Lo Slalom del 20 maggio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

      

Guai a sognare: il risveglio è la sofferenza più acuta

Primo Levi

     

►  LA LEGA Calcio ha deciso che le due partite forse decisive per lo scudetto [Napoli-Cagliari e Como-Inter] vanno giocate venerdì sera, per tenersi aperta la possibilità di organizzare un’eventuale spareggio nella giornata di lunedì, con buon anticipo sulla finale di Champions dei nerazzurri

◇  Francesco Farioli ha annunciato che lascerà la panchina dell’Ajax dopo una sola stagione. La squadra si è fatta rimontare 9 punti di vantaggio e ha lasciato il campionato al PSV. L’Équipe la definisce una decisione inattesa

◇  Due quarti di finale dei play-off di basket sono sull’1-1: Trento ha pareggiato i conti con Milano e Trieste con Brescia. Il solo 2-0 è quello di Trapani su Reggio Emilia. Stasera Virtus-Venezia

◇  Filippo Tortu si è avvalso della facoltà di non rispondere ai pm che lo hanno interrogato sulla storia dello spionaggio di cui è accusato a suo fratello nei confronti di Marcell Jacobs

 

 

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# 1 giorno alla finale di Europa League

 

I sogni rosa di Isaac Del Toro

C’era un direttore una volta in un giornale che disse basta, non ne poteva più di leggere fra i titoli dello sport che Tizio sogna questo, Caio sogna quello, ogni giorno qualcuno sognava qualcosa. In alternativa accadeva che una tale squadra o un certo campione vacillassero, e quindi nel titolo finiva per tremare. Non è possibile, sosteneva il direttore, che nello sport o si sogna o si trema, o dormono tutti o soffrono di Parkinson [Non erano ancora tempi da politicamente corretto]. 

Peraltro non è ancora definitivamente chiaro dopo quanto tempo si cominci a sognare. Gli studiosi ogni tanto ancora si dividono su questo punto. Dormire occupa circa un terzo della nostra esistenza, rappresenta una delle attività principali della giornata e in quello stato di apparente quiete succedono moltissime cose: le tossine se ne vanno, le funzioni cognitive si rafforzano, qualche volta Sophie Marceau si innamora di te. 

L’aspetto scientificamente più affascinante dei sogni non è tanto la scoperta che l’elettroencefalogramma durante la fase REM mostra il cervello attivo come in uno stato di veglia: si consumano ossigeno e glucosio come da svegli. L’aspetto più affascinante dei sogni consiste nel fatto che il corpo si paralizza. Le tossine se ne vanno, le funzioni cognitive si rafforzano, ma quando si manifesta Sophie Marceau la muscolatura di gambe e braccia vive un fenomeno di atonia non ancora abbastanza compreso, probabilmente una risposta protettiva dell’organismo, una funzione di blocco che impedisce movimenti avventati e imprevedibili. 

Se tutto questo è vero, quel direttore aveva due volte ragione. Primo: per gli abusi linguistici. Secondo: per questioni di razionalità. Come può tizio sognare la maglia rosa, se proprio nel sogno le gambe non girano e la maglia rosa diventa irraggiungibile? 

Ora, il fatto che al Giro d’Italia stamattina parta con la maglia rosa un giovanottino del Messico ci getta inevitabilmente fra i cliché e nei paraggi della siesta. Anzi: la cultura della siesta, la pausa pomeridiana di 20-30 minuti che segue il pranzo. È un rituale dalle radici antiche, risale ai tempi dell’Impero Romano, quando la pausa durante le ore più calde del giorno era essenziale per trovare sollievo. Gli studiosi di Harvard sostengono che con l’urbanizzazione e il cambiamento degli stili di vita il rito sta scomparendo dalle grandi città spagnole. Può darsi. Tuttavia gli eredi degli ex sudditi della corona di Spagna che tuttora vengono generati in Parthenope sanno che l’abitudine resiste. Dicesi: mezóra. Linguisticamente è complemento oggetto di farsi [Mi faccio mezóra].

Il povero Isaac Del Toro deve scontare tutto questo. Se sei messicano, ti disegnano con il sombrero mentre fai la siesta. A nessuno verrebbe in mente di fare lo stesso con Yukiya Arashiro, il primo giapponese con Fumiyuki Beppu ad aver concluso un Tour de France. Eppure la cultura del sonno in Giappone è altrettanto radicata. Viene esercitata in un contesto di minimalismo e funzionalità. Il futon, un materasso sottile e flessibile, può essere spiegato e ripiegato durante il giorno. Eppure, l’inemuri giapponese – dormire in pubblico o al lavoro mentre si è presenti – viene considerato un segno di dedizione. [In Parthenope è l’azione dell’abboccarsi – piegarsi su un lato]. 

Neppure Mads Pedersen oggi, o Knut Knudsen e Tommy Prim in passato, sono stati inseguiti dall’idea che il sonno, il sogno, potesse far parte delle abitudine quotidiane, eppure i popoli del nord Europa portano i bambini all’aperto per un pisolino, nella convinzione che l’aria fresca favorisca il sonno e che il sonno rafforzi il sistema immunitario. 

Ora che Isaac Del Toro è in maglia rosa, ora che probabilmente comincia a sognare di poterla tenere fino ai giardini del Vaticano e fino alla tappa di Roma, a noi divaneur non resta che approfittarne per fare propaganda al sonno polifasico, la distribuzione di più mezóre nell’arco della giornata. Lo fanno i monaci buddisti per dedicare più tempo alla meditazione, ma lo fanno pure i signori di Wall Street per aumentare la produttività e avere più ore di veglia, come spiega il Journal of Sleep Research.

La faccenda della maglia rosa rischia di farsi parecchio complicata. Perché se Isaac Del Toro davvero sogna di tenersela, dovrà stare parecchio con gli occhi aperti. Dovrà guardarsi da avversari e compagni di squadra. In Spagna lo stanno descrivendo come il nemico in casa di Ayuso che non sa dove può arrivare [El Mundo]. L’uno e l’altro corrono per la squadra di Tadej Pogacar, e dunque sono allenati al cannibalismo. All’ultimo Tour Ayuso si è manifestato in tutta la sua riluttanza al gregariato estremo. Così questo primato di Del Toro nella corsa in cui sarebbe toccato a lui fare da capitano pare uno scherzo di Nemesi, la punitrice dell’egocentrismo attraverso le alterne vicende della storia. 

Nel giorno di riposo, nel cuore della conferenza stampa, la UAE ha cercato di diffondere l’immagine di una squadra serena e di buon umore. Ayuso ha fatto un aeroplanino di carta e l’ha lanciato. Hanno quattro corridori fra i primi-10 in classifica, non solo Del Toro in maglia rosa, timido, voce bassa, distante da ogni tentazione di proclamarsi in diritto di qualcosa. «La mia strategia è dare il massimo» ha detto. E Matxin, il direttore sportivo, ha aggiunto che «la situazione non cambia, abbiamo due leader, Juan e Adam Yates. La mia domanda riguarda gli avversari: come ci attaccheranno?». 

Ayuso si era ben preparato. «Se mi avessero detto che a questo punto della corsa avrei avuto più di un minuto di vantaggio su Roglic, avrei firmato. Voglio vincere il Giro. Ma se devo perderlo, meglio che lo vinca Del Toro». 

El Mundo ha scritto: Il problema per Ayuso, per la UAE e per Matxin è che tutto è così nuovo per Del Toro, nessuno è veramente consapevole di quel che potrebbe fare. Nel podcast Under the Jersey ha raccontato la sua predilezione per le strade di montagna, per gli attacchi alla Alaphilippe e per i ritmi alla Froome. Ma è bravo pure a cronometro, soprattutto non sa bene in cosa sia più bravo. Di buono c’è che alla prima uscita in maglia rosa, oggi tra Lucca e Pisa, non ci saranno né imbarazzi né strategie. Nessuno è il gregario di qualcun altro. La classifica stasera sarà più limpida. 

Per Del Toro si tratta della cronometro più lunga della sua breve carriera. 

El País parla esattamente di sueño e Carlos Arribas ricorda come il Giro sia il romanzo storico dei tradimenti, delle pugnalate alla schiena, da Roche a Visentini, da Cunego a Simoni. Il melodramma si amplifica addentrandosi nella Toscana degli intrighi di palazzo, le trame dei Medici, dei Guelfi e Ghibellini, gli ispiratori delle grandi cospirazioni shakespeariane

Secondo El País Ayuso dovrebbe attribuire un nuovo significato a quanto accaduto il secondo giorno a Tirana, durante la cronometro, quando cadde dentro una buca la borraccia su cui era incollato il foglietto che riportava certi dati scientifici, certi calcoli biomeccanici acquisiti nella galleria del vento di cui tenere conto in corsa. Alla luce di quanto è successo domenica – l’attacco di Del Toro e la passività di Adam Yates – potrebbe perfino essere stato un segno. 

Ayuso ha detto che stavolta spera la borraccia tenga. Per giunta la rivista Rouleur ricorda come l’ultima volta che uno spagnolo sembrava destinato a essere il leader della sua squadra al Giro per la classifica venne battuto da un compagno di squadra latinoamericano. Era il 2019 e Mikel Landa fu spodestato nelle gerarchie da Richard Carapaz. Era il periodo di massimo splendore nelle tensioni dentro la Movistar con Nairo Quintana e Alejandro Valverde. 

El País riferisce maliziosamente che in squadra inizia a circolare la consapevolezza che la cultura ciclistica tutta italiana di Del Toro è molto cara ai direttori tecnici tutti italiani, Baldato, Guidi e Mori, che il messicano conosce da quando è arrivato quattro anni fa nel paese: era un junior e da allora vive a San Marino, nello stesso isolato dei giovani Tiberi, Pellizzari e Piganzoli

Perciò adesso Ayuso trema. Tutta questa simpatia in squadra se la sogna. 


  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Francia le polemiche di Longoria – In Italia il duello scudetto – In Spagna il dopo Liga tra Real e Barça

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La superiorità del Chelsea nel movimento femminile inglese

    Il diavolo si nasconde nei dettagli. Il dettaglio nel quale si nasconde il diavolo della mancanza d’equità nel calcio femminile inglese è la tripla sostituzione fatta da Sonia Bompastor al 97esimo minuto della finale di Coppa d’Inghilterra fra il suo Chelsea e il Manchester United. Sul risultato di 3-0, al termine di una stagione chiusa con 30 partite senza sconfitte e gli altri due successi in campionato e Coppa di Lega, mentre Wembley era pieno di bandiere blu, ha fatto entrare Guro Reiten, Sjoeke Nüsken e Johanna Rytting Kaneryd. Come dire: 198 presenze in nazionale complessive, 14 scudetti e 26 trofei. Stavano tutte in panchina. Jonathan Liew definisce sul Guardian quei minuti come la mancia di 50 sterline che dai al cameriere perché te la puoi permettere. Poi passa a considerare la superiorità del Chelsea sul resto del panorama. Una superiorità che ha trovato la sua sfacciata evidenza nella presenza di Serena Williams nel palco reale accanto al marito, comproprietario del Chelsea. 

Allo stadio invece non c’era sir Jim Ratcliffe, forse aveva un impegno più urgente che gli impediva di partecipare: qualcosa che avesse a che vedere con gli acetili, direi, o un incontro molto importante su una barca da regata. Comunque non lo si può certo biasimare per aver preso le distanze da questo agguato inevitabile, l’inevitabilità di una squadra sottofinanziata che veniva fatta a pezzi da giocatrici più veloci, più brave e più amate.

In settimana si è molto parlato nell’ambiente di un’intervista rilasciata dall’ex portiere della nazionale statunitense Ashlyn Harris. Ha detto: «Io scelgo di essere eccezionale ogni singolo giorno. Non ho niente a che fare con la gente comune. Mi mette a disagio. Non mi piace stare nelle stesse stanze, negli stessi spazi». Liew dice che Sonia Bompastor è invece fin troppo consapevole di sé per esprimersi in termini altrettanto provocatori, eppure anche lei all’Observer ha detto che uffa che noia, uffa che barba, ma perché gli altri club non fanno uno sforzo per recuperare tutta questa distanza dal Chelsea se è vero che si sono stancati della loro egemonia, eh, perché non fanno concorrenza? Un po’ come quando Massimo Troisi andò a ritirare un premio a Taormina e disse che in albergo non aveva visto nemmeno un povero, e poi i poveri si lamentano pure, perché non prenotano una settimana a Taormina invece di lamentarsi sempre? 

Che significa competere con il Chelsea? Significa: andate a trovarvi un allenatore che abbia vinto la Champions League. Andate a ingaggiare il vostro difensore da record mondiale. Andate a trovarvi un magnate della tecnologia che sia multimilionario. Trovatevi la vostra sorella Williams. Trovatevi – ha scritto Liew – un terreno nella zona ovest di Londra. Il Chelsea si è mosso per primo e ora gode di un vantaggio. Lo United dispone dell’uomo più ricco della Gran Bretagna, sebbene sembri più preoccupato di risparmiare qualche migliaio di sterline per le feste di Natale del personale anziché trovarne per Linda Caicedo. Come si trasformerebbe lo United se pure Ratcliffe scegliesse di essere eccezionale ogni singolo giorno?

   

La spursità spiegata a Postecoglou

La scoperta fatta qualche giorno fa da The Athletic è abbastanza raccapricciante. Non c’è nell’albo d’oro delle coppe europee una squadra con una classifica più mediocre rispetto a quella con cui si presentano domani sera in campo Manchester United e Tottenham, le ultime due della Premier League eccetto le tre già retrocesse. Editoriale: gulp. Fine dell’editoriale. Le regole UEFA offrono la promozione in Champions a chi vince il torneo, così in mezzo alle squadre con lo scudetto avremo mescolate la 16esima e la 17esima d’Inghilterra. Peraltro si sta manifestando uno scenario in cui è possibile che il campionato inglese abbia fra un anno 10 squadre nelle coppe.

Ange Postecoglou dice che la vittoria del Tottenham sarebbe una cosa enorme. Quando è arrivato a Londra ormai quasi due anni fa, gli domandarono cosa pensasse della parola Spursy. La sua risposta fu: eh? Gli inglesi pensano che dobbiamo sapere tutto delle loro cose, delle loro parole, dovettero spiegargli che l’aggettivo spursy e il sostantivo derivato spursiness indicano una certa fragilità della squadra quando non riesce a soddisfare le aspettative e crolla in vista del traguardo. Postecoglou gonfiò i polmoni, si impettì e disse che no, basta, con lui tutta questa spursità [o questa spursaggine, questa spursevolezza] non si sarebbe più manifestata. 

Ora, nel bel mezzo del peggior campionato da 31 anni a questa parte, il signorino Ange si trova in effetti a una partita di distanza da una coppa. Ha già battuto tre volte il Manchester United in questa stagione, due volte in campionato e anche per 4-3 nei quarti di finale della Coppa di Lega a dicembre. Erano in vantaggio per 3-0 al 54esimo minuto e nel giro di mezz’ora si fecero prendere sul 3-3. Ci volle un gol memorabile di Son Heung-Min per non essere spursy pure allora. Domanda: chi è favorito mercoledì? C’è il rischio di spursità o no?

Scambiare un faro per la banca dell’acqua: come dirlo ai complottisti 

  L’Olympique Marsiglia ha chiuso il campionato al secondo posto e L’Équipe dedica oggi la sua prima pagina al presidente Pablo Longoria, vecchia conoscenza pure del calcio italiano: ha lavorato nell’area scouting di Atalanta, Sassuolo e Juventus. Quest’anno si è preso una squalifica di 15 giornate per aver dato del corrotto a un arbitro. Olé. Ieri ha fatto sapere di aver dato incarico a degli architetti di fama internazionale di valutare l’affidabilità del VAR sulle linee di fuorigioco che vengano tracciate e di aver prova che ci sono delle irregolarità. Un uomo come si vede che lavora per la serenità. Ha parlato di totale mancanza di coordinamento tra il protocollo VAR e l’arbitraggio in campo. 

In effetti nulla che non si ascolti ogni tanto pure altrove. La differenza è che in Francia L’Équipe gli fa un ritratto gigante e lo definisce artefice di una visione antica del calcio e anche ossessionato dall’arbitraggio

Scrive Mathieu Grégoire da Marsiglia che per riassumere più semplicemente: se un risultato non è positivo, dopo che dirigenza dell’OM ha lavorato duramente a monte è necessario trovare un colpevole a valle (il che è spesso problematico) ed eliminarlo. Un operatore VAR che fa il tifo per il PSG, autorità corrotte. Longoria è un sostenitore della politica aggressiva del Real Madrid su queste questioni, spesso invoca i nemici esterni e dice di di essere uno contro tutti (come ha fatto su LinkedIn otto giorni fa, senza mai specificare chi siano, e in ogni caso senza poter avere alcun controllo su tutto questo

Nel finalone del pezzo, il giornale francese dice che andrà tutto meglio quando sia le vittorie sia le sconfitte saranno responsabilità esclusiva del settore sportivo, e non di Cindy della biglietteria o di René il giardiniere.

   

Le ristrutturazioni di Antonio Conte

Domenica sera c’era una sola possibilità su nove di consegnare lo scudetto [ce l’aveva il Napoli], per l’ultima giornata salgono a otto su nove e solo una conduce allo spareggio [se il Napoli perde e l’Inter pareggia]. Sei combinazioni di risultati darebbero lo scudetto a Conte, due a Inzaghi: nessuno dei due sarà in panchina fra tre giorni, squalificati entrambi perché abbiamo deciso di vivere così questo finale di stagione, con le vene gonfie alla gola e spettinati. 

Nel dopo-partita di Parma, Conte ha infilato due-tre frasi per mettere distanza fra sé e la piazza, o meglio: fra sé e il futuro in questa piazza. Secondo Massimo Ugolini [ne ha scritto su Sky Sport Insider] lo sfogo nella pancia del Tardini non è tanto figlio delle difficoltà generate dalla cessione del giocatore più forte della rosa quanto delle critiche, a suo dire ingiuste, ricevute nell’ultimo periodo in merito alla qualità del gioco prodotto. Un atteggiamento capzioso, a detta dell’allenatore, di una parte della critica che non ha voluto riconoscere i limiti strutturali della rosa, composta ancora da otto reduci del terzo scudetto, è vero, ma allo stesso tempo priva di quei giocatori che avrebbero potuto garantire una rotazione più profonda e di maggior qualità, favorendo in questo modo una migliore gestione del gruppo

La piazza sarebbe dunque più semplicemente la folla di opinionisti, in mezzo alla quale un bravo allenatore aiutato da bravi dirigenti dovrebbe però saper dividere il grano dal loglio.  Mai nessuno che ascolti quello che dicono i vicoli, le rotonde, i rettifili. Conta solo la piazza. 

Daniele Dallera sul Corriere della sera vede invece rischio che Conte fugga da Napoli, un testacoda che non dovrebbe commettere, perché ha ancora due anni di contratto. E gli accordi si rispettano. I capolavori nazionali possono diventare europei (proprio come sta provando Inzaghi), il Napoli e la città non si meritano un divorzio improvviso e improvvisato. La società, vale a dire Aurelio De Laurentiis, gli ha garantito un generoso mercato, da 150 milioni di euro, accompagnato da un rispettoso silenzio. Cosa che non ha fatto in queste settimane Conte con una insalata di parole, lontana dalle riflessioni interessanti e originali alle quali ci ha abituato, che prevede una fuga, magari un ritorno, là dove lo aspettano a braccia aperte. Sarebbe un peccato, Europeo. Ma forse è questo il punto: Conte bada solo agli scudetti e alle ristrutturazioni. Ha fatto così anche all’Inter

Con le ristrutturazioni girano i bonus. 

Sister Act sulla terra di Parigi

Intanto ieri sono cominciate le qualificazioni al Roland-Garros in mezzo a una atmosfera vivace, canti a squarciagola e magliette personalizzate secondo la descrizione di Eloi Thouault per L’Équipe. Il pubblico francese è già in delirio per il torneo. Magliette bianche, scritte fucsia, distribuzione selvaggia sugli spalti. Sembra un negozio pop-up nel cuore di Parigi, in realtà ci troviamo sul campo 14 del Roland-Garros. Dove Carole Monnet, la giocatrice numero #227 del mondo, ha messo un amico a distribuire t-shirt con il suo nome per festeggiare la fine dei tre mesi di pausa a cui è stata costretta da una periostite alla tibia destra.

È solo una delle molte storie che si nascondono nel tabellone preliminare, a Parigi e altrove, nelle banlieue del tennis d’élite. A leggere le partite di oggi, per esempio, si potrebbe restare spiazzati dalla presenza in programma di Mpetshi Perricard, il ragazzone di 2 metri e 03 con il servizio fulminante, numero #32 del mondo. E che ci fa nelle qualificazioni? Ma poi: non sta giocando pure il torneo di Amburgo?

Esatto. Ma il Mpetshi Perricard in tabellone è in realtà una Mpetshi Perricard, sua sorella Daphnée, 16 anni, la piccolina che ha iniziato a seguirlo ovunque finché inevitabilmente ha voluto provare anche lei. La famiglia vive a Lione e lo sport è nei loro geni, spiega il sito del torneo. Papà Ghislain è stato un calciatore semiprofessionista, mamma Sylvie giocava a pallavolo e sua sorella Ariane a basket. Oggi viaggia con Daphnée non per fare la madre invadente né per cimentarsi nell’allenamento, ma per prendersi cura di lei e offrirle qualcuno su cui contare quando le cose non vanno bene, ma anche per essere una persona che la tenga con i piedi per terra quando tutto funziona. Come Giovanni, un ragazzo equilibrato che accetta gli alti e i bassi e continua a impegnarsi

Daphnée è allenata da Thomas Voiturier da otto anni. Pare che colpisca forte da fondocampo e abbia pure lei un buon servizio. Il suo numero nella classifica mondiale è il 1221. Oggi è di scena sul campo numero #7 contro Gabriela Knutson, 28enne, numero 199 del mondo che viene dalla Cechia. 

▥   Bianca Andreescu non ha lasciato neppure un game alla sua avversaria cinese Xinxin Yao nella prima partita di qualificazione. Ha vinto in 57 minuti con 29 vincenti. 

▥   Forse per una forma d’attenzione verso chi ha comprato i biglietti, la wild card francese Margaux Rouvroy e la giapponese Haruka Kaji [rovescio a una mano] sono state in campo ieri per 3 ore e 40. La signorina Margaux era arrivata a due punti dalla sconfitta nel secondo set prima di riprendersi, finire sotto 4-2 nel terzo, rimontare di nuovo e vincere.

▥   Bernard Tomic ha vinto la sua prima partita al Roland-Garros dopo sette anni. Ha battuto Coleman Wong da Hong Kong. Cioè. Non è che l’ha battuto da Hong Kong, no, non che lui fosse lì e l’altro a Parigi: avrebbe dovuto tirare veramente forte. È Coleman Wong che viene da Hong Kong.

▥   E niente: Fabio Fognini ha perso all’età di 37 anni la sua ultima partita parigina, battuto al primo turno delle qualificazioni dallo statunitense Nicolas Moreno de Alboran. Proprio a Parigi ha ottenuto il suo miglior risultato in uno Slam, i quarti di finale 2011, quando il quarto di finale di un italiano produceva nel paese fremiti di eccitazione. Ciao artista lo saluta il sito del torneo. De Alboran invece giura che non immaginava fosse l’ultimo Roland-Garros di Fognini, e del resto cosa sarebbe cambiato. Nella sua carriera, due anni fa c’è stato uno stop per una grave forma di dengue che lo portò quasi in coma farmacologico.

▥   All’età di 19 anni si presenta invece a Parigi la nuova grande promessa spagnola, si chiama Martin Landaluce e dopo tre ore di partita ha superato il boliviano Murkel Dellien, 10-8 nel super tie-break dopo essere stato sotto per 3-5 nel set finale. Landaluce è coetaneo di Joao Fonseca. 

  Marin Cilic vs Wu Yibing. Campo numero 14, quinta partita

Vent’anni fa Cilic era un ragazzino croato di grandi aspettative e su questi campi vinceva il torneo jr battendo in semifinale uno spilungone scozzese di nome Andy Murray. In effetti le promesse sono state mantenute [un titolo a NY nel 2014, una finale a Wimbledon nel 2017 e una a Melbourne nel 2018]. In quegli stessi giorni un ragazzetto spagnolo con una maglietta senza maniche vinceva il primo dei suoi 14 titoli fra gli adulti. Oggi sia Nadal sia Murray sono felicemente sul divano, ma Cilic ancora si alza la mattina, prende la borsa, infila le racchette e va, esce, gira il mondo, si allena, gioca. Un grave infortunio al ginocchio ha richiesto due interventi chirurgici che lo hanno tenuto lontano dai campi per gran parte delle ultime due stagioni. È uscito dai primi-100 e all’età di 36 anni deve accettare le peripezie dei tabelloni di qualificazione, dove mettersi alla prova contro i teenager. Te li ricordi, 

  Sara Errani vs Jule Niemeier. Campo 14, seconda partita

Anche a Sara Errani questi campi sbloccano dei ricordi – come dicono le più giovani. A Parigi ha toccato il culmine della sua carriera da singolarista facendo la finale 2012 contro Maria Sharapova, nelle settimane in cui vinceva il primo dei suoi cinque titoli Slam da doppista. Sul suo cammino si pararono quattro campionesse dello Slam [passate o future] e le sbaragliò una dietro l’altra, da Ana Ivanovic a Svetlana Kuznetsova, da Angelique Kerber a Sam Stosur. 

Da otto anni a questa parte non è maggio se Sara Errani non gioca le qualificazioni al Roland-Garros. Una specie di percorso parallelo e senza pressioni alla carriera in doppio tuttora gloriosa assai. Nelle qualificazioni femminili di Parigi spiccano pure altri nomi. Bianca Andreescu ha solo 24 anni e ne sono trascorsi cinque da quando sorprese Serena Williams e vinse il titolo a Flushing Meadows. Poi infortuni, questioni di benessere mentale, adesso gioca il quarto torneo appena dal 2024 dopo una pausa di sei mesi e la classifica numero #121. Ma sta ricominciando a battere giocatrici che sono pure fra le prime-20. 

Ah, e poi c’è Taylor Townsend, una delle beniamine del mezzadro di Slalom che alla sua storia si dedica spesso e volentieri. Durante una partita di doppio a Miami c’è stata una brutta caduta, una lieve commozione cerebrale, un periodo di stop. Ripartiamo. 

Con Linda Fruhvirtova – e con sua sorella Brenda – siamo invece dalle partite della tipica storia di adolescenti prodigio molto attese, molto attese, molto attese, finché il mondo del tennis si tufa di aspettare e si mette ad attendere un’altra teenager. Linda è la maggiore e ha avuto il suo momento di gloria nella seconda settimana degli Australian Open 2023, fino a entrare fra le prime-50 della classifica, e dopo puff, una serie di infortuni che l’hanno scaraventata di nuovo al #145. Ha giocato una finale al piccolo torneo di Puerto Vallarta e negli ultimi quattro Slam non ha passato le qualificazioni. 

Tamara Zidansek è stata lo stupore dell’edizione 2021, quando arrivò in semifinale senza essere testa di serie, prima slovena a spingersi così lontano in un torneo Major, manco fosse una ciclista. La sua varietà dei colpi brillò in quelle due settimane, quando batté Andreescu e Badosa prima di soccombere davanti ad Anastasia Pavlyuchenkova. Ora gli anni sono 27, la posizione è oltre la #150, in compenso ha smesso di fare la maestra di sci d’estate per mantenersi. 

  Christopher Eubanks vs Jurij Rodionov. Campo 8, seconda partita

Due anni fa Christopher Eubanks fece irruzione sui grandi palcoscenici raggiungendo i quarti di finale a Wimbledon. Con poca fiducia nelle sue capacità sull’erba, si affidò a qualche parola di incoraggiamento di Kim Clijsters e al suo acume tattico. Alternava le partite al lavoro di commentatore televisivo. Tutti parlavano di lui e nel frattempo salì pure al numero #29 del mondo. Ora è tornato fuori dalla top-100, continua a preferire la stagione su cemento ma il suo servizio funziona parecchio pure sulla terra. 

     

Il meraviglioso fumo di Muhammad Ali

Muhammad Ali batte a Las Vegas in 11 riprese Ron Lyle dando l’impressione di non aver voluto chiudere in fretta il match per ragioni di show. La stampa americana lo critica in modo feroce. Il 20 maggio 1975 sulla Gazzetta dello sport Rino Tommasi scrive: Dove Ali è ancora grande ed inarrivabile è comunque nel modo, sempre nuovo sempre incisivo, di preparare pubblicitariamente i suoi incontri. Ali non potrà più essere in grado di danzare boxe per quindici round come un tempo, ma può parlare ai giornalisti per ore senza una sbavatura, senza una ripetizione, con una lucidità difficilmente riscontrabile in altri campioni, di qualsiasi disciplina sportiva. Che Ali sia in grado di tener da solo viva la boxe è qualcosa di più di una battuta. Per questo gli si possono perdonare episodi agonisticamente sbiaditi come quello di Las Vegas; per un match cosi poco equilibrato, almeno nelle premesse, ci si deve – semmai – indignare prima, non dopo. Se poi fosse tutto un gioco di prestigio, se Ali fosse capace di coprire di fumo, di chiacchiere, di sospetti, il suo inevitabile declino, bisognerebbe dirgli bravo lo stesso.

 

Iscambiar lacerte per cignali

  La Benevento-Avellino viene vinta da Michele Dancelli, al secondo successo di tappa nel Giro del 1965, il primo che il giovane Gianni Mura segue da inviato. Negro difende la maglia rosa e la Gazzetta in prima pagina titola: “Sulle montagne dell’Irpinia terremoto senza grandi vittime” [Ehm]. Nel suo spazio di racconto chiamato “Il Giro senza bussola”, Luigi Gianoli dice: “Lo conoscete il verde profondo, i gorghi

verdi di quella terra, la faccia cieca delle sue montagne, il loro bieco ergersi dalla piana scontrosa, così che il Santo rifugio dei frati di Montevergine somiglia a un abisso vertiginoso sprofondato nel cielo? Era come correre in una luce nera, ad ogni pedalata vincere dei sortilegi, oppure portarseli addosso: perché stregati lo erano tutti da quel vento caldo, appena uscito dall’inferno”.

Mura invece tiene il suo consueto “Processino” ascoltando i corridori al traguardo, i direttori sportivi e il pubblico. Piazzando qua e là degli svolazzi. 

“Sembra cammini sulle nuvole, Albano Negro” oppure: “Fazzoletto al collo, gli zigomi sporgenti, la faccia macchiata. Balmamion somiglia ad uno dei personaggi di Riso amaro”

Ci sono altre rubriche non firmate sulle pagine di quella Gazzetta ed è bello immaginare che nello spazio chiamato Bric à Brac – un taccuino di notizie sparse – ci sia stato il guizzo del giovane Mura nel seguente paragrafo: “Lunghesso l’erta che mena a Lo Passo detto Diabolo lo nostro automedonte Gratiani toto corde esperava incocciar in uno cignale laonde acciderlo co lo vehiculo suo potentemente lanciato. Rise di co la coda dell’oculo suo uno furtivo movimento allo bordo della via. Sterzò. Perì, innocente, una lacerta. La fabula ammonisce che iscambiar lacerte per cignali non è cosa di tutti i giorni

 

 

L’ALLORO  Mathieu Baumel

L’Équipe dedica stamattina due pagine alla storia di Mathieu Baumel, quattro volte vincitore della Dakar come co-pilota, costretto all’amputazione della gamba destra per un incidente stradale avvenuto a fine gennaio. «La mia vita sarà diversa – dice a Jerome Bourret – ma non è finita» perché sta dedicando tutte le sue energie alla riabilitazione presso un centro specializzato a Grau-du-Roi. Con il desiderio di essere alla partenza della Dakar 2026 e altri sogni in mente. [tutto qui]

 

     

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