Alleria, pe’ nu mumento te vuò scurdà che hai bisogno d’alleria
Pino Daniele
► NON È passato sotto silenzio che il Napoli ha vinto il quarto scudetto della sua storia grazie al 2-0 sul Cagliari all’ultima giornata: gol di McTominay e Lukaku. L’Inter ha battuto 2-0 il Como e si prepara alla finale di Champions del 31 maggio contro il PSG
◇ Venezia ha battuto la Virtus Bologna in gara-3 dei quarti di finale dei play-off di pallacanestro [82-89] e tiene in vita la serie. Oggi Milano può chiudere i conti con Trento, lo stesso può fare Brescia con Trieste, e qualificarsi per le semifinali.
◇ L’Eurolega avrà domani una finale inedita fra una squadra turca e una francese. Il Fenerbahçe torna a giocarla dopo 7 anni, per il Monaco è la prima volta e per il basket francese si tratta di un ritorno a distanza di 32 anni dal Limoges. Dopo due anni non ci sono squadre greche a battersi per il titolo: OLympiakos e Panathinaikos sono le due battute di ieri sera
◇ Chiara Pellacani ha vinto l’oro agli Europei dei tuffi nel trampolino da 1 metro.
◇ Alex Marquez ha battuto il record della pista a Silverstone nelle prove libere di ieri, Marc ha chiuso da quarto e Bagnaia da settimo. Ancora più grossa la sorpresa dei primi cronometri a Monte-Carlo per il GP di F.1: Charles Leclerc è stato il più veloce in entrambe le sessioni.
◇ Mads Pedersen ha vinto a Vicenza la sua quarta tappa personale al Giro d’Italia in un arrivo me-ra-vi-glio-so, testa a testa con Wout Van Aert. Isaac Del Toro ha conquistato l’abbuono del terzo posto e allungato in classifica generale su Ayuso: ora guida con 38 secondi di vantaggio
◇ Gli Indiana Pacers hanno vinto anche la seconda finale di Conference NBA a Est contro i New York Knicks. Stanotte Gara-3 a Ovest, dove gli Oklahoma Thunder sono avanti 2-0
#1 giorno al GP di Monte-Carlo
Il quarto scudetto del Napoli
Due cose Aurelio De Laurentiis sa scegliere con una certa cura. Gli allenatori e gli aggettivi. I bravi allenatori sono sotto gli occhi di tutti. I buoni aggettivi rimangono in genere intrappolati fra le imitazioni e le parodie che si fanno di lui. Una decina d’anni fa definì rapace la città perché gli pareva ghermisse i sensi di Gonzalo Higuaín e chissà quali altri calciatori. La gioia del quarto scudetto gli è venuto invece di dirla smisurata e selvaggia, come Leopardi descrisse l’affanno nel primo caso e come Dante vedeva la turba nel secondo.
L’ultimo affanno del Napoli e della turba di Antonio Conte sono stati i 21 minuti nei quali l’Inter vinceva a Como mentre allo stadio San Paolo se ne stavano ancora fermi sullo 0-0. Ventuno minuti di cattivi pensieri, una finestra aperta a ribaltina sulla classifica per vedere di nascosto l’effetto che uno psicodramma fa.
Dopo è stata soltanto festa, alla fine di un campionato che è diventato strada facendo un grumo di paradossi. Il primo è incarnato nel corpo di Antonio Conte che traveste il cammino da miracolo [suo], proprio quando un osservatore esterno sarebbe preso dalla tentazione di chiedersi cosa possa esserci ancora di miracoloso a questo punto in una società che dal 2011 scova calciatori, li valorizza, li vende, si auto-sostiene e produce squadre dal piazzamento medio di 3,6 posti. Quello dell’Inter è 4. Quello del Milan è 4,8. Solo la Juventus ha fatto meglio con 2,5.
Una società diventata la migliore réclame europea e postuma della visione del calcio di Michel Platini. Di fatto sgama il resto della media borghesia di serie A. Non c’è nulla che abbia fatto il Napoli negli ultimi vent’anni che non fosse possibile fare altrove: prendere Cavani a 17 e venderlo a 64, usarne 40 per Higuain e venderlo a 95, spenderne una decina per Koulibaly e privarsene per una cifra quadrupla, così da ripetere il meccanismo con Kim, con Kvaratskhelia, il prossimo è Osimhen.
Il secondo paradosso è che pure stavolta come nel 2023 lo scudetto è arrivato dopo aver venduto i nomi più sbrilluccicosi, con la firma di un presidente che stamattina è l’architetto geniale della costruzione ma con due punti in meno sarebbe stato il responsabile di un calciomercato di gennaio senza fortuna e senza logica.
Nel pieno di una festa tra lacrime e champagne, una volta Ferlaino disse a Maradona che due scudetti erano arrivati con lui, d’accordo, ma nei sette anni almeno altri due li avevan persi. Addirittura presidente, rispose Diego, e stamattina viene da pensare negli stessi termini alla liquidità del Napoli, sempre così superiore al resto della concorrenza.
Il terzo paradosso è che i due scudetti in tre anni del Napoli sono una prodezza mai riuscita a nessuno fuori dal perimetro Inter-Juventus-Milan nel calcio industriale. Bisogna retrocedere fino al Grande Torino del ‘49 per trovare un precedente. Eppure i gol che Soulé e Pedro hanno segnato in favore del Napoli sono gli stessi prodotti da Simeone e Neres. In tutto sono stati 59, nessuna squadra campione ne ha mai fatti così pochi dai tempi del Milan di Allegri. Gli 82 punti sono il minimo nei campionati a 20 squadre, come di nuovo quel Milan e come l’Inter del triplete di Mourinho. Sette vittorie sono arrivate per 1-0, 14 punti sono stati lasciati alle squadre nella seconda metà della classifica, a cominciare dai primi tre a Verona.
Non è il quadro di un canto epico, eppure ha tutto per essere eccezionale.
| Gabriele Romagnoli su Repubblica ricorda allora che in Ricomincio da tre esiste per tutto il film la distinzione tra ‘o miracolo [scritto in minuscolo] e ‘o miracolo [scritto in maiuscolo]. Considera che “per chi guarda da fuori e da lontano ogni trionfo napoletano è sempre un miracolo puro e semplice (anche se avviene due volte in tre anni e poi si ricomincia da quattro), ma in realtà configura una delle altre due categorie. O l’eccezione, la svolta narrativa, l’epica dei cavalieri che fanno l’impresa destinata a restare nella storia, l’incidente astrale, il soldo piovuto dal cielo, la battaglia memorabile, il murale incancellabile e la sveglia ai defunti che hanno mancato l’appuntamento irripetibile. O la regola camuffata, la maglia rosa finale al passista che non vinse una tappa, la tarantella come sottofondo, senza mai esplosioni, l’aria che sempre ribolle senza che il Vesuvio erutti, un aiuto da parte dei nemici e una formazione che gli amici da qui a dieci anni cercheranno di ricordare e ne mancherà sempre uno, come quando provi con i sette nani (lì, di solito, Gongolo; qui il terzino sinistro)”.
Romagnoli scrive che “l’impresa eccezionale è stata realizzata nel più normale dei modi. Senza una figurina che si stacchi dall’album. Né Maradona né Careca. L’uomo decisivo è stato uno scozzese, McTominay, scartato dallo United. Rispetto allo scudetto di due anni fa sono spariti presunti insostituibili (categoria che, come noto, affolla i cimiteri): Giuntoli, Spalletti, Kim, Osimhen. L’anno scorso erano falle, quest’anno polvere. La chiave è stato un allenatore che strada facendo ha divorziato dal presidente e a viaggio non ancora concluso ha messo sul letto la valigia per ripartire. I governatori vogliono il terzo mandato, gli allenatori del Napoli manco il secondo. Altrove una cosa così ha impallato il motore, a Napoli no”.
| Per Paolo Condò, sul Corriere della sera, “la firma di Antonio Conte è impressa a caratteri cubitali sul quarto scudetto del Napoli, così come lo svolazzo di Luciano Spalletti era molto riconoscibile sul terzo. Ne consegue che l’uomo capace di scegliere e convincere questi registi (e da Benitez ad Ancelotti di icone ne aveva già scritturate) merita il ruolo a lui congeniale di produttore dell’operazione. Con tutto il rispetto per Corrado Ferlaino, il presidente dell’età dell’oro, i primi due scudetti del Napoli sono passati alla storia come quelli di Maradona. Terzo e quarto, invece, appartengono ad Aurelio De Laurentiis per la capacità gestionale e la ripetuta abilità nell’individuare il deus ex machina: Spalletti era reduce da un ingeneroso esonero all’Inter, Conte veniva da un’esperienza infelice al Tottenham. Molto spiegabili, ma due sconfitte. De Laurentiis li ha battezzati idonei, tirando fuori il meglio da loro come loro hanno estratto il meglio dai giocatori. C’è evidentemente qualcosa, nella personalità ridondante del presidente, che a un certo punto cozza contro i caratteri forti che mette a capo della squadra”.
| È la prima volta forse che il futuro non spaventa. Andrea D’Amico su La Stampa ha scritto che “vince De Laurentiis, con quelle sue smargiassate e quella antipatia che gli piace un sacco, che forse aiuta, dev’essere una postura dell’anima, però spiega a modo suo come si faccia calcio, senza centri sportivi e con la capacità di cogliere il vento, l’occasione e lasciarsi trascinare dalla proprie idee”, mentre Antonio Giordano sulla Gazzetta dello sport fa notare come “due scudetti in 750 giorni non li avrebbe potuti prevedere nemmeno il più audace mitomane di questa terra nella quale niente accade per caso, e però mentre intorno i bagliori della festa illuminano la coscienza di una città rapita dal calcio Aurelio De Laurentiis può gustarsi le scene d’un delirio di massa che gli appartiene per intero.
Dice che “De Laurentiis ha tracciato un’idea di calcio coraggiosa e vincente, ha dato un senso compiuto a sostantivi altrimenti vuoti” con tutte le anomalie del caso, senza un vero centro sportivo, senza un settore giovanile all’altezza, eppure “ha spostato geograficamente in Italia il calcio verso Sud, divenendo di fatto la contro-Capitale per qualità della vita calcistica”.
Questi sono i termini nuovi dell’analisi, sebbene resistano ancora sacche di convenzione nel racconto: Luigi Garlando sulla Gazzetta ha scritto che il gol decisivo è arrivato al 42esimo perché 42 nella smorfia è il caffè e non esiste nulla “di più napoletano del caffè”. In realtà ogni tanto segnano al 42esimo anche Musiala a Monaco di Baviera e Yamal a Barcellona, mentre più napoletano del caffè è diventato il fastidio di essere disegnati sempre con le stesse matite.
| L’ultima classifica sulla Qualità della vita del Sole 24 Ore ha messo Napoli alla 106esima posizione su 107. Secondo Eurostat, il Mezzogiorno d’Italia è in coda per persone a rischiodi povertà nella Ue. Solo la Guyana francese fa peggio. Eppure, negli ultimi 10 anni le manifatture della provincia sono aumentate del 176%. Il dato migliore d’Italia, con un fatturato di oltre 10 miliardi nel 2024, superiore a diverse realtà produttive del Nord. Fra 2018 e 2022 l’Istat segnala l’incremento delle aziende in città con 3.100 occupati in più nel segmento delle realtà imprenditoriali fra i 49 e i 250 dipendenti. Sempre l’Istat ha mostrato come nel giro di quattro anni a Napoli si sia registrato un boom occupazionale fra gli addetti alle attività professionali, scientifiche e tecniche: +18%, L’aeroporto di Capodichino è passato dall’ottavo al quarto posto per arrivi. L’incremento del settore crocieristico è stato del 21% contro una media nazionale del 7%: nel 2025 Napoli sarà uno dei pochi porti del Mediterraneo con oltre 2 milioni di passeggeri. La 5G Academy al polo tecnologico di San Giovanni a Teduccio ha già prodotto 98 posti di lavoro per i suoi 100 allievi. Dentro le celebrazioni per i 2.500 anni della città c’è tutto questo. E da ieri sera c’è pure uno scudetto.
I momenti chiave della stagione dalle pagine di Slalom
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① Il trauma del pronti, via, inseguiamo
► 18 AGOSTO VERONA-NAPOLI 3-0
Per vincere lo scudetto, Inter Milan Roma, a maggior ragione casomai il Napoli, dovranno fare qualcosa che in serie A non si vede da molti anni, scalare la classifica e arrivare in cima senza aver preso i 3 punti alla prima giornata. È da otto anni che in Italia non succede più. O vinci all’esordio o sei tagliato fuori. La Juventus del 2015-16 è stata l’ultima squadra a ribellarsi a questa sorta di verdetto precoce, andando a prendersi il suo 32esimo scudetto nonostante la sconfitta in apertura contro l’Udinese. In realtà quella Juventus fece molto di più, alla quinta giornata aveva 10 punti di ritardo da Fiorentina e Inter che si erano messe al comando, e li mangiò uno a uno dopo il famoso patto nello spogliatoio dopo una partita col Sassuolo. C’è sempre un leggendario patto nello spogliatoio, alla base di un successo. Non è neppure una cosa che passa sotto silenzio. Non si capisce perché non ne stringano uno in ogni squadra, se è tutto così facile.
Stasera sapremo se i due punti lasciati sul tavolo dalle milanesi e dalla Roma – i tre dal Napoli al quale piace sempre esagerare – saranno tali anche nei confronti di Atalanta e Juventus, oltre che di Verona e Lazio, la sorprendente coppia in testa dopo la domenica-1 del campionato.
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Il mio cuore sanguina
ANTONIO CONTE il 18 agosto
② La prima volta in testa alla classifica
► 29 SETTEMBRE NAPOLI-MONZA 2-0
Quel che davvero sappiamo del Napoli di Antonio Conte è che non sappiamo ancora niente. Non sappiamo se Lukaku tornerà quello che è stato con lui anni fa. Non sappiamo se tante mezze precarietà sugli esterni [Mazzocchi, Spinazzola, Olivera, Mario Rui fuori rosa] faranno una certezza intera. Non sappiamo se gli impegni ridotti all’osso saranno un vantaggio oppure no: sia perché le agende della preparazione sono ormai standardizzate sul doppio canale, sia perché meno partite significano meno minuti per le rotazioni, e forse più scontenti [lo diceva ieri sera Marchegiani al club di Sky].
Si intravedono per ora dei dettagli in controluce, questo sì, per esempio una sopraggiunta fisicità che era mancata alla rosa in modo netto durante le esperienze di Sarri e Ancelotti, ma che Anguissa [ieri il migliore] e Ndombele avevano già portato in dote a Spalletti. In genere è il diamante che porta chi viene dalla Premier, loro due come adesso McTominay. È il vero tratto che marca la differenza tra questa esperienza di Conte e le precedenti, lo stile di gioco ne è conseguenza.
Ma a Napoli si appassionano da tempo a certe faide fra nostalgici e fra partiti che in fretta nascono, con gli -ismi che fanno da suffisso al nome dell’allenatore. È una faccenda lunga da raccontare, meriterebbe un saggio quasi antropologico, certamente un’analisi sociale di come viene seguito il calcio nell’età narcisa delle bacheche social e di come poi viene seguito a Napoli durante il ciclo De Laurentiis.
Di quest’eco assordante e noioso tiene conto con ironia Leonardo Salvato su Sportellate, dove dice che questo “è il Conte-ball signori, avete capito bene. La semi-cit. vorrebbe a questo punto che aggiungessi, come un novello René Ferretti perché a noi la qualità ci ha rotto il cazzo, ma faremmo peccato di ingiustizia nei confronti di questo Napoli messo a punto dal tecnico leccese, che di calcio piacevole ne ha prodotto. È un Napoli che studia da grande squadra: essere tali vuol dire anche saper leggere i momenti”
③ I tifosi della bruttezza
► 20 OTTOBRE EMPOLI-NAPOLI 0-1
Il Napoli che ha giocato una partita difficile da commentare in termini tecnici. Perché insomma, l’Empoli ha messo sotto il Napoli per un tempo abbondante”. Ma a Napoli di questo molti son contenti, si sta diffondendo questa misteriosa forma di revanscismo verso il raggiungimento del risultato attraverso 90 minuti di piacevolezza.
In realtà, come sottolinea Paolo Condò su Repubblica, “il Napoli di Antonio Conte sa vincere in molti modi, compreso quello minimalista di Empoli: piegato per non spezzarsi sotto le folate fresche ma leggere del gioco avversario, in attesa che un episodio — pronosticabile vista la qualità dei singoli, compresi quelli che entrano a gara in corso — gli tolga le castagne dal fuoco. È quanto succede col rigore di Kvara (meritevole di applausi nella vignetta è Simeone), e così l’allungo prende ulteriore ossigeno. E siccome dalla vetta il panorama risulta più chiaro, imperfezioni comprese, Conte dovrà capire perché Lukaku ha tirato fuori la prestazione fisicamente più insulsa dopo due settimane passate al lavoro a Castelvolturno, anziché in giro con la nazionale. Era lecito attendersi il contrario. Il Napoli ha affrontato fin qui soltanto squadre della parte destra della classifica, Presto gli scontri diretti ci diranno se il Napoli è davvero pronto per il massimo traguardo”.
④ La vittoria in casa del Milan
► 30 OTTOBRE MILAN-NAPOLI 0-2
Lasciamo stare la classifica. La classifica della Serie A è un quadro finito solo per poco più di un quarto. È come guardare la Gioconda senza che Leonardo le abbia disegnato il sorriso. Non si vede neppure la scollatura accennata, per ora siamo alle mani intrecciate. Nel dettaglio vanno cercati degli indizi, di più non è lecito permettersi, e nei dettagli della squadra in testa alla classifica abita la settima partita senza subire gol. Tante quante nell’intero campionato scorso. Sono segnali e non certezze perché per il terzo campionato di fila il Napoli si presenta indecifrabile. Nell’anno dello scudetto partì con un pronostico addosso da quinto-sesto posto: aveva salutato tutti assieme Koulibaly, Mertens, Insigne e Fabian Ruiz. Nell’anno del post-scudetto partì con la certezza che giocasse a memoria, tsk, questa macchina funzionerebbe con chiunque in panchina, e in effetti a Napoli provarono davvero a metterci chiunque. Ora il dilemma è un altro, capire quale fosse l’anomalia: se lo scudetto – come si è sostenuto con voce stentorea un anno fa – o se invece l’anomalia sia stata proprio l’anno scorso, come si potrebbe avere la tentazione di immaginare stamattina: non per il primo posto del momento ma per il decennio-quindicennio-ventennio di costanza a certi livelli.
Arianna Ravelli su Corriere della sera sfida le ire dei più scaramantici fra i cittadini di Parthenope e dice che “da San Siro escono sentenze: il Napoli è favorito per lo scudetto, il Milan è fuori gioco”.
④ La vittoria a Bergamo dopo la cessione di Kvara
► 18 GENNAIO ATALANTA-NAPOLI 2-3
Antonio Conte, adesso sono Affari Tuoi
Antonio Conte ha pescato in estate il suo pacco a Napoli: dentro c’è scritto il premio dell’anno, come andrà a finire la stagione: da 1 a 20. Il concorrente Antonio Conte sta aprendo giornata dopo giornata gli altri diciannove pacchi che sono sui tavoli. È ormai abbastanza lampante che i pacchi blu sono finiti. I pacchi blu sono davvero dei pacchi nel senso napoletano del termine, il pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loy [la scena principe è qui]. Una fregatura.
È chiaro e lampante che dentro il pacco di Conte non ci sono fregature. C’è un rosso. Affari Tuoi insegna che esiste rosso e rosso, un conto è tornare a casa con 10mila euro, un altro con 100mila, 200mila o 300mila. Da quando è a Napoli con il pacco chiuso davanti a sé, Antonio Conte ripete che non lo hanno chiamato per pescare i 300mila euro. Anche 75mila vanno bene. È la cifra del quarto premio. [TUTTO QUI]
⑤ Il gol di Billing che argina la crisi
► 1 MARZO INTER-NAPOLI 1-1
L’Inter regge, il Napoli regge, reggono tutte e nessuna scappa. Neppure l’Atalanta, la squadra che ha veramente perso la partita finita in pareggio al San Paolo. Chi ricomincia a correre per prima si prende lo scudetto. Conte aveva il rimpianto di aver lasciato 4 punti all’Olimpico contro le due romane nei minuti dall’87esimo in poi. Ieri in quella stessa finestra se n’è ripresi tre, passando da -4 a -1 con un gol di Billing, una delle poche schegge arrivate a Conte dal legno del mercato di gennaio, il mercato in cui si dice che i grandi giocatori non si muovono. Tranne Kvaratskhelia.
Il Mattino racconta la partita di ieri come “un assalto senza sosta, con Inzaghi che rinuncia anche alle ripartenze. Un solo blocco difensivo, un catenaccione vecchia maniera che dà il senso della spinta del Napoli. Il 3-5-2 non aiuta nel riempimento dell’area nerazzurra, con i giganti di Inzaghi che prendono e respingono ogni assalto. E infatti riesce a raddrizzarla solo quando si affida al suo amato 4-3-3 ovvero quando rischia Olivera e piazza Billing che con i suoi muscoli crea scompiglio e imprevedibilità. Che era quello che mancava”.
Francesco De Luca nel suo commento dice che “dopo l’insulso secondo tempo di Como il Napoli doveva dare una risposta. Ed è stata forte, proprio nella ripresa, con l’Inter che è stata assediata”. Marco Ciriello aggiunge che “ora il Napoli è di nuovo una squadra di Conte. Organizzata e con un moto perpetuo alla ricerca del pallone o col pallone tra i piedi che pure quando non trova la porta continua a cercarla. L’energia contiana ha ripreso a girare nei corpi dei calciatori del Napoli ri-animandoli. E ora c’è ancora un campionato aperto, con il Napoli che può giocarselo senza timore”.
Nella sua analisi sul Corriere della sera Paolo Condò sottolinea che “l’Inter stenta a trattenere il risultato che vuole, e avrebbe avuto bisogno dei 4 punti di vantaggio per affrontare le (felici ma inevitabili) complicazioni della Champions e dei due derby di Coppa Italia, che richiederanno tesori di energia nervosa. È rimasta al comando con 14 punti in meno rispetto all’anno scorso, gli stessi 14 che questo Napoli rende alla versione scudetto di Spalletti. Numeri che confermano una competizione fra squadre imperfette, pensate soltanto a una Juve potenzialmente a sei punti dopo tutte le sberle che s’è presa sui vari palcoscenici”.
⑤ L’Inter ne perde due di fila: da -3 a +3
► 19 APRILE MONZA-NAPOLI 0-1
Da qualche parte in Italia dicono che quando la cornamusa è piena, la cornamusa comincia a suonare. È una variante della famosa goccia che fa traboccare il vaso inventata da Italo Svevo in Senilità. Facciamo che forse in omaggio alla scozzesità di Scott McTominay e dei suoi gol che stanno tenendo il Napoli in corsa, Antonio Conte sta interpretando il ruolo della cornamusa. Qualcosa lo ha riempito e quel che otto mesi fa gli pareva sopportabile adesso non lo è più. Probabilmente i numerosi problemi muscolari di questa stagione che si è messo in testa di attribuire ai campi di Castel Volturno. Questi più la cessione di Kvara e il non-mercato per non-sostituirlo hanno dato fiato alle trombe, Turchetti, anzi alle cornamuse.
Monica Scozzafava dice sul Corriere della sera che “urla a gran voce lui chi è, cosa ha fatto e soprattutto cosa non è più disposto a tollerare. Diventa lui il protagonista della vigilia di Pasqua, si prende la scena esibendosi in un monologo di dieci minuti in sala stampa. Le domande non servono, Conte ha una sola cosa nella testa: chiarire le parole della vigilia, togliersi sassolini dalle scarpe contro chi, a suo dire («i media»), ha strumentalizzato, ha fatto «sciacallaggio». Dice a lettere chiarissime che Napoli è il suo presente, non è scontato che sia il suo futuro”.
⑤ In tasca, perso e riacciuffato: la penultima giornata noir
► 18 MAGGIO PARMA-NAPOLI 0-0
Imperfette fino all’ultimo soffio di vita di questo campionato, Napoli e Inter si stanno impegnando per dimostrare che la vera grande occasione perduta di quest’anno si chiama Atalanta. Dopo l’eliminazione dalla Champions per mano del Bruges, Gasperini s’è alzato dal tavolo del triello con un doppio 0-0 in casa contro Cagliari e Venezia, perdendo tre partite di fila a marzo con Inter, Fiorentina e Lazio. Dove sarebbe oggi se avesse tenuto il passo successivo [16 punti in 6 partite, media 2,66] non è così difficile da calcolare.
Quando alla batteria della serie A resta solo il 2 percento della carica, il Napoli è in testa con il numero più basso di punti dai tempi del Triplete di Mourinho e con il numero più basso di gol segnati da quando il campionato è tornato a 20 squadre, otto in meno dei 65 segnati dal Milan di Allegri. È nella condizione di non saper bene se ringraziare sé stesso per essersi fatto trovare al posto giusto nell’anno giusto oppure qualche inconsapevole amico sparso per l’Italia.
Ma ognuno può vincere solo i campionati che gli tocca giocare. Questo è venuto così.
I campioni d’Italia e qualche eco
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ANTONIO CONTE – LA PANCHINA
Non miracolo, ma capolavoro, dice Arrigo Sacchi sulla Gazzetta. Forse è la giusta chiave linguistica. “Senza di lui, siamo onesti, un’impresa simile non sarebbe stata possibile. Antonio non è stato soltanto l’anima del progetto, ma anche il corpo: ha dato tutto se stesso, come fa sempre, per raggiungere l’obiettivo e ha avuto la forza di convincere il gruppo dei suoi giocatori, esercizio per nulla semplice”.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio dice: “Conte non lo invidio, lui riesce sempre a non godere pienamente del trionfo, non l’ha mai pari. Ha conquistato la vittoria più complicata della carriera che lo ricolloca tra i primissimi al mondo. Perché è riuscito a isolarsi dal resto del Napoli entrando in conflitto silenzioso con tutti quelli che non lo capivanoi e non si rendevano conto dell’importanza delle scelte”.
Maurizio Crosetti su Repubblica si occupa del rapporto con De Laurentiis,li chiama “gli Impossibili e facilmente divisibili. Non sono così diversi nel metodo, se pure lo sono nel merito. Antonio è il carismatico che martella e scudiscia, Aurelio l’istrionico che calcola e intuisce. Il presidente è il re dei bilanci: ha speso molto in estate, poco a gennaio, però la bilancia import/export alla fine si è inclinata dalla sua parte. A dispetto delle apparenze, Antonio & Aurelio sono due secchioni. Parlano, a volte recitano e provocano, ma sgobbano e portano a casa il pane. Nessuno ha resistito con loro più di quattro anni, molti non arrivano a due, tempo massimo della sopportazione: mandano via o se ne vanno. Cacciano o si fanno cacciare. Ed è difficile risolvere l’annoso enigma. Di chi è il merito dei successi? Lo scudetto lo vinse Spalletti, oppure De Laurentiis? Lo scudetto l’ha vinto De Laurentiis, oppure Conte? Chi è il più bravo? E perché nessuno riesce a restarlo a lungo? Cosa si guasta, chi rompe cosa?”.
COME LUCIANO SPALLETTI
“Fino a ieri, Luciano Spalletti somigliava al Simon Bolivar raccontato da Gabriel Garcia Marquez. Un uomo appassionato, con un obiettivo. Ma anche un generale perduto nel labirinto di un sogno irrealizzato. Non sarà mai di quelli che si fanno fotografare con le leggende del calcio nei salotti della Fifa o della Uefa. I suoi amici sono quelli di Montespertoli, Montaione, Avane, cresciuti con lui e col fratello: “avanesi ossessivi”, il nome della chat riservata alla strettissima cerchia di intimi. Ognuno di loro, almeno una volta, ha preso un martello e inchiodato una monetina alla console bianca di legno che ha messo all’ingresso della sua tenuta di Montaione. È coperta da cerchietti color bronzo, un’opera collettiva. A lui, dicono, nei giorni buoni basta una martellata per infilare il chiodo fino in fondo. Adora fare regali alle persone a cui tiene, ma mai farne a lui: chi lo conosce, gli porta vecchi strumenti da artigiano o antichi utensili agricoli che colleziona. Radici, appunto” – di matteo pinci, Repubblica, 5 maggio 2023
COME OTTAVIO BIANCHI
“Dicono che mi sono estraniato dalla festa allo stadio, come un aristocratico. Scemate. Mi ha tirato su un operaio, mio padre, non un barone. Mi ha tirato su bene, credo. Col massimo rispetto per gli altri: lo do e lo pretendo. Non sono uno che si mette a fare le capriole in mezzo al campo perché ha vinto lo scudetto. Lo scudetto mi ha fatto piacere anche per la città, ho visto un entusiasmo spontaneo, una gioia pulita. Ora tutti dicono: l’ avevo detto. Da qualche parte ho un ritaglio di giornale dell’agosto scorso, con le previsioni dei quindici tecnici di serie A, quindici perché io non avevo voluto rispondere, come al solito, sulle percentuali-scudetto: il Napoli era al quinto posto. Sono passato per un difensivista, un becchino del bel gioco fiorito. Io continuo a pensare che si vince coi fatti, non con le chiacchiere. Ho costruito una squadra aggressiva, di norma ci difendiamo a quaranta metri da Garella. Col secondo risultato di tutti i tempi, l’ anno scorso, molti dicevano che il gioco era più divertente quando il Napoli lottava per non retrocedere e che la mia squadra era una pessima ambasciatrice per l’immagine della città. Ne riparliamo alla prima sconfitta, arrivederci” – di gianni mura, Repubblica, 12 maggio 1987
COME ALBERTINO BIGON
Bigon, qual è la prima immagine che le viene in mente se parliamo del vostro scudetto?
«Il tragitto da Soccavo allo stadio, il giorno dell’ultima partita: lo facemmo tra due ali di folla. C’era gente che gettava il sale e una tensione pazzesca».
Quali sono stati i simboli dello scudetto del 1990?
«Il mio Napoli aveva un fuoriclasse come Diego, ma nelle prime 5 giornate, senza i sudamericani, lo zoccolo duro degli italiani conquistò 4 vittorie e un pareggio. Tutti in quella squadra recitavano la loro parte e non finirò mai di elogiare lo spirito di sacrificio di Carnevale, la sapienza tattica di Renica nell’impostare il gioco, la corsa di De Napoli, Crippa, Fusi e Francini, ma più in generale un gruppo di ragazzi fantastici che vorrei elencare uno ad uno».
Ai suoi ragazzi del 1990 invece cosa vuole dire? «Molti li sento ancora e ricordo tutti con affetto. Renica, Alemao, Careca, Mauro e Zola… che mi dà ancora del lei». – intervista di andrea ramazzotti, la Gazzetta dello sport
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Italia lo scudetto del Napoli – In Spagna l’addio di Modric al Real e la finale femminile di Champions del Barcellona contro l’Arsenal – In Francia la finale di Coppa di Francia
ALEX MERET – PORTIERE
Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport: “Quando, al primo anno di Spalletti, pasticciando con i piedi, favorì la clamorosa rimonta di Empoli, il suo destino sembrava segnato: sbolognato allo Spezia, la porta a Keylor Navas. Invece restò e vinse lo scudetto. Di questa squadra umanissima, senza mistica divina, il sottovalutato Alex è il volto più dignitoso e rappresentativo”.
COME CLAUDIO GARELLA
Mi chiamo Claudio Garella e sono passato dalle garellate a Garellik. Sono un uomo felice e un calciatore felice. Non chiedo giustizia alla critica, faccio parlare i risultati, che devo dividere con tutti i compagni, certo, ma per qualcosa c’entrerò pure io. Voi dico, dico voi giornalisti in generale, non ce l’ho con lei che mi ha chiamato Compare Orso, anzi mi piace, voi dite che sono brutto, grasso, sgangherato, clownesco, antiatletico, un portiere da hockey eccetera. Io invece dico che sono un portiere vero e non invidio nulla a nessuno, nemmeno a Zenga che pure è il più bravo di tutti”.
A me di non prendere gol per 1254′ non me ne frega niente, sono robe da contabili, a me basta che si vinca 4-3, quello che posso lo paro e sennò amen. Non tengo in casa videotape di partite e nemmeno agendine con le caratteristiche degli attaccanti, mi sembra ridicolo, e non so quanti rigori ho parato nella mia carriera, un portiere mica si giudica dai rigori che para”. “Quel cinese diceva che non importa se il gatto è nero o grigio, basta che prenda i topi. E io dico che il portiere basta che pari, se poi vola come un angelo o la becca di piede, come faccio spesso io, basta che la palla non vada dentro. Se va dentro, per un bel gesto atletico, io batto le mani a chi mi ha infilato. Cosa c’è di strano? Non siamo mica dei selvaggi. Criticatemi pure, dite che sono un portiere da ridere. Forse sono un portiere che sa ridere, scherzare. Le mani sulla città volevo averle io, domenica, in senso buono, per stringerla quant’è grande. Prima mi ha fatto gol Baggio, poi è entrata in porta la felicità, sono così felice che quasi mi vergogno” – di gianni mura, Repubblica, 13 maggio 1987
COME GIULIANO GIULIANI
Gli amici più stretti lo chiamano ancora – e sempre – Giulio. E gli vogliono un bene dell’anima, perché la ferita della sua morte non si è mai rimarginata davvero. Giuliani non è stato il portiere più forte della sua generazione, anche se per due stagioni felici ha avuto il raro privilegio di custodire ciò che Diego Armando Maradona creava. Ed è anche l’unico portiere italiano ad aver parato due rigori proprio al Pibe de Oro. Come uomo, probabilmente non era in odore di santità, ma è stato del tutto scagionato dall’unico reato del quale è stato mai accusato. E in ogni caso nel calcio – di ieri, oggi e domani – si ritrova in buona e qualificata compagnia. In queste pagine viene anche analizzato il dispositivo della sentenza del 1994 del tribunale di Trieste: una liberazione per Giuliani dalle accuse di spaccio e detenzione di cocaina, ma anche uno stress micidiale da sopportare, che ha minato una salute già precaria. Due anni esatti dopo la fine di quella vicenda giudiziaria, con il fisico pesantemente provato dalla malattia, Giulio si spegnerà per le complicazioni di una polmonite, fatali su un corpo ormai allo stremo. In tutto questo quel che conta è un elemento essenziale, piccolo ma prezioso, che pesa più di ogni altro sulla bilancia di una esistenza. Grazie a questa fiammella sempre accesa dentro di sé, Giuliano ha affrontato tutti gli ostacoli che il destino gli ha messo davanti: in famiglia, tra i pali, in un commissariato dei carabinieri e su un letto d’ospedale. Niente e nessuno può spegnerla, nemmeno l’oblio al quale è stato condannato dal mondo del calcio e dal passare del tempo. Questa cosa si chiama dignità. – di paolo tomaselli, da Giuliano Giuliani. Più solo di un portiere [66thand2nd]
GIOVANNI DI LORENZO, TERZINO E CAPITANO
Monica Scozzafava sul Corriere della sera ha scritto: “La pasta è sempre quella del capitano coraggioso. Non quello che ha meritato applausi in tutte le gare della stagione del terzo scudetto, ma lontanissimo quello depresso della stagione da horror. Meno gol ma tanta sostanza, in campo e nello spogliatoio. Un figlio di Napoli, ormai”.
COME PEPPE BRUSCOLOTTI
“Con quel nome: non poteva essere una mammoletta, in campo. Ma non ti faceva male, eh. Ci metteva il fisico, ma il fisico del resto era tutto quello che aveva. Fuori dal campo, sapeva giocare di fino: la fascia di capitano consegnata a Maradona, le cene per i compagni più spaesati e solitari, gli inviti alla squadra nella discoteca di casa, l’angolo costruito insieme alla moglie Mary per cementare il gruppo, far nascere le amicizie. In campo il capitano era Diego, fuori restava lui, Bruscolotti. Il duro, o palo ‘e fierro, l’uomo di acciaio che il 10 maggio dell’87 si sciolse in lacrime quando Diego, il più grande di sempre, gli rimise la fascia su un braccio nudo, negli spogliatoi davanti alla tv di Galeazzi: “Questo scudetto, lo volevo vincere per lui: Bruscolotti” – di rosario bianco, Una Vita Azzurra [Rogiosi editore]
COME CIRO FERRARA
“Fa piacere incontrare un uomo come Ciro, quando ritorno al giornale e ripenso alle cose che ci siamo detti il veleno della città è completamente scomparso. Vorrei che anche il mio carissimo, e bravissimo collega Sandro Viola gli parlasse come ho fatto io, probabilmente aggiornerebbe le ragioni che solo due anni fa lo spinsero, al termine di un lungo viaggio dentro la città, a sentenziare che Napoli era più simile a Calcutta che a una metropoli europea. Ciro Ferrara è un napoletano nuovo, addirittura perfezionista e per niente disponibile a lasciarsi incantare o travolgere. Franco Esposito mi ha raccontato un episodio che completa l’identikit di Ciro e spiega il suo way of life. Marchesi lo fece debuttare in serie A in Napoli-Juventus e gli affidò Boniek. Ciro se la cavò sorprendentemente bene e il giorno seguente i cronisti andarono a cercarlo a casa e al campo per l’intervista rituale, ma non lo trovarono. Quella mattina si era fatto svegliare da mamma Raffaella come al solito alle sette e mezza e aveva raggiunto i compagni di classe, c’era una gita al porto con visita alla portaerei e lui non aveva voluto rinunciare” – di carlo franco, da L’ombra azzurra del Vesuvio, speciale Il Mattino, maggio 1987
SCOTT MCTOMINAY, IL GOL FINALE
Paolo Condò sul Corriere della sera dice che lo scozzese passa alla storia della serie A come “frontman del quarto Napoli campione, ed è una statuetta differente rispetto a Maradona e Kvaratskhelia nei presepi di San Gregorio Armeno. Come già successe all’Inter con Lukaku, Conte è tornato in Italia con un uomo «scoperto» in Premier. Scoperto non in assoluto — McTominay ovviamente si conosceva — ma per come poteva impattare in un torneo diverso da tutti gli altri come il nostro. In un contesto così dipendente dalla tattica, la fisicità dirompente dello scozzese, i suoi tempi d’inserimento e l’istinto per il gol hanno fatto saltare i bunker più attrezzati”.
Fabio Licari sulla Gazzetta: “Quello di Spalletti è stato lo scudetto di Kvara e Osi, i più forti attaccanti del campionato stravinto con largo anticipo, con la partecipazione straordinaria di Lobotka, miglior playmaker d’Europa. Nel Napoli di Conte, più proletario, c’è una stella luminosa, Scott McTominay, l’highlander venuto da Manchester, sponda Red, per squarciare il nostro campionato.Con McT, Conte può sfoggiare una ricchezza di sistemi mai vista: mezzala nel 3-5-2 e nel 4-3-3, trequartista centrale o laterale nel 4-2-3-1, attaccante centrale o esterno di sinistra nel 4-2-4. Il Napoli diventa indecifrabile e con lui conquista superiorità in tutte le zone vitali del campo”.
COME VICTOR OSIMHEN
Emanuela Audisio, Repubblica: “Osimhen è abbastanza anti-Maradona, non nel senso di un contrasto, ma come diversità. Da un indio sudamericano ad un nero africano. Da un numero 10, sensibile alle inquietudini del mondo, a un numero 9 molto pop. Diego era geniale, Victor è improvviso. Un fuoco d’artificio, brucia rapido. Arrivato tra lo scetticismo di quelli che le difese italiane sono strette, con quelle gambe da ballerino molleggiato dove va?
, gli africani sono tutti scomposti e indisciplinati, mi sa che ha il baricentro troppo alto. Se recitare ’A livella era alla portata linguistica di Diego, con Victor non ci siamo, alla sua terza stagione a Napoli parla ancora solo inglese, anche con Spalletti. Maradona si cuciva sulla pelle il riscatto della città, interpretava umori e amori, spesso li dribblava, Osimhen non vuole che la sua infanzia povera da ragazzo che vendeva acqua ai semafori di Lagos diventi una lettera scarlatta, l’eterna pagina del romanzo della sua vita su cui tutti si fermano”.
COME ANDREA CARNEVALE
«Non dimenticherò mai l’atmosfera che si viveva in città. Una tensione mista a gioia, era stata troppo lunga l’attesa per il primo tricolore. Sono gioie che ogni calciatore dovrebbe provare, soprattutto a Napoli, per comprendere quanta passione da parte di un popolo c’è dietro la squadra di calcio». Furono proprio di Carnevale i passaggi fondamentali in classifica che portarono la squadra allenata da Ottavio Bianchi a giocarsi il 10 maggio, il match decisivo contro la Fiorentina al San Paolo. Arrivammo un po’ stanchi alla fine ma avevamo fatto una stagione strepitosa. Un classico di quando arrivano la primavera e il caldo, però avevamo un discreto vantaggio in classifica. Non come la distanza che il Napoli aveva messo quest’anno sulle inseguitrici, però a tre giornate dalla fine sapevamo perfettamente che bastava poco. Insomma, stavamo percorrendo il rettilineo finale e sulla carta ci aspettavano tre gare non proprio impossibili: Como, Fiorentina e Ascoli. Contro il Como allenato da Mondonico soffrimmo, andammo in svantaggio perché segnò Giunta. Il finale fu tutto nostro e riuscii a pareggiare. Di mano? Stoppai appena la palla con parte del braccio, era un’azione in mischia, l’arbitro non vide».
Ricorda i lunghi giorni della vigilia trascorsi al centro Paradiso di Soccavo?
«Bianchi ci faceva una testa così dalla mattina alla sera, aveva ragione: eravamo a un passo dalla meta, sarebbe stato da stupidi lasciarsi andare sul più bello. Provammo a restare concentrati, in parte ci riuscimmo ma dentro di noi eravamo pronti a esplodere. Dicevo a me stesso e quasi non ci credevo: ma ti rendi conto, entreremo nella storia per aver vinto il primo scudetto. Mantenemmo una calma apparente fino al sabato mattina in ritiro ma la sera nessuno riuscì ad andare a letto. Il mister ci rincorreva nei corridoi, entravamo nelle stanze per poi uscirne dopo cinque minuti. Credo che ci addormentammo verso le cinque». – intervista di angelo rossi, Il Mattino
Scusate, e Maradona?
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Marco Ciriello sulla Gazzetta dello sport parla di ubiquicona, un’icona che è ovunque, perché “Maradona sembra aver giocato anche questo campionato, e quindi aver vinto il suo quarto scudetto, anche nel terzo era ubipresente, anzi più il presente calcistico napoletano si arricchisce di titoli più crescono le capacità maradoniane, se a Buenos Aires soffre nella tragicità del processo sulle responsabilità della sua morte, a Napoli vive una felicità ultraterrena, fatta di magie e allegria e attribuzioni, in questo caso è stata la mano di dios e quella di Antonio Conte con i piedi e la testa di Scott McTominay. Maradona è diventato un cerimoniale turistico, con la visita al murale, e poi una presenza fissa e imprescindibile, tutto parla di lui: strade, case e oggetti. È parte dello scudetto a prescindere. Sarà così anche per i prossimi e per i calciatori che verranno, perché è il calcio, anzi si dovrebbe cominciare a usare il verbo maradonare: dove giochi quest’anno? Non gioco, maradono al Napoli”
Una squadra, una città, le sue voci
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| Maurizio De Giovanni sul Corriere della sera parla di “quella misteriosa, inspiegabile, fuori misura e senza senso è l’ansia. Una sottile angoscia popolata di fantasmi, che cresce di momento in momento, che riempie la vita come una macchia di petrolio dopo il naufragio di una nave, ammorbante e nociva. Un’ansia che cambia l’umore, creando risposte brusche e reazioni eccessive delle quali ci si dovrà scusare successivamente a lungo, se non rivolte a chi condivide il sentimento. Cambia il carattere. Persone dolci e remissive diventano aggressive e reattive, senza alcuna apparente ragione. Si sta male, improvvise tachicardie e sottili emicranie. Di un sonno uniforme e ristoratore, nemmeno l’ombra. È lì che arriva la domanda senza risposta: chi me lo fa fare? Ma ovviamente la risposta non c’è. La passione è ingovernabile, ma è anche la lepre meccanica dietro la quale corriamo, Non possediamo la dinamica del derby, il nemico interno non è facilmente riconoscibile da un portachiavi o dalla cover del cellulare. Noi sembriamo tutti uguali, e invece ci dividiamo su ogni singola cosa, presidente, allenatore, terzini, bilanci, stadio, acquisti, cessioni, tutto. Siamo lesionati da centinaia di microfratture, e una cosa e una sola ci unisce, ci omogenizza, fatalmente: la vittoria”.
Antonio Pascale su Repubblica racconta la differenza tra uno scudetto e l’altro. Ai tempi di Maradona “era una Napoli che stava uscendo dalla povertà degli anni settanta. Dal colera. Un po’ di Italsider, un po’ di contrabbando, mixed by Herry e vestiti appezzottati comprati a Forcella, e schiere di sarte che tessevano la trama per i grandi e allora nascenti brand della moda. Un miscuglio, lecito e illecito, luci e vicoli scuri. Il tutto era giocato, però, sulla categoria dell’eccezionalità, ogni cosa che accadeva sembrava un prodotto tipico, non riproducibile, robe che solo a Napoli ‘o sanno fa’. Una poetica moltiplicata dall’aneddotica di De Crescenzo e da certi simpatici fattarelli da esportazione. Anche quei due scudetti rientravano nella categoria.
… Anche se Napoli sembra il colonnato del Bernini, un’enorme piazza con le braccia aperte, come il suo Plebiscito che accoglie schiere di turisti che si muovano in paranza dalle prime luci dell’alba alla sera, anche se la città ospita bellissime stazioni della metro che stanno, per fortuna, sostituendo le cartoline con il pino marittimo, la città, dicevamo, ha ancora molti problemi, a partire dalle affiliazioni ai clan in tenera età.
Di certo lo scudetto non guarirà queste ferite, anche se per un mese dipingeremo case, vicoli e palazzi di azzurro e tricolore.
… Possiamo tuttavia trarne una lezione: una squadra che ha continuità è una squadra che si è data delle regole. Così come una città che si proietta nel futuro è una città dove tutti fanno passi in avanti e non cammina seguendo questo o quel genio. Dire “forza Napoli” potrebbe anche voler dire “forza serietà”. Oltre gli stereotipi. Sarebbe un grido che da Napoli potrebbe innervare un po’ tutta Italia. Una bella lezione”.
Si parlava di Napoli, Italia e questione meridionale anche quando arrivò lo scudetto del 1990. Quando alla fine si scoprì che il vittimismo e il complottismo appartengono agli sconfitti, a qualunque latitudine. Eugenio Scalfari, all’epoca direttore di Repubblica, due giorni dopo lo scudetto del Napoli, scrisse questo:
“Che panorama disastrato e che Stivale pieno di strappi, rammendi, pezze a colore: un vero mantello d’arlecchino, dove intere regioni e popolose città vivono sotto il dominio di bande malavitose, dove una parte consistente dell’economia è stata sottratta alle leggi del mercato e confiscata dalle clientele camorristiche e mafiose, dove il Nord e il Sud si odiano cordialmente e anche non cordialmente, dove i lombardi e i veneti vorrebbero affrancarsi da Roma e dove perfino il Campionato di calcio e lo scudetto diventano l’occasione per riaprire antiche ferite mai rimarginate.
Appena dieci giorni fa Silvio Berlusconi, dopo la sconfitta forse ingiusta del suo Milan sul campo del Verona, sospettava l’esistenza d’un disegno punitivo contro di lui e contro Milano (non usò la parola congiura, ma appunto disegno, che suona in questo caso come sinonimo); e l’altro ieri, a scudetto ormai assegnato, ha fatto gli auguri a Napoli dicendo che, coi guai che quella città si ritrova, forse lo scudetto le farà un po’ di bene. Come dire: moralmente l’abbiamo vinto noi, ma glielo regaliamo volentieri perché un’elemosina ai poveri procura comunque meriti per il paradiso.
Il problema che oggi si discute è un altro: se all’Italia padana non fosse stata attaccata al piede la zavorra del Mezzogiorno, avrebbe marciato più rapidamente, sarebbe stata più felice, più prospera, più efficiente, più europea? Oppure no? Questo è il tema e su di esso bisogna esser chiari a rischio di diventare un po’ impietosi. Mazzini e Garibaldi probabilmente a queste cose non ci avevano pensato. Erano uomini pervasi dall’ideale e dal culto del beau geste, gente di mano e di pensiero insieme. Che sarebbero stati la Lombardia e la Padania e Torino senza l’Unità? Senza il risparmio che per ottant’anni fu raccolto al Sud e trasferito al Nord? E senza la manodopera che nei quindici anni, tra il ’50 e il ’65, affluì a basso prezzo dalle campagne meridionali alla Fiat, all’Ansaldo, alla Pirelli, all’Alfa Romeo di Arese, alla Montecatini di Mestre, alle tessiture del Varesotto, alle meccaniche del Bresciano e del Bergamasco, alle marcite del Lodigiano e del Vercellese? Le Leghe fanno bene a reclamare i soldi del Nord dissipati al Sud e a chiederne conto ai governi di Roma. Ma per giustizia dovrebbero conteggiare i trasferimenti di capitale che sono avvenuti in senso contrario durante i centotrent’anni di storia unitaria. I depositi che le banche hanno raccolto al Sud sono stati reinvestiti per il 70 per cento al Nord: lo sanno questo gli elettori delle Leghe? E se la manodopera meridionale che lavora al Nord rientrasse nei paesi d’origine o non fosse mai arrivata, a quale livello sarebbero ora i salari nella Padania? O quale popolazione di lavoro ci sarebbe in Lombardia, in Veneto e in Piemonte? I turchi? Gli algerini? I marocchini? O chi altro? Certo il Sud è tutto una piaga, la classe dirigente locale una vergogna nazionale, la borghesia meridionale, salvo rare eccezioni, alimenta le clientele, vive di soldi e d’impieghi pubblici, succhia risorse dalle casse dello Stato e spesso collude con mafia e camorra. Un’alternativa c’è stata, nel Sud, per ripulire questa immane cloaca, ed è stata la gente di sinistra, i sindacalisti, il Partito comunista meridionale, una parte della Democrazia cristiana, quei pochi cristi di meridionalisti laici che hanno predicato nel deserto. Ebbene, quest’alternativa non è mai stata realmente vincente per il semplice fatto che il Nord non voleva che vincesse. Turatevi il naso ma votate Dc scriveva allora l’ottimo Montanelli, e in fondo lo scrive ancora. Perché la borghesia settentrionale, quella che conta, quella che pesa, ha sempre preferito un Sud degradato a un Sud di pari dignità economica e politica con il quale fare i conti”.
REWIND
“C’è un piccolo rinascimento, soprattutto culturale ma finalmente non solo culturale, che segue e precede la squadra. La gente sembra avere capito tutto, gli appelli del Napoli sono ordini, 1342 club controllano perfettamente 100.000 tifosi-gendarmi, pensiamo che nessuna città di tre milioni di abitanti avrebbe potuto scaraventarne un milione per le strade e centomila allo stadio con minori danni, con minori intemperanze, con maggiore entusiasmo. Ieri mattina la Napoli che lavora ha ripreso regolarmente il lavoro, l’altra ha ripreso la ricerca del lavoro o del modo di campare senza un lavoro. Noi non vogliamo assolutamente far partire dallo scudetto del Napoli la rinascita del Sud (ci sono pure, qui, manifesti farneticanti contro il Nord, razzisti di razzismo alla rovescia, e attribuzioni di uno «scudetto della civiltà» un po’ eccessive), ma sicuramente vengono segnali buoni da questa impresa calcistica dilatata ad evento cittadino e non solo. La gente comune qui recepisce, patisce assai il Napoli: ed è possibile che qualcosa di buono per Napoli, al di là della felicità che pure non è cosa da niente (ci sono città, paesi ricchissimi che non riescono a comprarla, meno che mai a crearla), nasca da questa storia di scudetto. Dire di più significa forse esagerare, dire di meno significa forse aver paura dei rimbalzi del pallone fuori del campo. La siderurgia di Bagnoli in crisi mangia in pochi giorni il fatturato del Napoli in un anno, ma la presa psicologica di Maradona è enorme. Mancano statistiche precise, le aspettiamo facendo il tifo, ma pare che a Napoli in questi giorni di festa calcistica scippi e rapine e «buchi» nelle vetrine e nelle vene siano diminuiti” – di gian paolo ormezzano, la Stampa, 12 maggio 1987
Aiuto, arrivano i poeti
“Ci fanno una grande paura le interpretazioni – doverose -, imprescindibili, sullo scudetto del Napoli. Temiamo fortemente i letterati e i poeti che non sono mai andati al San Paolo e hanno pronti saggi e liriche di/da stadio, i sociologhi che adesso ci spiegheranno tutta Napoli vista attraverso il calcio, temiamo le tavole rotonde, i processi televisivi, gli evviva doverosi, la doverose perplessità, temiamo che Totò, magistralmente scomodato da Arpino, venga maldestramente usato da troppi. Temiamo i coloristi spinti, e temiamo anche gli snob, gli scettici, i disincantati di professione. Temiamo i socio-rovinologhi (cosa sarà di Napoli dopo la festa?) e i calcio-rovinologhi (cosa sarà del Napoli in Coppa dei Campioni?). Ma temiamo su tutti, per Napoli a cui vogliamo bene, i grandi ritorni sulla scena della città dei suoi esuli (o fuggiaschi) importanti, quelli che di regola spiegano – con amore – i problemi, le miserie, le immondizie di Napoli stando negli attici romani o negli uffici napoletani, e che adesso si approprieranno dello scudetto per proclamare la loro eterna napoletanità e farsi belli di essa. E per farsi scusare il ritardo, per negare la poca fede, diranno che arrivano – dopo – per scaramanzia, per paura di sovvertimenti in extremis della bella cosa, a parlarne troppo prima della definizione ultima. E così si proclameranno più napoletani di quei napoletani poveracci e indebitati che invece, a Napoli, hanno cominciato a fare festa già domenica scorsa. E li fregheranno ancora” – di gian paolo ormezzano, la Stampa, 12 maggio 1987
Capire Napoli
“Capire Napoli non è facile. Non è facile per i napoletani, figuriamoci per gli altri. Una città piena di contraddizioni; meglio ancora, una città bifronte: europea e levantina, moderna e arretrata, metropoli e casbah, vitale e stagnante. Nel lontano 1802, l’esule Vincenzo Cuoco scriveva che la nazione napolitana si poteva considerare divisa in due popoli… la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione… e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l’era utile e che non intendeva. Non fu certo un caso se i popolani avversarono ferocemente la rivoluzione del ’99.
Per anni, gli inviati della grande stampa nazionale a Napoli non hanno fatto che puntare lo sguardo sui panni stesi nei vicoli, sui pazzarielli, su cantanapoli. E, in seguito, sulle gesta della camorra. Dall’altra parte, opponendo luoghi comuni a luoghi comuni, generalizzazioni a generalizzazioni, la classe dirigente (si fa per dire) napoletana faceva del vittimismo protestatario e querulo, attribuiva ogni responsabilità della degradazione di Napoli alle congiure del Nord, cercava di far credere alla gente che la crescita della città dipendesse esclusivamente dalla volontà di riparazione delle proprie colpe da parte dello Stato.
C’erano poi i cosiddetti napoletanisti eredi di Scarfoglio, i quali, per esaltare una Napoli categoria dello spirito, non trovavano di meglio che celebrare la filosofia della miseria; il buon selvaggio del Pallonetto o dei Quartieri dimostrava la sua superiore saggezza, secondo loro, ridendo dei propri mali, quando addirittura non ne traeva ispirazione per le sue canzoni. Se non trovava lavoro, pazienza; anzi in qualche modo la disoccupazione era una scelta di vita. Lo aveva già scritto nel 1835 Alexandre Dumas (nel Corricolo): il lazzarone napoletano è uno che dorme quando ha sonno, mangia quando ha fame, beve quando ha sete. Gli altri popoli si riposano quando sono stanchi di lavorare: lui, invece, quando è stanco di riposare lavora. Lavora, ma non di quel lavoro del Nord, che sprofonda l’uomo nelle viscere della terra per estrarre il carbone, che lo curva sull’aratro, che lo sospinge sui tetti spioventi… bensì di quel lavoro giocondo, spensierato, trapunto di canzoni e di lazzi… Nessuna voglia di faticare sul serio, dunque; ma in compenso nessun rancore, nessun desiderio di rivalsa né individuale né collettiva. E lo stereotipo era destinato a durare. Quarant’anni più tardi, Renato Fucini si scandalizzava per l’ossequiosità dei poveri di Santa Lucia verso i forestieri ricchi: Eccellenze e riverenze e atti d’umiltà indecorosi. Roba dell’Ottocento, direte. E invece no. Ancora negli anni Sessanta il direttore del Mattino (che era Giovanni Ansaldo) esaltava la povera gente che, a suo dire, gioiva vedendo entrare i signori nel San Carlo: quantunque moltissimi napoletani non siano mai entrati nel teatro, osservava benevolmente Ansaldo, grazie a quella totale assenza di astio sociale che costituisce il pregio maggiore del popolo napoletano, quei moltissimi non invidiano affatto quei fortunati che vi possono mettere piede…
Nessuno sembrava sospettare che la felicità stracciona fosse null’altro che una rassegnazione prodotta da secoli di promesse non mantenute, di governi e amministrazioni corrotte, di frustrazioni e di inganni. Una rassegnazione, peraltro, sempre tinta di ironia, anzi di autoironia, al tempo stesso salutare e dannosa: salutare perché costituiva una barriera contro la disperazione, dannosa perché si traduceva in scetticismo circa la propria capacità di ribaltare le cose. Significative, al tempo dei Borboni, le battute che si moltiplicavano nel popolo a proposito dell’esercito di Franceschiello. Come ad esempio questa: Capità, fuimme (scappiamo)? Aspettate l’ordine. E’ stata la stessa autoironica rassegnazione, io credo, a far sì che fin dal 1926 i napoletani scegliessero il ciuccio come simbolo della loro pur amatissima squadra di calcio. Non un lupo, non un toro, non una zebra, non un biscione. No, un asinello, l’animale pieno di piaghe, la paziente bestia destinata a ricevere in eterno bastonate. E lo raffigurarono, quel ciuccio, mentre calciava un pallone con le zampe posteriori, senza dunque veder neppure dove lo spediva. E il motto fu: Ciuccio, fa tu. Ma un ciuccio, che può fare? Può soltanto perdere.
Dopo sessantun anni, oggi lo scudetto è finalmente arrivato. E qualcuno va nuovamente a caccia del pittoresco, magari nascondendo sotto la dichiarata simpatia una sfumatura di indulgente superiorità davanti alle nuove sfrenatezze piedigrottesche. Mentre qualcun altro, all’ opposto, dilata la portata dell’ avvenimento, facendone un punto di partenza (se non addirittura un punto di arrivo) per la riscossa di Napoli, ciò che è indubbiamente improprio, esagerato e forse pericoloso. Ma non è né improprio né esagerato, io credo, osservare che in certi casi la conquista di uno scudetto del primo scudetto, si badi ha risvolti che vanno al di là di un primo posto nella classifica di un campionato. E’ come aver messo piede in teatro, per chi finora s’ era dovuto contentare di guardare quelli che vi entravano. E’ un momento di felicità regalato a tanti napoletani: sia quelli che vivono nella loro terra, sia quelli costretti ad andare in giro per il mondo e che per un giorno si riappropriano della loro comune identità; e non c’ è bisogno di storcere il naso se questo risultato nasce dalle traiettorie di un pallone. E’ una vittoria che, non essendo dovuta allo scalciare fortuito e scomposto di un somaro, ma frutto di un lavoro serio, intelligente e condotto senza finalità nascoste, può contribuire a dissipare lo scetticismo e la rassegnazione”– di rosellina balbi, Repubblica, 12 maggio 1987
ADDII
Lo sport in bianco e nero fotografato da Salgado
Il fotografo franco-brasiliano Sebastião Salgado è morto a 81 anni: lo ha annunciato l’Académie des Beaux-Arts. Ripubblichiamo la segnalazione di un pezzo uscito su L’Equipe qualche mese fa
Sostiene Salgado che la fotografia è un privilegio. Permette alle persone di vedere quello che hai visto tu. Il tempo trascorso a fotografare è solo l’uno per cento di quello impiegato a riflettere, preparare, progettare. Questo è il punto.
Sostiene Salgado, Sebastião Salgado, che le foto sportive più pure sono state scattate durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, perché erano in bianco e nero, e adesso si è persa quell’abitudine di «catturare un gesto senza che fosse edulcorato dagli orpelli del colore».
Ha detto proprio così in una lunga intervista rilasciata a L’Équipe Magazine, in occasione di un numero intero dedicato alla fotografia. «Dovreste discuterne tra di voi – ha detto – e dovreste ricominciare a fare dei reportage in bianco e nero. Non dico tutto. Ma Jacques Tati diceva che troppi colori distraggono lo spettatore».
Per più di mezzo secolo, Salgado ha guardato il mondo in bianco e nero. Nel 1986 venne ingaggiato da Libération per seguire il Tour de France. Ha un laboratorio in Quai de Valmy, a Parigi, dove tiene catalogati i contenuti dei 67.000 rullini accumulati prima del passaggio al formato digitale.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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