Il primo Giro di Mura: il voltafaccia del Piemonte ai suoi corridori 

Il voltafaccia del Piemonte ai suoi corridori 

Avevamo lasciato qualche giorno fa il giovane Mura al seguito del suo primo Giro d’Italia sulle strade del sud, affannato dopo il traguardo a raccogliere pareri dentro il gruppo, nelle ammiraglie e ai bordi della strada su un tema scelto di giornata, per una rubrica tenuta sulla Gazzetta sotto il titolo de Il processino. Quello famoso, senza diminutivi, lo teneva Sergio Zavoli in RAI. 

Al non ancora ventenne Mura, ai suoi primi pezzi firmati per esteso, avevano insomma lasciato il compito che in tv era svolto da un gigante. Strada facendo, risalendo la strada verso nord, dalle virgolette nude e pure era passato a innesti sempre più convinti di considerazioni sue, descrizioni, le prime licenze. 

A Palermo aveva abbozzato una domanda su Mealli anche a Maria Rota, “una delle due spumeggianti (eggià) Miss Birra”. Lei gli aveva confessato “sa, io di ciclismo non capisco proprio niente…” e lui aveva chiuso  il pezzo definendola “la dulcinea dei suiveurs pennaioli”. 

Nel passaggio dinanzi alle case di Palma di Montechiaro, Mura scrive invece che “saremmo sul punto di vergognarci di essere uomini, se gli uomini sono tali da permettere il permanere di una situazione tragicamente insostenibile”. Insomma: sta uscendo dal guscio. 

La mattina del 1 giugno scrive dal Piemonte. C’è Vittorio Adorni in maglia rosa è c’è la scalata allo Stelvio sullo sfondo, di là a qualche giorno. Il processino di Mura quel giorno è dedicato a una sorpresa. 

“Chi se l’aspettava? Taccone e Adorni per tutto il Sud. Ma quando entreremo in Piemonte, si pensava, nel Piemonte dagli epici canti e dal popol bravo, saremo sommersi da «Forza Italo!», da «W Balmamion», naturalmente conditi in varie e saporose salse, in ossequio alla teoria valentiniana del cartello d’incitamento, come residua – e quanto disconosciuta! – forma d’arte popolare”.

E invece dopo la tappa Mura annota che “non  solo non c’è stata questa fioritura di scritte, anzi: a Ceva, poco prima di un distributore di benzina, dopo i nomi dei nostri stava scritto, lapidario: «Piantatela di fare schifo». Il che si chiama parlare fuori dai denti. Continuavano inoltre gli epinici per Adorni, seguiti a lunga distanza da qualche Bitossi, qualche Taccone, un Carlesi e un Sambi (sissignori).

Solo a Carmagnola, mezzo sbilenco, giù da un balcone rosso di gerani, un «Dai Italo, fai vedere la tua forza!». Chiariamo subito che alcuni cartelli, in circa duecento chilometri, possono esserci sfuggiti, comunque resta il fatto che le quotazioni di Zilioli e Balmamion, proprio nella loro terra, e la cosa ci sembra abbastanza indicativa, sono nettamente calate. Dimodochè, senza entrare in reminiscenza di polveri e di altari, vediamo di fare una inchiestina sulle cause di questo voltafaccia dei piemontesi di fronte ai loro ex-idoli”. 

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