Le statue che guardano passare il tennis di Roma

 

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Le statue che guardano passare il tennis di Roma

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  ▻  Il papà di Peppone e Don Camillo, quella volta, non scherzava. Giovannino Guareschi disegnò un omino munito di matita in procinto di votare e sopra aggiunse la scritta: “Nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, Stalin no”. Era il suo contributo per la campagna elettorale della Democrazia cristiana contro il Fronte popolare socialcomunista, alla vigilia delle elezioni del 18 aprile del 1948. Ritraeva i militanti del PCI con tre narici, trinariciuti li chiamava, perché attraverso quella – sosteneva – usciva la materia cerebrale ed entravano le indicazioni del partito. Togliatti gli disse allora, durante un comizio, che era tre volte idiota moltiplicato tre. Guareschi replicò su Candido: “È un ambito riconoscimento”. 

Papa Pio XII sognava una Roma capitale della cristianità, una città sacra. Così, una mattina, i romani si svegliarono e scoprirono che per dare una gioia al Vaticano, la censura si era presa cura delle statue del Foro Italico. Aveva dato una mano di stucco proprio là, per nascondere il sesso.

Le diciotto grandi statue in marmo di Carrara stanno ignude dal 1931, intorno a quello che venne chiamato stadio olimpico della racchetta, perché tennis era parola straniera, dunque proibita. Sarebbe diventato lo stadio della pallacorda, unico al mondo con quelle sculture, un’opera realizzata dall’architetto Enrico Del Debbio, la firma del piano regolatore al Foro Italico. Qualche anno fa il New Yorker si domandò come mai l’Italia abbia ancora così tanta architettura fascista nei suoi luoghi pubblici. 

Sotto queste statue, ci giochiamo a tennis. Il campo che oggi si chiama Pietrangeli è stato il Centrale del Foro Italico fino al 1994. Le statue finivano ingabbiate dentro i tubi delle tribune supplementari e lì sotto succedeva Montevergine. Ci passava così tanta vita da far dire a Bud Collins del Boston Globe che «gli inglesi possono aver inventato il tennis, ma gli italiani l’hanno umanizzato».  

 

Il campo aveva pochi anni di vita e già Roderich Menzel, un boemo germanizzato, se ne andò per il comportamento eccessivo del pubblico. Squalificato. Sotto le statue, il cecoslovacco Kodes avrebbe un giorno aggredito il giudice arbitro Brunetti. Una bottiglietta sarebbe volata in campo durante una partita dello stravagante Ilie Nastase. Da avversari di Panatta, se ne andarono una volta Solomon, accusando i giudici di rubargli i punti, e un’altra volta Higueras, perché cominciarono a tirargli le monetine dagli spalti. Anche un arbitro inglese, Bertie Bowron, una volta scese dal seggiolone e voltò le spalle al Foro. La glacialità di Borg vacillò nella finale del 1978, sempre contro Panatta. Minacciò di abbandonare, se il pubblico fosse andato avanti a tirare spicci in campo. Nella semifinale di Davis del 1976 piovve invece una pietra sulla fronte dell’australiano John Alexander. Gianni Clerici una volta ha detto: «Tutti hanno il tennis ma solo noi abbiamo Roma».  

Le prime dieci donne della classifica mondiale ci saranno tutte. Otto dei migliori dieci uomini pure. Sono fuori Daniil Medvedev, per tre settimane numero 1 e sceso di un gradino, per l’intervento d’ernia, e Matteo Berrettini per l’operazione alla mano. Ci sono russi, russe e bielorusse, regolarmente. Come in ogni altro torneo di tennis al mondo eccetto Wimbledon. Una indiscrezione del Corriere della sera aveva attribuito qualche giorno fa al governo Draghi il proposito di un provvedimento politico per la loro esclusione. Prima ancora che arrivasse, Giovanni Malagò si era affrettato in soccorso della maggioranza. Stavolta ha annusato male l’aria. Dietro le quinte, si è giocata una partita di diplomazia e consultazione d’avvocati, orchestrata dal presidente della federazione tennis Angelo Binaghi, oppositore del numero 1 del CONI, così vicino al vecchio governo giallo-verde da aver cooptato nel suo consiglio federale come propria vice Chiara Appendino, quando era ancora sindaca di Torino per il M5S. 

La capienza piena di spettatori dopo un biennio di porte chiuse e numeri limitati, fa prevedere un incasso superiore ai 14 milioni di euro, contro i 2 e 272 mila del 2021, oppure gli appena 231 mila 735 euro del 2020. La prevendita ha superato del 20% quella relativa all’edizione 2019. 

Eppure, come segnalava Ubitennis con Gianluca Sartori qualche giorno fa, il montepremi ha subito un taglio netto per chi si ferma fino al terzo turno, salvo garantire un lieve aumento a semifinalisti e finalisti. Sartori ha scritto che le cifre del Total Financial Commitment riportato sul sito dell’ATP a inizio aprile segnalano il calo da 6 milioni a 3, una cifra paragonabile a quella di un ATP 500. Roma rimane inoltre uno dei pochi tornei a non aver equiparato le cifre del torneo femminile a quello maschile. 

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