzione per garantire la sopravvivenza della specie.

È per questo che il calcio è lo sport più tribale, secondo isabel Duarte e i suoi colleghi dell’Università di Coimbra. Hanno studiato i meccanismi cerebrali di questa particolare forma di affetto che esiste fra certe persone e un gruppo di atleti in pantaloncini, riuniti sotto un nome che spesso coincide con quello della città in cui si è nati o si vive. Durante il loro esperimento hanno mostrato a 56 persone immagini di vittoria e di sconfitta della loro squadra o di una squadra o di una squadra neutra, registrando l’attività cerebrale attraverso una risonanza magnetica funzionale. Se state pensando alle liste d’attesa per una risonanza magnetica quando è necessaria farla, siete dei brutti qualunquisti populisti. 

A Coimbra hanno scoperto che quando la squadra del cuore vinceva, i tifosi attivavano significativamente l’amigdala e il famoso circuito della ricompensa. Questi dati – scrive Le Monde – suggeriscono che il tipo di amore sviluppato nel calcio, un amore non romantico, riflette uno specifico stato di eccitazione e di motivazioni, capace di esaltare il più fanatico dei sostenitori, ma anche di fargli commettere talvolta l’irreparabile.

Stamattina, su Domani, la finale tra Sinner e Alcaraz viene letta come se fosse stato uno spettacolo di balletto da Marinella Guatterini, docente di Teoria ed Estetica della danza alla Scuola Paolo Grassi. 

Ebbene, uno dei passaggi di questa sua immersione nel tennis è dedicato a questo fenomeno che deve averla stupita

Chi virtualmente ha osato alzare una mano per dire che forse Carlito ha meritato la vittoria – ha scritto – per aver caparbiamente risalito la china dopo due set perduti, uno vinto e due straordinari tie-break giocati, in specie l’ultimo, con sprezzante furore, si è sentito ricoprire di contumelie di ogni tipo. Ben vengano, dunque, anche le polemiche, i battibecchi, le tifoserie; meno, invece, le melensaggini da quattro soldi e soprattutto quell’ideologia patriottica che non consente di guardare “la cosa in sé” con dovuto distacco ma come se ti appartenesse, mentre riguarda chi la fa con impegno e sudore. L’immedesimazione può essere una gran cosa, acuisce l’empatia, ma lo sport la esclude, in specie quando non si tratta di un gioco di squadra, dove l’occhio fa fatica a individuare quei dettagli che esprimono il tutto –, bensì di una sfida a due, come la scherma o il pugilato. Qui occorrerebbe liberarsi di ogni sovrastruttura partigiana, e osservare i corpi in campo

I francesi non vedono l’ora di ritrovare su un campo Lois Boisson dopo il meraviglioso Roland-Garros giocato da numero #361 al mondo, finito soltanto in semifinale. A Wimbledon si presenterà però da numero #65 come oggi o giù di lì, sarà sicuramente al centro dell’attenzione da ora in poi, sarà attesa con impazienza dice Laurent Vergne da Eurosport France. Ma la domanda delle domande è un’altra. L’erba è una superficie completamente sconosciuta per lei. Le piace? Quanto sarà ancora sorprendente a Wimbledon? Ha il gioco adatto per brillare?.

E noi che ne possiamo sapere. Ci aiuta Amélie Mauresmo, quando dice che l’erba è una superficie che richiede un po’ esperienza, dove si deve arrivare con una mentalità aperta e con l’idea di apportare alcune modifiche al proprio gioco e più in fretta possibile. Ivan Ljubicic pensa che il topspin di Boisson sull’erba perde qualcosa, sebbene manco più l’erba è quella di una volta – oddio – e l’altezza dei rimbalzi è cambiata: si può scambiare più a lungo. 


  

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L’Europeo Under-21 senza i migliori under-21

Chi lo direbbe mai, senza avere l’albo d’oro davanti, che la Francia non vince l’Europeo Under-21 dal 1988 [giocava Cantona] e che il Portogallo non l’ha vinto mai [tre finali perse]. Sono due dei paesi guida nel calcio giovanile, per modalità nel reclutamento, cura nella formazione, possibilità di crescita in prima squadra offerta dai club ai teenager e dintorni. Eppure la situazione è questa, sempre che l’albo d’oro dell’Under-21 abbia ancora un senso e dica qualcosa. La Spagna per esempio non ha convocato né Yamal né Cubarsì, né Fermín López né Gavi, neppure Pedri. 

Comunque. Al giorno-1 degli Europei si sono sfidate due grandi scuole di formazione. È finita 0-0 e L’Equipe parla di squadra ancora in rodaggio. Anche la Francia avrebbe potuto avere Désiré Doué e Warren Zaïre-Emery, oppure Rayan Cherki dal Lione e Malo Gusto dal Chelsea: ne ha fatto a meno perché sono stati appena chiamati da Deschamps. Come per i Giochi olimpici, molti club hanno fatto opposizione in altri casi e allora il c.t. Baticle si è mostrato parecchio insofferente in conferenza stampa. 

Non è una faccenda che riguarda solo lui. L’Inghilterra poteva avere Liam Delap (Chelsea), Adam Wharton (Crystal Palace), Rico Lewis (Manchester City), Myles Lewis-Skelly (Arsenal), Levi Colwill (Chelsea), perfino Jude Bellingham (Real Madrid) e Cole Palmer (Chelsea) avrebbero ancora avuto l’età giusta per partecipare. Come Nico Williams (Athletic) e Dean Huijsen (Real Madrid). Ma che senso aveva? I portoghesi sono venuti agli Europei senza Rodrigo Mora (Porto), senza João Neves e Nuno Mendes (PSG), senza António Silva (Benfica) e senza Francisco Conceição (Juventus), tutti nati dopo il 1° gennaio 2002. La convinzione di So Foot è che l’Europeo Under-21 offre l’opportunità ad alcuni giocatori che non giocano nelle competizioni europee o a quelli che sono in serie B di acquisire esperienza.

Sia detto a futura memoria. Nel caso in cui gli azzurri dovessero fare un po’ di strada e a qualcuno in Via Allegri venisse voglia di usare la Under-21 come scudo spaziale. 

Però, però. A questa storia dei club che si oppongono alle convocazioni in Nazionale, in Francia stanno cercando di porre rimedio. Ad alti livelli. Altissimi livelli. I più alti livelli. Il governo. Del resto non è che in giro ci siano chissà quali altri preoccupazioni. Ecco. Il governo francese intende obbligare i club a dare i giocatori alle nazionali con un emendamento approvato martedì 10 giugno al Senato nell’ambito del disegno di legge di riforma dello sport professionistico. Questo – scrivono i compagni di Libération – alimenta la speranza di vedere le squadre francesi con tutte le loro stelle alle Olimpiadi

A Marie Barsacq, ministra dello sport presente in aula, alcuni senatori hanno chiesto se la misura debba essere estesa pure a tornei giovanili come l’Europeo Under-21, e lei ha riconosciuto che ci sono «impatti che devono essere misurati» e che «il governo non è ancora maturo per una riflessione del genere in questa fase». Insomma: non lo sa. Ma lo dice in un modo magnifico. 

   

I compagni della mozione Amedeo Nazzari

È buffo come cambiano le idee e le convizioni quando si alza una vela al vento. Qualche tempo fa, anche se adesso pare che sia stato nel mesozoico, a Luciano Spalletti venne in mente di portare a Coverciano cinque numeri-10 per caricare la squadra che stava preparando gli Europei. Il Brasile del ‘70 cinque numeri-10 ce li aveva in campo, lui dovette tirarli fuori dagli armadi. Erano Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Gianni Rivera e Francesco Totti. Una specie di memoria viaggiante. I giornali furono indecisi se parlare di Fantastici Cinque o di Fantastici Dieci. In ogni caso: erano fantastici. 

Fantastica parve pure l’idea. In fondo venivamo dall’esperienza dell’Italia di Roberto Mancini. A Wembley e dintorni si era giovata nel 2021 della compagnia motivazionale di Luca Vialli. Solo che in Germania le cose in campo andarono abbastanza a scatafascio e poiché siamo bravissimi dopo a sapere tutto prima, quell’iniziativa di Luciano Spalletti venne riconsiderata. Con una rilettura postuma diventò uno dei motivi che avevano tolto leggerezza al gruppo. La squadra era rimasta ipnotizzata dai Fantastici Cinque o Dieci, boh, non importa, ecco perché non aveva corso contro la Svizzera. 

[Ogni mattina, come sorge il sole, uno spin doctor sa che deve fare il suo sporco lavoro]. 

Ma stamattina oplà, la soluzione per tirare fuori la Nazionale dall’imbuto nel quale è finita – la soluzione è diventata proprio uno dei motivi d’afflizione dell’estate scorsa: riempire lo spogliatoio di campioni del passato. Il Corriere della sera la chiama addirittura unità di crisi, come quelle della Farnesina. 

Alessandro Bocci scrive che l’Italia ha la faccia truce di Rino Gattuso. Un guerriero contro la crisi e aggiunge che intorno a Gattuso, la Federcalcio vuole costruire un progetto. Il punto di partenza, in una situazione così delicata, è il senso di appartenenza e l’attaccamento alla maglia, valori che, negli ultimi tempi, si sono affievoliti

Ecco. Non solo Gigi Buffon che pare stia conducendo la trattativa con il Ringhio d’Italia [Buccheri, la Stampa] ma spuntano per lo staff anche i nomi di Materazzi, Zambrotta e Del Piero. Repubblica dice che arrivano Barzagli e Bonucci. Altre idee sono meno percorribili. Topo Gigio è impegnato con Lucio Corsi, e come si sa da tempo i compagni della mozione Amedeo Nazzari devono rassegnarsi. 

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MANCINI NON SA PIÙ COME DIRE CHE VUOL TORNARE

Se non abbiamo contato male, ha detto almeno tre volte di essersi pentito di come lasciò la Nazionale. Ce ne sta una quarta?

«Soprattutto ci sta dire che se io e Gravina avessimo parlato di più in quelle settimane, e anche prima, per chiarire certe situazioni, non sarebbe successo nulla. Ma a volte si decidono anche cose sbagliate».

Un motivo su tutti per cui prese quella decisione frettolosa?

«È vero che non sentivo più la fiducia di prima, ma dovevo parlarne con il presidente: potevo farlo, questa è la mia colpa. Oggi, chissà, saremmo ancora insieme: per provare ad andare al Mondiale. E magari, dopo aver vinto l’Europeo, per tentare la doppietta».

E un motivo per cui tornerebbe?

«Perché per un allenatore non c’è cosa più bella che guidare la Nazionale: io ho vinto con i club, ma se vinci con l’Italia è un’altra cosa. E perché si tornerebbe sempre dove si è stati felici».

Molto felice?

«A Coverciano stavo da dio, con tutti. C’era proprio un bel clima».

Quello che forse è mancato ultimamente?

«E come faccio a dirlo? Quello che posso dire è che conosco molti dei giocatori che ci sono anche oggi e mi è dispiaciuto per loro che si sia creata questa situazione».

Ma ha mai riflettuto sul fatto che, con una Nazionale più vicina al playoff che alla qualificazione diretta al Mondiale, per lei sarebbe anche un bel rischio sedere di nuovo su quella panchina?

«Che sarebbe una bella sfida non ci sono dubbi. Anche un bel rischio, sì. Ma a volte bisogna prenderselo qualche rischio, no?».

ROBERTO MANCINI intervistato da Andrea Elefante, la Gazzetta dello sport

  Corriere della sera: Diritti tv, la Lega di A contro Abodi  ➔  Monica Colombo spiega: Materia del contendere, la rivoluzione sul fronte televisivo prevista nella bozza del disegno di legge delega volta a riconfigurare radicalmente il sistema di gestione dei diritti audiovisivi sportivi. Le società si oppongono «a qualsiasi forma di incremento della mutualità esterna che sottragga risorse alla A.

Corriere dello sport-stadio: De Bruyne, un tocco di classe per Conte Alzerà il tasso tecnico e la qualità   di una squadra feroce e organizzata  Gol, assist e un calcio fantastico  grazie alla velocità di pensiero. Con Antonio può giocare da mezzala o trequartista  ➔  Alberto Polverosi ha scritto: Il calcio di questo vecchio ragazzo, che a torto molti giudicano già in fase calante, tocca tutti gli elementi fondamentali del gioco, ma soprattutto la tecnica. È una mezz’ala che anni fa, quando le maglie non erano le arlecchinate di oggi e la numerazione andava dall’uno all’undici, avrebbe avuto sulle spalle il numero 8. Il suo sguardo è largo quanto il campo, la sua velocità di pensiero sorprende l’avversario (e talvolta anche il compagno), il suo modo di calciare è fantastico. A 34 anni non è un giocatore finito

 

  Corriere della sera: Ferrari, una crisi a tre facce. E Leclerc ha perso la fiducia Stagione già compromessa, se salta il boss francese in pole una soluzione interna  ➔  Charles pieno di dubbi non esclude l’addio. Vasseur rischia. Hamilton spaesato

La Gazzetta dello sport: Le speranze Ferrari e il realismo dei GP. Ma il 2026 incombe ➔  Gianluca Gasparini scrive: Puntare già oggi, o averlo già fatto, a preparare la stagione 2026 significherebbe ammettere che il progetto attuale è sbagliato e non vale la pena di perderci altro tempo. Ed è umanamente comprensibile, dunque, che a Maranello l’accettazione di questa realtà sia dura, dentro un campionato che si presentava alla vigilia sotto ben altri auspici. Ma a volte non nasconderla, la realtà, diventa un punto di forza per guardare in modo diverso al futuro. Per questo Silverstone dev’essere davvero lo spartiacque oltre al quale non andare: alla fine della gara numero 12 del Mondiale, che segna la metà di quelle in calendario, va presa una decisione e va difesa senza paura di essere impopolari.

 

 

MANCANO 23 GIORNI

Andiamo bene. Al rigo-uno appare Arthur Rimbaud. Alexandre Roos è stato nell’Ardèche per la cronometro del Giro del Delfinato. L’Ardèche è quel posto dove si sale e si scende tra i boschi, le foreste occupano il 45 per cento del territorio e dove i cimiteri di guerra hanno una caratteristica: sono dentro il paese, non fuori, sono ben tenuti, hanno il cancelletto sempre aperto [Gianni Mura, Repubblica, luglio 2010 e 2001]. Insomma: Roos è andato, ha visto l’Evenepoel scatenato di ieri e gli è venuto in mente di quando Rimbaud scrisse che non si fa mai sul serio a 17 anni e che non si dovrebbe essere costretti ad affrontare la morte a 25. 

Invece a Remco è accaduto, addirittura un paio di volte e questo pensiero non ci abbandona mai quando lo vediamo sulla sua piccola bicicletta, determinato, frizzante, vivo, un Pollicino sulla strada del suo destino, che non devia mai nonostante i venti contrari, nonostante tutte queste strade che girano a destra e a sinistra e che percorre per comprarsi un po’ di serenità.

Al Lombardia volò giù in un dirupo da una curva senza protezione sul Sormano. Sei mesi fa una caduta in allenamento lo ha messo di nuovo alla prova e lo ha portato sull’orlo del precipizio dice l’immaginifico inviato de L’Équipe, sull’orlo della tentazione di lasciar perdere, mollare il ciclismo. Ieri ha messo la sua bella maglia iridata di campione del mondo dei nemici del tempo, ha infilato un casco dorato sulla testa, e ha dato 49 secondi di distacco a Tadej Pogacar. 

È ancora qui, con la sua faccia birichina, il nostro piccolo Hinault, la nostra falena, il nostro eterno combattente poeteggia Roos spiegando che Remco aveva preparato la giornata meticolosamente, mandando Maximilian Schachmann a fare il percorso a tutta velocità e gli altri compagni a correre con il pedale morbido, per dirgli poi qualcosa su ogni curva, dove attaccare e dove decelerare, per imparare tutte le lezioni prima di partire. Evenepoel sa che deve sfruttare ogni minimo dettaglio per vincere, conosce i suoi limiti, è consapevole di avere poche possibilità per vincere un Grande Giro se i due matti Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard sono al via, ma accetta la sua condizione di inferiorità, la sua appartenenza a un altro mondo.

Roos dice allora che Evenepoel non vince come i suoi due avversari, ma è una figura chiave del ciclismo attuale perché definisce un triangolo d’oro, perché tra la supremazia e la dittatura di Pogacar, la timidezza e l’abnegazione di Vingegaard, lui porta sostanza e umanità. È il miglior passista del mondo, il maestro di un esercizio freddo e aritmetico, dove i secondi fanno da arbitri: un esercizio che corrisponde poco alla sua personalità, mentre si direbbe piuttosto che lui sia accompagnato da una forza celeste. Evenepoel non è un’equazione matematica, ma un soggetto filosofico. Ispira riflessioni metafisiche. È una delle più belle incarnazioni del ciclismo attuale, della sua durezza, dei suoi pericoli. Vince spesso, ma perde molto di più. Uno sport nel quale le classifiche decidono se il tuo nome sarà tramandato ai posteri o se varrà l’oblio, ma che è governato da forze superiori. Una disciplina in cui tutto è ascesi, vita e morte. Evenepoel – conclude Roos – è ancora giovane ma ha già vissuto tutto. Non sappiamo cosa lo spinga, cosa gli abbia permesso di sopravvivere a certi eventi che avrebbero travolto la maggior parte di noi. Abbiamo l’impressione che la sua spensieratezza lo protegga, che stia cavalcando il suo arcobaleno. Arthur Rimbaud aveva ragione: non si fa sul serio a 17 anni.


     

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