La Coppa dei Campioni è ritornata a casa 

   

La vittoria di Parigi – dove hanno inventato il torneo

Senny Mayulu, come la Coppa dei Campioni, è nato a Parigi. Così, quando proprio lui ha segnato il quinto e ultimo gol per la sua squadra nella finale dal punteggio più largo di sempre, ai francesi è riuscito quel che inutilmente gli inglesi provano a realizzare. Il calcio è tornato a casa ma in un altro modo, non il football is coming home, stavolta le foot vient a la maison, dopo un miliardo di euro spesi. 

La Coppa che era stata concepita nella redazione del quotidiano sportivo francese L’Équipe, alla Rue du Faubourg-Montmartre nel centro di Parigi, è stata riportata nella culla da una banda di ragazzi scatenati, età media 24 anni. In città era tornata per la finale della prima edizione e altre cinque dopo d’allora, ma il trofeo non aveva mai più avuto occasione di fermarsi: lo stesso PSG sarebbe stato fondato solo 16 anni dopo. 

Quella che i francesi hanno chiamato per decenni la Coupe des clubs champions européens – siglata ogni tanto come CCC e poi come C1 con l’arrivo della Coppa delle Coppe e della Coppa UEFA, ha fatto il suo viaggio all’indietro a bordo di un meraviglioso vascello pirata, finalmente arrivato all’arrembaggio quando ha dismesso la pretesa di travestirsi da galeone. Quando pure Kylian Mbappé è sceso dalla stessa barca lasciata da Messi e Neymar per andare a vincere la Coppa dove l’hanno vinta quindici volte su settanta, la Coppa finalmente è arrivata per uno di quei capricci del calcio che nessuno saprà mai spiegare. 

Sul corpaccione molle di un’Inter irriconoscibile, si è avventato un PSG che Luis Enrique ha trasformato in una giostra di tocchi, di scambi, di posizioni in campo che sono di tutti e di nessuno, uno spazio fatto di pieni e vuoti da colmare come in architettura, una macchina di bellezza senza narcisismo, un inno all’idea che disporre di uno schema di gioco significa avere la libertà di non averne solo uno. È la stessa squadra che ha rischiato di cadere nella nuova fase-campionato extra-large e di restare fuori dalla fase a eliminazione diretta quando era sotto per 0-2 con il Manchester City. È la stessa squadra smontata in casa dai meccanici dell’Atlético Madrid prima che la sua pura genialità si manifestasse, o come dice Vincent Duluc nel suo editoriale per L’Équipe una squadra che “nel cuore dell’autunno nessuno aveva visto arrivare con questa sua felicità immensa e innocente, questo modo di marciare sull’Europa senza fare prigionieri, questa gloria calata su teste così giovani, incoronate prima del tempo, questo passo maestoso nel momento di entrare nella storia”.

La Torre Eiffel è da ieri sera colorata in rosso e blu perché “il Paris – scrive Duluc – ha ridotto l’Inter al silenzio e alla rassegnazione, soffocandola e imponendole il suo talento, i suoi movimenti, il suo pressing, la sua gioventù e tutta la strategia studiata da Luis Enrique per molti mesi. Il Paris campione d’Europa è il coronamento di un lungo percorso di un club, ma soprattutto il capolavoro di un allenatore. Un risultato enorme e un trionfo perfettamente razionale, perché il PSG è la forza principale del calcio europeo dalla fine di gennaio, da quando ha cominciato ad affascinare i tifosi e sbalordire gli avversari con l’essenza collettiva del proprio gioco”.

 

|  tesori   La vittoria politica del Qatar

È la fine di quella che in Francia hanno vissuto come una maledizione spezzata solo dall’Olympique Marsiglia, ma in grado di essere spezzata battendo bandiera qatarina, con l’arrivo di fondi illimitati. Barney Ronay sul Guardian porta il punto di vista del movimento uscito a pezzi da questa edizione della Coppa: Liverpool, Aston Villa e Arsenal sono tutte uscite per mano del PSG. Scrive il giornale inglese che “per lo stato del Qatar e i suoi interessi, il cerchio è chiuso. Nell’arco di tre anni, il braccio armato dello stato dal gas più efficiente al mondo ha vinto una Coppa del Mondo in casa con il suo giocatore di punta, il manichino da sarto dell’emiro Lionel Messi, e adesso anche il più grande trofeo per club”.

 

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Il Guardian la definisce una vittoria contro “una squadra svampita, avversari che inseguivano sempre, ansimavano dietro giocatori al di fuori dalla loro portata, grazie all’uomo perfetto arrivato al momento perfetto, Luis Enrique, un ideologo al quale i ricavi consistenti hanno lasciato mano libera per costruire una squadra moderna, brillante, affamata e giovane. Un gruppo di anti-star, quelle star dove adesso Doué va a prendere il suo posto”. 

“Lo faranno emiro del Qatar” sfotte El Mundo dalla Spagna al cospetto di questa nuova burla del pallone, una squadra che migliora e vince appena si separa dalla sua stella. È la burla della Danimarca prima a Euro ’92 senza Miki Laudrup, la Spagna che si sblocca nel 2008 quando perde Raul, l’Inter che vince la Champions una volta salutato Zlatan Ibrahimovic al Barcellona, oppure lo stesso Tottenham che sbuca in Europa League dopo l’addio di Harry Kane. 

“Il povero Kylian Mbappé – dice El Mundo – si è trasferito al Real Madrid solo per scoprire che a Parigi si poteva diventare campioni d’Europa senza di lui”. Kylian Mbappé al quale stamattina da Parigi mandano un saluto. 

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